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Gli omicidi? Il pane quotidiano per Kay Scarpetta, ma questa volta la faccenda si fa seria

Torna a intrigare il personaggio-icona nato dalla fantasia di Patricia Cornwell. Gli altri suggerimenti? Per Hanna Lindberg, Roberta de Falco e Claudia Durastanti


30/01/2017

di Mauro Castelli


Quando sugli scaffali arriva un libro scritto da Patricia Cornwell con protagonista - e siamo arrivati a quota ventiquattro - la seducente anatomopatologa Kay Scarpetta è subito una corsa agli acquisti (non a caso i suo thriller - tradotti in 36 lingue e pubblicati in più di centoventi Paesi - hanno venduto oltre cento milioni di copie). Un binomio entrato peraltro nell’immaginario collettivo senza se e senza ma, tanto è vero che quando l’autrice, per diversificare, aveva proposto un’altra protagonista si era trovata a fare i conti con una marea di lettori inviperiti che rivolevano la loro icona preferita. Perché l’affezione, indipendentemente dalla qualità del prodotto, ha quasi sempre la meglio.
D’altra parte come non affezionarsi alla volubile e intrigante Kay, un personaggio ispirato alla coroner di origini italiane Marcella Fierro, che aveva debuttato nel 1990 in Postmortem? Una bella bionda sui quarant’anni, occhi azzurri e prosperosa, nata a Miami da una famiglia di origini italiane proveniente da Verona che, nel corso dei secoli, si era imparentata esclusivamente con altri italiani per «mantenere pura la stirpe». Suo padre, Kay Marcellus II, era morto di leucemia linfatica quando lei aveva solo 12 anni. Forse anche per questo la ragazzina, crescendo, aveva dimostrato una robusta predisposizione per gli studi scientifici, coronati da una laurea in Anatomopatologia e Giurisprudenza all’università di Georgetown. A quel punto, dopo aver lavorato presso l’istituto di medicina legale di Miami Dade, avrebbe accettato l’incarico di medico legale della Virginia, trasferendosi a Richmond.
Che altro dire di lei? La passione per la cucina italiana nonché il pessimo rapporto che la contrappone alla sua unica sorella Dorothy, una scrittrice di libri per bambini, ritenuta da Kay narcisista e incapace di prendersi cura di sua figlia Lucy. Con la quale Kay stringe un rapporto molto stretto finendo per farle quasi da madre e introducendola nel suo mondo, a partire dal ruolo di analista tecnico per l’Fbi.
Sta di fatto che, nel corso di 24 “puntate”, Kay Scarpetta - una donna razionale che crede saldamente nei princìpi della scienza - è stata servita al lettore in tutte le salse, in quanto la Cornwell (che in lei, e non lo ha mai nascosto, vede una parte di se stessa) sa bene come proporla nelle sue più diverse varianti. Continuando così a stupire e a intrigare i suoi fan quasi fosse la prima volta. Anche perché Patricia Cornwell (all’anagrafe Patricia Carroll Daniels, nata a Miami il 9 giugno 1956) è una scrittrice che ci sa fare. Una penna che - come abbiamo già avuto modo di annotare - il dono della scrittura se lo porta nel Dna, in quanto discendente di Harriet Beecher Stowe, l’autrice de La capanna dello zio Tom.
Ma veniamo al dunque, ovvero a Caos (Mondadori, pagg. 344, euro 22,00, traduzione di Annamaria Biavasco e Valentina Guani), dove incontriamo Kay affiancata dagli altri storici co-protagonisti (come il collega Pete Marino, burbero capitano della polizia di Richmond, la citata nipote Lucy e il marito Benton Wesley, capo dell’unità di Scienze comportamentali nonché esperto in profili psicologici di pericolosi serial killer) in un lavoro che svicola dalla  consuetudine narrativa dell’autrice per addentrarsi in strane morti per folgorazione accompagnate da ancor più strane filastrocche.
