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Gli antichi misteri della Lunigiana, terra di confine tra Toscana e Liguria


17/12/2018

di Valentina Zirpoli


Si chiama Lunigiana ed è quella terra di confine tra la Toscana e la Liguria che trae il proprio nome dall'antica città romana di Luni, situata alla foce del fiume Magra, non lontano da dove oggi sorge Sarzana (SP). Questo luogo gode di panorami decisamente suggestivi grazie anche e soprattutto alla presenza delle Alpi Apuane, che la separano dal litorale della Versilia e in parte dalla Garfagnana, e dal Mar Tirreno.

Una terra ricca di storia la Lunigiana, abitata fin dall'età della pietra, scelta per importanti insediamenti urbani in epoca romana e percorsa durante tutto il Medioevo dai pellegrini in transito sulla via Francigena. Un luogo pieno di fascino e di antichi misteri, che si celano all’interno delle sue grotte, all’interno dei suoi parchi e all’interno dei suoi castelli.

Gli “Idoli della Luna”

La Lunigiana fu abitata dall’uomo fin dall’età della pietra. 
I reperti che permettono di documentare i più antichi insediamenti umani in Lunigiana vengono fatti risalire al musteriano, periodo che va da 120.000 a 36.000 anni fa circa, quando questa terra era popolata dagli uomini di Neanderthal che vivevano nelle caverne. 
Durante il Paleolitico Superiore e il Mesolitico le popolazioni abbandonarono le caverne e si stanziarono lungo le coste. La Spezia, a Massa, in Val di Vara e sul Val del Serchio furono tra le città abitate dai Neanderthal durante questo periodo. Con la de-glaciazione il popolamento si distribuì anche sulle montagne. 
Nel corso del Neolitico si stanziano in Lunigiana popolazioni provenienti dalla Pianura Padana occidentale, che praticavano l'agricoltura e l'allevamento di ovini, bovini e suini, e si dedicavano alla caccia di cervi, cinghiali e altri animali selvatici. 
Caratteristiche dell'eneolitico (fine del IV millennio a.C.) sono le statue-stele maschili e femminili, la cui maggiore produzione si colloca nell'età del bronzo (2800-2300 a.C.), ma si protrae fino all'età del ferro (VII-VI secolo a.C.), scoperte per caso dai contadini a partire dal diciannovesimo secolo nelle province di La Spezia, Massa Carrara e Lucca.


Una corposa raccolta di queste statue e steli è allestita nel Museo delle statue-stele lunigianesi nel Castello del Piagnaro di Pontremoli. 
Di statue-stele di questo tipo se ne conoscono attualmente 80 esemplari. Esse raffigurano in maniera stilizzata personaggi maschili e femminili accompagnati da alcuni elementi caratterizzanti del loro armamento o da monili. In rarissimi casi sulle statue-stele sono presenti iscrizioni. 
Per meglio comprendere la funzione di questi monumenti, collegati ad antichissime esigenze di culto, è necessario conoscere anche il contesto storico-culturale al quale appartengono. Con il termine "statua-stele", o stele antropomorfa, vengono classificati quei massi destinati ad essere infissi verticalmente nel terreno, in cui si riconoscono sembianze umane ottenute sia attraverso la sagomatura della pietra, sia con i motivi iconografici rappresentati sulle superfici (attributi fisici come il volto, gli occhi, oppure elementi di corredo quali collane, vesti o armi). Le statue-stele si differenziano dalle semplici stele, lastre lisce o figurate, e dai menhir, che non presentano né una forma né elementi iconografici che possano ricordare la figura umana, ma anche dai "massi incisi" che recano sulle superfici rappresentazioni di oggetti e ornamenti. 
Tutte le statue stele lunigianesi sono realizzate in arenaria. La loro funzione resta in buona parte enigmatica, dato che non si hanno dati archeologici sufficienti per conoscere certi fenomeni culturali nella loro interezza. Duplice è l’interpretazione di questi monumenti megalitici: "sacra" che "profana". In un caso le statue-stele potevano rivestire significati simbolici e astratti, legati alla sfera del culto religioso, e rappresentare immagini di divinità celesti; nell'altro potevano raffigurare personaggi reali viventi o defunti che, comunque, dovevano aver avuto una posizione sociale emergente all'interno della comunità. 
Come nel Neolitico con la scoperta dell'agricoltura si era affermata e diffusa l'immagine femminile, nell'età dei Metalli, all'interno di comunità di mercanti-nomadi-guerrieri, assume maggiore importanza la figura maschile. Le statue stele appaiono così riflessi di credenze e probabilmente di attività che facevano perno su entità "sovrumane" (nel senso di divinità), o almeno "superumane", cioè connesse non a uomini singoli ma a gruppi sociali o tribali dotati di competenze tali da acquisire valore e prestigio.

