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Gli indiani ridono di noi come hanno fatto con i Marò

Risultato dei geni che hanno in mano l'italico destino? Una scusa per Mittal di defilarsi dall'Ilva. E il nostro ex colosso dell'acciaio potrebbe diventare il mausoleo del Governo pizza e fichi


11/11/2019

di Sandro Vacchi


L'ultima volta che l'Italia ha avuto a che fare con gli indiani se la ricorderà per un pezzo. La vicenda dei due marò imprigionati da Nuova Delhi non si è ancora conclusa, nonostante non se ne parli più da anni, ma si è trascinata nel modo più assurdo, con i militari restituiti all'India dopo che eravamo riusciti a farceli rimandare. Il seguito fu la scontata figuraccia della nostra diplomazia alla pizza quattro stagioni, con rientri, rinvii, malattie, minacce del tribunale indiano. Insomma, una storia senza fine, oltre che senza senso. 
Farebbe quindi bene, il governo del sedicente avvocato del popolo Giuseppe Conte, a rimboccarsi le maniche, ad armarsi di pazienza e a passare la palla dell'Ilva all'esecutivo che lo sostituirà a breve, non escludiamo proprio a causa dell'acciaieria di Taranto. I marò ce li rimandarono indietro fra mille difficoltà, non fidandosi affatto delle nostre rassicurazioni, oltre che della nostra fama consolidata. Il cambio in corsa delle regole, per quanto riguarda l'acciaieria, ha probabilmente rafforzato l'opinione secondo cui dell'Italia c'è poco da fidarsi. 
Il governo Monti, che gestì la vicenda dei due marinai, fu il primo degli esecutivi non eletti da nessuno, una pratica che Lor Signori tirerebbero avanti all'infinito, visto che altrimenti gli italiani nelle urne li prenderebbero a pedate. Il secondo governo Conte sarà – speriamo – l'ultimo esecutivo che non esce da un voto popolare. Fa lo gnorri chi sostiene che i Cinque Stelle sono stati votati e nel 2018 incassarono uno strabiliante 34 per cento, mentre oggi, cioè in un niente, si sono ridotti più o meno a un terzo. Può sostenere una bestialità del genere soltanto chi perse quelle elezioni, attaccò con furia il governo che ne era follemente scaturito e oggi governa proprio insieme a coloro che attaccava e disprezzava, a loro volta seduti a Palazzo Chigi allo scopo dichiarato di rimanere imbullonati alla poltrona e di non lasciar governare Matteo Salvini. 
Questo meraviglioso, avanzato e generoso programma viene portato avanti, mentre il Paese va indietro, dal più improbabile e surreale esecutivo che l'Italia abbia mai avuto, partorito come se nulla fosse da chi le elezioni le ha perdute (il PD) e da chi le perderà squagliandosi nel nulla da cui proviene (i grillini). 
Saccenti e incapaci uniti stanno portando l'Italia alla rovina mentre il mondo ride di noi. Farsene una ragione, tanto peggio di così si muore? Eh no, signori! Qua nessuno vuole morire. 
La Arcelor-Mittal è un colosso indiano dell'acciaio, che si è sobbarcato un gigante come l'acciaieria di Taranto mandata a ramengo dalla politica industriale delle imprese statali. Ricordate l'Italsider? Ecco, l'acciaieria pugliese è quella roba lì, che poi passò alla famiglia Riva, quarto gruppo siderurgico d'Europa, per 2.500 miliardi del 1995. 
Produceva quattro milioni e mezzo di tonnellate d'acciaio e perdeva due milioni di euro al giorno quando si scoprì che a Taranto, nell'area a ridosso della fabbrica, un sacco di gente moriva di cancro. Emilio Riva, il titolare, morì novantenne cinque anni fa agli arresti domiciliari dopo l'intervento della magistratura. Nel frattempo l'azienda cominciava ad andare a rotoli. 