E per quanto riguarda la sinossi? «Nella quiete del crepuscolo di una serata di inizio settembre, Elisa Vandersteel, una ragazza di ventitré anni, muore mentre sta andando in bicicletta lungo il fiume Charles. Sembrerebbe essere stata colpita da un fulmine, ma poiché è una bellissima giornata, è evidente che la causa deve essere un’altra. Questo mentre da alcuni giorni Kay Scarpetta riceve sul suo computer, ogni pomeriggio alla stessa ora, un messaggio vocale con una bizzarra e inquietante filastrocca, sempre diversa, inviata da un anonimo che si firma Tailend Charlie. E proprio quando la nostra protagonista arriva sulla scena della morte di Elisa per dare inizio alla sua indagine le arriva la settima filastrocca».
Kay ha già messo al corrente di questi messaggi non solo il collega Pete, ma anche il marito Benton e la nipote Lucy. E quest’ultima, «nonostante la sua straordinaria abilità informatica, non è stata in grado di rintracciare lo sfuggente Tailend Charlie, né è riuscita a capire come lui possa avere accesso a informazioni così private. Risulta inoltre evidente che l’anonimo molestatore sia coinvolto nella morte della ragazza. A complicare le cose, altre due morti sospette per folgorazione sembrano convincere Kay dell’esistenza di un’arma letale che uccide a distanza e che potrebbe scatenare il panico tra la popolazione se la sua esistenza diventasse di dominio pubblico…».
Detto del libro, ovviamente di intrigante lettura, torniamo al vissuto - repetita iuvant - di Patricia Cornwell, una donna che si è dovuta confrontare con una infanzia difficile, segnata da anoressia e disturbi bipolari. Inoltre, strada facendo, si sarebbe dovuta confrontare con un variegato percorso affettivo: un matrimonio con il docente universitario Charles Cornwell, dal quale avrebbe divorziato nove anni dopo pur conservandone il cognome, ma anche una relazione clandestina con una agente dell’Fbi, vicenda finita in tribunale in quanto il marito di questa poliziotta, avendo scoperto la tresca, aveva tentato di ucciderla. Un evento che avrebbe portato alla luce l’omosessualità di questa autrice, travasata peraltro anche in alcune donne dei suoi romanzi.
E ancora: qualche eccesso legato all’alcol (un incidente stradale in stato di ebbrezza, nel gennaio 1993, le sarebbe costato 28 giorni di riabilitazione); una vita milionaria quanto fuori dalle righe, nonché un’attenta gestione dei suoi averi, che l’avrebbe portata a incassare alcuni anni fa un mega-risarcimento di 50,9 milioni di dollari per l’allegra gestione del suo patrimonio; una gavetta lunga 12 anni nel campo della carta stampata, in abbinata al ruolo di analista informatico presso l’ufficio di Medicina legale della Virginia, prima di arrivare al debutto come scrittrice con Postmortem, vincitore di cinque premi al top: in altre parole il trampolino di lancio per una carriera ricca di successi e soddisfazioni.
Lei che strada facendo è stata tra i fondatori del “Virginia Institute of Forensic Science and Medicine” e della “National Forensic Academy”; lei che nel 2008, con Il libro dei morti, ha conseguito il Galaxy British Book Award per la sezione Crime Thriller; lei che è membro del Comitato consultivo del “Forensic Sciences Training Program” presso l’Ocme di New York nonché del “McLean Hospital’s National Council”, dove si propone come sostenitrice della ricerca psichiatrica; lei che, dopo aver vissuto fra New York e la Florida, attualmente si è accasata a Boston. Ma soprattutto lei che è e rimane la Patricia Cornwell di sempre, civettuola a attenta all’aspetto, in questo non disdegnando qualche aiutino per regalare una patina di giovinezza ai suoi sessanta e passa anni…