Il Parco regionale delle Alpi Apuane e le Grotte di Equi Terme

In Lunigiana si estende il Parco regionale delle Alpi Apuane, un ambiente selvaggio e incontaminato, dove le montagne calcaree custodiscono, nel sottosuolo, fenomeni di origine carsica: sono infatti ben 1300 le grotte censite, tra cui spicca l’Antro del Corchia a Stazzema, che è l’abisso più profondo in Italia, senza dimenticare le splendide Grotte del Vento a Vergemoli. 
Esistono poi le Grotte di Equi Terme, che hanno avuto origine attraverso lunghi processi di erosione: una fitta rete di gallerie, caratterizzate da suggestive concrezioni e laghetti sotterranei, che si dipana dalla Buca, un’antica grotta naturalistica studiata fin dal ‘700. Completano il complesso ipogeo il grande riparo sotto roccia preistorico della Tecchia e il Solco, uno stretto e profondo canyon naturale posto ai piedi del Pizzo d’Uccello che, con i suoi 1781 metri, è una delle vette più suggestive delle Apuane. Per le sue principali caratteristiche, abbondanza d’acqua e presenza di numerose cavità naturali, il territorio è stato frequentato dall’uomo già nelle epoche più antiche della Preistoria. Anche il gigantesco Orso delle caverne – vissuto da circa 150.000 a 25.000 anni avanti Cristo - ha abitato qui.


Il Castello di Malaspina

Abbarbicato su una altura della Lunigiana, da cui sovrasta il borgo medioevale di Fosdinovo, sorge il Castello di Malaspina, custode della più famosa leggenda di questi luoghi, quella del fantasma della marchesina Bianca Maria Aloisia Malaspina, figlia di Giacomo Malaspina, la casata proprietaria del maniero che governava la regione, e di Olivia Grimaldi. 
La leggenda narra di come la marchesina si fosse innamorata di un giovane stalliere dai modi gentili, che ella spesso aveva occasione di incontrare nella corte e nelle scuderie del castello. Il giovane non era indifferente al fascino della fanciulla, le regalava ogni giorno mazzi di fiori e insieme si giurarono eterno amore. Si incontravano di nascosto anche grazie alla balia della ragazza, a cui lei le aveva confidato tutto l'amore che provava per il giovane stalliere. 
Tutto ciò non era molto gradito dai genitori, contrari a quell'amore che avrebbe infamato l'intera famiglia. I due innamorati sapendo di vivere un amore in contrasto con le scelte del tempo, decisero di fuggire insieme non appena la fanciulla avesse compiuto i sedici anni. La festa del compleanno della ragazzina animò tutto il paese e tutti accorsero per vedere la sua bellezza. Tra tutti gli invitati, ella attirò particolarmente l'attenzione di un giovane, figlio di un duca della Pianura Padana, ma la marchesina aveva nel cuore solo il giovane stalliere. Purtroppo, qualcuno, forse un servitore, tradì i due giovani e quando il padre poi venne a sapere le intenzioni della figlia, minacciò di rinchiuderla a pane e acqua nelle segrete del castello. Quell'atteggiamento così ribelle, costrinse i genitori a prendere una decisione drastica, la ragazza venne trasferita in un convento e il giovane allontanato dal paese. Ma la marchesina non voleva rinunciare al suo amore, quindi si rifiutò di prendere i voti e a quel punto fu riportata al castello, rinchiusa nelle prigioni e torturata. Ciononostante, la ragazzina non aveva nessuna intenzione di cambiare idea e così, per evitare qualsiasi tipo di scandalo, il padre la fece murare viva in una cella del castello, dove l'unico legame che aveva con il mondo esterno era una botola sul soffitto da cui giornalmente venivano calati il cibo e le bevande. 
Isolata dal resto del mondo, in una cella priva di porte e di finestre, l'unica compagnia era quella di un cane e di un cinghiale, simboli rispettivamente di fedeltà verso l'amato e del suo animo ribelle. Dopo qualche anno di stenti la marchesina morì, ma ancora oggi si racconta che nelle notti di luna piena, il suo spirito, vaga per il castello con una veste bianca e i capelli lunghissimi sciolti sulle spalle. A confermare la veridicità della storia, sembra che negli ultimi scavi effettuati per ristrutturare i sotterranei del castello, in un locale segreto siano state ritrovate delle ossa, appartenenti molto probabilmente, ad una fanciulla e a due animali. 
La leggenda del fantasma della marchesina attira ogni anno l'attenzione di molte persone, in quanto periodicamente televisioni e studiosi di fenomeni paranormali sono attratti nel castello. Sono in particolar modo interessati da una macchia bianca in una delle sale del castello, che sembra rappresentare una figura femminile insieme ad un cane e ad un cinghiale, ed a un filmato dove una figura scura sembra attraversare la stanza da muro a muro come se fosse sospesa dal vento.