Il dilemma dei tarantini era a quel tempo se morire di malattia oppure di fame liberandosi della fabbrica. Per invogliare qualche imprenditore a prendersela, e a farsi carico della bonifica ecologica, si ideò uno scudo giudiziario, che tutelò anche i commissari governativi i quali avevano preso in carico l'impianto.
In sostanza, i nuovi gestori non dovevano essere ritenuti responsabili dei danni ambientali e sanitari eventualmente prodotti sotto la loro guida, anche perché “pulire” le emissioni di un'acciaieria con migliaia di dipendenti non è un'operazione che si possa fare in poco tempo. 
Lo scudo giudiziario si sarebbe dovuto trascinare fino a rilancio avviato e la Arcelor-Mittal si era impegnata a investire più di quattro miliardi. In parole povere, i governi italiani garantivano gli indiani che non sarebbero stati ritenuti responsabili penalmente dei danni provocati all'ambiente, purché si facessero carico del gigante avvelenatore. Gli indiani si sono grattati un po' i turbanti e hanno accettato, impegnandosi anche a mantenere i livelli occupazionali, vale a dire la bellezza di quasi undicimila persone, come una piccola città. 
Ancora non immaginavano di quali sgambetti, rabone e giravolte siano capaci gli italiani. La normativa è cambiata non una volta, ma addirittura quattro, e qualche sospetto deve essersi infilato sotto quegli stessi turbanti. Poi i Cinque Stelle hanno tanto brigato contro l'immunità temporanea che questa è stata eliminata. Peccato che quell'immunità fosse parte integrante del contratto, rescindibile nel caso in cui un nuovo provvedimento avesse reso impossibile la gestione dell'azienda. 
Il risultato è stato quello più prevedibile, salvo che per i geni che hanno in mano il nostro destino: gli indiani hanno avuto su un piatto d'argento la scusa per sfilarsi dall'impianto siderurgico di Taranto, mentre noi italiani abbiamo consolidato davanti al mondo la nostra fama di magliari. E abbiamo di nuovo una fabbrica che, se la chiudessimo, significherebbe una perdita annua di tre miliardi e mezzo nel PIL; in compenso non possiamo farla funzionare così com'è perché ci sono di mezzo l'ambiente e la salute. 
Insomma, credendo si fregare gli indiani ce la siamo presa in saccoccia. Quando i fenomeni se ne sono accorti, e non ci voleva certo il mago Houdini, tutti con la tremarella addosso. Il presidente Mattarella, sempre più insofferente di questo governo di dilettanti allo sbaraglio, ha convocato Conte e gli ha detto chiaro e torno che non ci possiamo permettere di perdere l'Ilva. Il damerino si è precipitato a casa sua, in Puglia, e per andare a parlare con gli operai si è sfilato la cravatta, sperando forse che lo scambiassero per Matteo Salvini. Invece gli sono piovuti addosso fischi che sembravano la sirena di fine turno e gli si è scompigliato il ciuffo. Le sue parole sono state però risolutive: «Non ho soluzioni per l'Ilva». 
Capito? Prima fanno il gioco delle tre carte agli indiani cambiando il contratto, poi si accorgono che lo stanno prendendo in quel posto, tentano la giravolta, ma è ormai troppo tardi e ammettono di non sapere che cosa fare. C'è ancora qualcuno che si stupisce se Salvini non deve far altro che avere un po' di pazienza? 
Il mix di Cinque Stelle, piddini, giudici e sindacati è micidiale per chi avrebbe l'ambizione di fare impresa e produrre qualcosa, fossero pure stuzzicadenti. Una delle migliori acciaierie al mondo è stata messa in un vicolo cieco da gente senz'arte né parte che nemmeno conosce la situazione della siderurgia in Italia né che non esistono altri privati disposti a comprare da mariuoli di tal fatta. Così comincia a farsi strada uno spettro: la nazionalizzazione. 
