Share |

Gli insuccessi dell'Europa gonfiano i "nazionalismi". E gli Stati tornano sulla scena

Secondo il canadese Eric Reguly l’Ue è risultata un affare solo per nazioni economicamente forti come la Germania, mentre si è rivelata un disastro per altre come Italia e Grecia. Ferme restando le problematiche legate ai troppi Paesi membri


04/03/2019

di Giambattista Pepi


Perché l’Unione Europea non ha funzionato? Perché 28 Stati (se si tiene conto anche del Regno Unito) sono molti e troppo diversi l’uno dall’altro per poter convivere insieme senza farsi male. Il processo di integrazione è stato accelerato e alcuni Paesi si sono impoveriti (come Grecia e Italia), si sono arricchiti (come Germania e Olanda) oppure, è il caso di quelli dell’Europa orientale (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia) usciti dalla dittatura oppressiva dell’ex Unione Sovietica, faticano ad accettare i diktat di Bruxelles. 
L’Euro, come si sa, è una moneta ambivalente: va bene per i tedeschi, economicamente forti, ma ha fatto impoverire quelli del Sud Europa alle prese con un ritardato sviluppo. A dimostrarlo sono, ad esempio, i dati allarmanti sulla disoccupazione giovanile nel Mezzogiorno italiano. A sua volta il referendum sulla Brexit è stato un errore, come quello proposto dall’ex premier Renzi, ma viste le conseguenze a nessun altro verrà voglia di emulare Londra. 
In questa intervista a Economia Italiana.it (la prima di una serie dedicate alle elezioni europee di maggio) Eric Reguly rivela ciò che pensa dell’Europa nell’attuale fase storica. 
Giornalista e saggista canadese, di madre italiana e padre slovacco, Reguly è dal 2007 responsabile dell’ufficio di corrispondenza per l’Europa e il Nord Africa del Globe and Mail di Toronto, il quotidiano più diffuso in Canada. 

Fra meno di tre mesi si svolgeranno in 27 Stati europei le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo. Mai come negli ultimi anni l’Unione Europea è parsa così divisa. Come vede la parabola comunitaria? Che cosa, secondo lei, non ha funzionato nell’Ue? Perché così tante divisioni? 
L’Unione Europea con oltre 500 milioni di cittadini è uno tra i più grandi mercati del mondo. È come il Nafta, che riunisce gli Stati dell’America settentrionale: Canada, Stati Uniti e Messico. Con evidenti similitudini. In effetti anche in Europa i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Ci sono molte disparità. Il ceto medio in Europa si è impoverito. I ricchi sono in Germania, Olanda, Belgio; sono gli oligarchi, sono le imprese del Ftse 100, l’indice principale della Borsa di Londra, ma ci sono moltissimi poveri. Prendiamo l’Italia: il tasso di disoccupazione nel Mezzogiorno è al 30%, quello giovanile nella stessa macro area è al 50%. Anche in Francia la disoccupazione tra i giovani è molto elevata. In questo senso l’Unione Europea non ha funzionato: la crescita è tra le più basse del mondo, la disoccupazione tra le più alte e le politiche (da quella della difesa a quella sull’immigrazione) o sono assenti o sono fonte di contrasto tra gli Stati membri. Davanti a questo scenario si fanno strada in Francia i nazionalisti di Marine Le Pen, in Italia i leghisti di Salvini, e poi c’è Orban in Ungheria, per non parlare dei neonazisti in Germania.