Nel castello di Fosdinovo si svolge un'altra vicenda, quella della marchesa Cristina Pallavicini. Sposata con Ippolito Malaspina, rimase vedova dopo che il marito fu assassinato dai fratelli Pasquale e Ferdinando, che volevano impadronirsi del feudo. Rimase tutrice del figlio Carlo Agostino finché il bambino non divenne maggiorenne. Cristina Pallavicini è ricordata come una donna crudele, affascinante e con una vita macchiata di delitti. La leggenda racconta che in vita sua ebbe molti amanti di ogni razza, che ospitava nel suo castello e poi uccideva freddamente. La marchesa passava tutta la notte con loro e dopo essere stati insieme se ne sbarazzava facendoli precipitare nella botola posta al centro della sua stanza da letto. 
Gli uomini venivano legati e issati con una corda appesa ad un anello e poi lasciati cadere nel baratro pieno di irte lame. Le grida disperate di questi poveri uomini non venivano udite da nessuno, data la particolare acustica della camera, per questo motivo i delitti non furono mai scoperti da nessuno. Nella camera è ancora visibile un gancio appeso al soffitto e la botola dove la marchesa faceva ricadere i suoi amanti. Proprio al di sotto della botola è stata scoperta un'altra stanza (soprannominata camera della torture), dove cadevano i malcapitati. 
Ma si dice che la realtà sia un'altra: la marchesa, dopo la morte del marito, aveva avuto una relazione con un certo Francesco Precetti, da cui ebbe un figlio al di fuori del feudo. Il figlio che ebbe con il marito Ippolito Malaspina morì un anno prima della marchesa, lasciando moglie e sette figli. Due di essi furono protagonisti di un episodio particolare, lo stesso anno della morte del padre, mentre si stavano recando nella casa di famiglia a Caniparola, videro il padre affacciato alla finestra. I due ragazzi si precipitarono all'ingresso e una volta entrati salirono al piano superiore visitando ogni stanza, ma non trovarono nessuno.

La Via Francigena

La Lunigiana era una tappa obbligata per pellegrini, abati, mercanti, eserciti e re che attraversavano la via Francigena, l’antico itinerario dell’arcivescovo di Canterbury Sigerico per raggiungere Roma e il Papa. 
Ilvalico dell'Appennino avveniva attraverso il Passo della Cisa, che allora si chiamava Monte Bardone. Dal Monte Bardone si scendeva in Lunigiana, attraversando Pontremoli, Aulla, Santo Stefano Magra, Sarzana e raggiungendo infine Luni. Tra Sarzana e Luni, nei pressi dell'antico ospitale di San Lazzaro, si congiungeva con la via di Spagna, che portava i pellegrini spagnoli a Roma e quelli italiani a Santiago de Compostela salpando dall'antico porto di San Maurizio sul fiume Magra.


Fonti: 
www.statuestele.org 
www.grottediequi.it 
www.lunigiana.com

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