Avete presente quel fantasma delle economie pianificate, tutte defunte? La meraviglia di affidare le imprese allo Stato, che le gestisce al peggio, riducendole in una condizione di perenne stato di precarietà produttiva e di perdite economiche? Bene: la formula salvavita del governo giallorosso si chiama economia pianificata. Siamo a cavallo! L'avvocato del popolo non può che rimettersi alla clemenza della corte ma, se fosse onesto, dovrebbe come minimo togliere il disturbo. 
Qui siamo invece allo Stato imprenditore dopo aver invocato per decenni le privatizzazioni. Siamo all'economia pubblica e alla divisione degli utili (che in realtà sono sempre perdite), mentre le banche cominciano a congelare i mutui dei dipendenti Ilva. E veniamo allo spread, di cui da otto anni si riempiono la bocca coloro che tutto sanno, soprattutto come prendere per i fondelli gli italiani. 
Lo spread, tanto invocato dal PD e dall'allora presidente Giorgio Napolitano per spedire a casa Silvio Berlusconi e sostituirlo con qualcuno più comodo, non è altro che l'indice di credibilità di un Paese. La vicenda Ilva segnerà uno dei punti più bassi dell'affidabilità internazionale dell'Italia, al di là del differenziale fra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi che definisce lo spread, e lo si vedrà nei prossimi giorni. Già ora il “marchio Italia” sta precipitando: il rendimento dei BTP sale ancora e ha raggiunto quello dei titoli greci. Significa che, per invogliare gli investitori stranieri a comprare il nostro debito pubblico, dobbiamo pagargli interessi sempre più allettanti. Oggi il nostro spread nei confronti della Germania è a 154 punti, mentre quello della Spagna è a 64, quello della Francia a 28. Tradotto: il mondo si fida dell'Italia un quinto di quanto si fida invece della Francia e due volte e mezza meno di quanto si fida della Spagna. 
Alle elezioni spagnole appena finite, a proposito, la destra di Vox ha preso più del doppio dei seggi che aveva. Leggerete su “La Repubblica” l'ennesimo allarme contro i rigurgiti di fascismo, mentre le persone serie sanno bene che la verità è un'altra. Liliana Segre, novantenne senatrice ebrea insultata sui social, non ha avuto problemi a ricevere in casa propria Matteo Salvini, l'“uomo nero”, che le ha manifestato solidarietà. Nessuno, invece, che abbia fatto altrettanto con il deputato leghista africano preso a sberleffi da sedicenti progressisti come traditore della propria razza. 
«La sinistra parla di operai mentre ha un Rolex al polso», ha riassunto Salvini la situazione di un Paese che odia chi lavora e chi fa impresa, lo tassa da strangolarlo, svende agli stranieri i marchi migliori, chiude migliaia di imprese e perde miliardi di PIL con politiche insensate, manettare e giustizialiste. Un Paese che torna indietro, agli anni degli imprenditori dipinti come nemici del popolo e si ritrova nelle mani del sedicente avvocato del popolo. Un Paese dove la scuola produce ignoranza, la sanità cadaveri e le banche perdite. Un Paese che celebra la “caduta” del muro di Berlino attraverso le stesse persone, o i loro eredi, che celebravano le glorie dell'imperialismo sovietico colonizzatore di mezza Europa. 
Perfino i papi sono conformi ai mutamenti del mondo. Wojtyla segnò, negli anni del suo pontificato, la fine ingloriosa del comunismo e il glorioso abbattimento del Muro. Bergoglio rappresenta il globalismo, il comunismo nella la sua veste pauperistica e terzomondista, l'immigrazione incontrollata dei nuovi schiavi in nome di un egualitarismo straccione che non è affatto l'utopistica eguaglianza, ma la diseguaglianza più bieca e ipocrita, ma politicamente corretta. E chi vi si oppone cos'è? Un fascista e un razzista, naturalmente. 

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