Che cosa ci ha detto l’euro nei suoi 17 anni di vita? Secondo alcuni osservatori ha mostrato tutti i limiti di un’Unione monetaria monca: una moneta condivisa ma senza convergenza economica tra gli Stati (12) che hanno accettato con il Trattato di Maastricht di farlo nascere, in grado di esaltare le economie più forti e mettere in ginocchio quelle più deboli. A suo giudizio l’Unione è mancata perché non è stata capace di dotarsi di una maggiore sovranità? 
Penso che l’Ue sia troppo grande. Nel senso che adesso ne fanno parte 28 Stati europei, che scenderanno a 27 dopo la Brexit, ma restano sempre troppi. Dopo la nascita della Ceca e del Mercato comune (Mec) tra Benelux, Francia, Germania ed Italia, l’entità era piccola, coesa ed omogenea. Poi nel corso degli anni si è proceduto ad allargare questa entità facendo entrare trooppi Paesi, sia del Nord sia del Sud dell’Europa e, successivamente, anche dei Paesi ex comunisti dell’Est: Romania, Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia. A quel punto le cose si sono cominciate a complicare. A parte l’Italia, l’ingresso di Spagna, Portogallo e Grecia ha alterato gli equilibri. Sono Paesi ancora arretrati, basti vedere la situazione in cui versa il Mezzogiorno tricolore. 
Premesso che adoro l’Italia, ritengo che l’euro sia stata una moneta che abbia fortemente penalizzato Paesi come il vostro, ma anche la Spagna, il Portogallo e la Grecia. Ritengo che questi Stati non avrebbero dovuto entrare nell’Unione economia e monetaria europea, non avrebbero dovuto rinunciare alle loro monete nazionali per adottare l’euro. L’Ue è diventata troppo grande, risulta ingovernarnabile, permangono eccessivi squilibri tra uno Stato e l’altro: E non solo nelle finanze pubbliche, ma anche nelle economie. L’allargamento avrebbe dovuto esserci, ma questo processo sarebbe dovuto avvenire molto lentamente: occorreva dare più tempo agli ordinamenti statuali ed alle economie di adeguarsi a una realtà sovranazionale con le sue procedure, le sue regole, la sua nomenclatura.

A proposito di Europa allargata: la Brexit è una vicenda emblematica. Non si è capito bene se gli inglesi vogliono separarsi dall’Unione o se, invece, vorrebbero rimanerci. Di fatto non vogliono perdere la faccia dopo l’esito del referendum. Che idea si è fatto? 
La Brexit non ci sarà. La scadenza di fine marzo sarà prorogata, ma temo proprio che il Regno Unito resterà dentro l’Ue per almeno altri due o tre anni. La vicenda inglese è una “lezione” per gli altri Paesi: l’uscita risulta troppo complicata. È un monito per Stati come la Grecia e per la stessa l’Italia. D’altra parte se n’è reso conto anche il vicepremier Matteo Salvini vedendo il percorso irto di ostacoli che sta mettendo a dura prova il Regno Unito: ne sta infatti risentendo l’economia e, di riflesso, anche la popolazione. Al contrario ritengo che la Brexit si possa rivelare un grande regalo per Bruxelles. Ho vissuto a Londra per molti anni assieme a mia moglie che è inglese. Penso che la maggior parte degli inglesi non volesse e non voglia andar via. Quello sulla Brexit è stato un referendum voluto dall’ex premier David Cameron per ragioni di consenso alla sua linea politica (all’interno del suo partito), sulla falsariga di quello promosso dall’ex premier italiano Matteo Renzi, che riguardava la Costituzione ma in realtà era un pro o contro la sua linea politica. 

Il Regno Unito potrà tornare sui suoi passi facendo svolgere un altro referendum sulla Brexit? 
Penso che non ci sarà un secondo referendum perché il Regno Unito è la più vecchia democrazia in Europa. Esiste infatti da quasi 500 anni. Non si può dire agli inglesi che il voto del referendum non ha più valore. E che bisogna rifare tutto. Non sarebbe una cosa seria. Il problema semmai è l’economia, e non riguarda solo le banche e il settore dei servizi finanziari. C’è tutto l’apparato industriale che sta già risentendo dell’eventuale uscita di Londra dall’Unione. Diverse aziende si preparano a lasciare il Regno Unito: Honda, Nissan, Jaguar. Mercedes. L’Inghilterra produce il doppio delle automobili fabbricate in Italia. Con la Brexit, nel giro di sei mesi, le società automobilistiche chiuderanno gli stabilimenti locali e ne trasferiranno la produzione altrove.

Oltre alla Brexit, negli ultimi tempi ci sono stati altri due temi divisivi: l’immigrazione e l’avanzata dei partiti populistici e nazionalistici, culminata con la presa del potere in Italia della Lega e del M5S. 
Adesso non c’è crisi migratoria. Questa è una paura di Salvini: immigrati non ne arrivano (onestamente grazie anche a lui). Salvini è un emulo di Donald Trump che teme il flusso dal Messico, ma non c’è alcuna evidenza di questo. Ne possono giungere negli Stati Uniti 200-300 al mese, non migliaia. Negli Stati dell’Ue vivono oltre 500 milioni di persone, per questo c’è bisogno di immigrati. Anche se a complicare le cose c’è il rallentamento della crescita economica.

Sembra proprio che non gliene importi a nessuno degli immigrati. Salvini ha chiuso i porti, ma anche gli altri Stati (Francia, Spagna, Malta, Ungheria, Austria) si sono girati dall’altra parte. 
Coloro che protestano contro l’immigrazione selvaggia in realtà non sono contrari agli immigrati. Desiderano una policy, vale a dire una regolamentazione. Come da noi in Canada, dover ogni anno 300mila migranti chiedono di entrare nel Paese. Per ottenere il permesso devono infatti sottoporsi a un esame per sapere se conoscono inglese e francese, per sapere di quali titoli di studio dispongono e se possono trovare lavoro. L’Europa non ha una politica sull’immigrazione comune, ma ogni Stato membro ha la propria politica. L’Ue avrebbe quindi bisogno di una policy comune.

Popolari e socialisti, secondo gli ultimi sondaggi, non avranno la maggioranza dei seggi nel Parlamento europeo dopo le elezioni di maggio. Al contrario i partiti e i movimenti populistici e nazionalistici dovrebbero fare il pieno. Che ne sarà dell’Europa? 
L’integrazione dell’Europa si fermerà. Questo è certo. Io ho una teoria: il problema non è rappresentato in sé dall’Europa, ma dagli Stati dell’Est (Polonia, Ungheria, Romania e così via). Dopo la fine della Seconda guerra mondiale questi Paesi erano Stati a sovranità dimezzata perché divenuti satelliti dell’Unione Sovietica e membri del Patto di Varsavia, un organismo diverso, ma contrapposto, alla Nato formata dagli Stati Uniti e dai suoi alleati occidentali. Il crollo del muro di Berlino nel 1989, la dissoluzione dell’Urss, la fine del regime comunista, l’indizione di libere elezioni negli ex Paesi comunisti ne ha sancito il ritorno nell’alveo dei Paesi liberi e democratici, ma le scorie del passato regime comunista sono rimaste. La riconquista della propria indipendenza e della piena sovranità mal si concilia con le regole di Bruxelles: siete liberi, ma dovete sottostare al rispetto delle regole dei Trattati. 
Ma questi Paesi, usciti dalla dittatura sovietica, non intendono sottostare ai diktat di Bruxelles. Vogliono preservare la loro identità, non sono disposti a subire limitazioni alle prerogative della loro sovranità e indipendenza. Ci vuole tempo, non so dire quanto tempo, prima che questi Paesi possano metabolizzare il fatto che essere entrati a far parte di un’organizzazione sovranazionale chiamata Unione Europea, comporta vantaggi, ma anche oneri e richiede la partecipazione e la condivisione delle politiche degli organismi comunitari, delle leggi (direttive, regolamenti eccetera) che possono tradursi in limitazioni delle policy nazionali in diverse materie: dall’immigrazione ai trasporti, dalla tutela dell’ambiente, alle politiche di coesione economica e sociale. 

Dopo le elezioni si aprirà una fase costituente che consentirà di realizzare le riforme per rilanciare il progetto europeistico, oppure l’Europa continuerà sulla vecchia strada perdendo sempre di più ruolo, potere e prestigio al cospetto del mondo? 
L’Europa è a un bivio. Il processo di integrazione non avanzerà più. Deve quindi cambiare per forza. Probabilmente le istituzioni comunitarie perderanno potere a vantaggio degli Stati membri che si riapproprieranno delle prerogative della loro sovranità. Saranno soprattutto i Paesi dell’Europa orientale a cercare di sottrarsi al potere centralistico di Bruxelles. Loro non lo vogliono, non lo accettano. Almeno per il momento. In futuro non si sa.

(riproduzione riservata)