A questo punto trasferiamoci in Svezia per parlare del romanzo d’esordio di Hanna Lindberg, una bella giornalista di costume di nemmeno 37 anni che è nata e vive a Stoccolma, attiva in particolare sul web. E appunto su un blog dedicato al bel mondo è incentrato il suo primo libro, Stockholm Confidential (Longanesi, pagg. 350, euro 16,90, traduzione di Renato Zatti), il cui manoscritto è stato dapprima oggetto di contesa fra le case editrici svedesi, per poi allargare il suo raggio d’azione all’estero, con diritti acquisiti in dieci Paesi. Un romanzo dal taglio cinematografico dove il ruolo della malavita si sposa con quello delle luci della ribalta, in cui i trafficanti di droga adorano confrontarsi con il jet set e le feste, magari per finire su riviste patinate alle prese con l’irreversibile dilagare dei cambiamenti digitali. Ed è proprio in questo strano sottobosco (un mondo segnato dai giochi di potere, dagli intrighi e dai pettegolezzi, nuvole fosche che impediscono di vedere il tramonto in arrivo) che si sviluppa la trama ideata dall’autrice sulla falsariga di un giallo classico, con il morto (che sono forse due), le indagini, un crescendo di tensioni, l’inaspettato finale. Ovviamente non mancano personaggi di spessore, a partire dalla protagonista, la venticinquenne Solveig Berg, una promettente quanto determinata giornalista d’inchiesta, ben addentro ai segreti della sua città, che però commette un passo falso vedendo la sua carriera scivolare inesorabilmente verso il baratro. Così, da un giorno all’altro, si troverà con un pugno di mosche in mano. Ovvero un lavoro mal pagato da cameriera all’Howdy Burger, in abbinata a un suo blog, Stockholm Confidential, dove passa il tempo a contare le condivisioni. Fortuna vuole che le restino alcuni agganci importanti, che le consentono di intrufolarsi in eventi ben frequentati. E sarà appunto in uno di questi che «inciamperà in quello che potrebbe essere lo scoop della sua vita, ma anche il gioco più pericoloso e letale che abbia mai affrontato». Il party è di quelli che non si dimenticano, per il semplice fatto che a organizzarlo è Lennie Lee, un trentaseienne fotografo di moda nonché proprietario di Glam Magazine, una rivista scandalistica che a sua volta naviga in cattive acque. «Lennie ama la bella vita e adora circondarsi di modelle che ancora lo considerano potente. Così eccolo arrangiarsi organizzando cene riservate a ricchi imprenditori, ma anche addii al celibato per giovani milionari. Ma quando la sua amante Jennifer Leone - una ex top model ancora bellissima, seppure segnata dalla paura di invecchiare oltre che dall’uso della droga - viene trovata morta in circostanze sospette, si rende conto che restare a galla non sarà facile. Anche perché c’è una testimone, proprio Solveig, che ha visto come sono andate veramente le cose. Ma Solveig non ha intenzione di andare dalla polizia, in quanto intende utilizzare il fattaccio per realizzare lo scoop tanto atteso. Anche a costo di mettere a repentaglio la sua stessa vita». Perché niente è quel che sembra a Stoccolma, una città dove i tentacoli del passato finiscono per abbracciare il presente in una corsa verso il precipizio, dal quale sarà impossibile risalire. A meno che si sia addirittura disposti a sfidare la morte…

Proseguiamo segnalando l’ultimo romanzo firmato da Roberta de Falco (nom de plume della regista e sceneggiatrice cinematografica Roberta Mazzoni, nata a Milano il 3 ottobre 1951), ovvero Non è colpa mia (Sperling & Kupfer, pagg. 286, euro 17,90). Un lavoro nuovamente ambientato a Trieste, «dove la bora cancella ogni colpa, ma nessuno è innocente per sempre», così come in questa città erano già stati ambientati Nessuno è innocente, Bei tempi per gente cattiva e Il tempo non cancella, tre storie le cui indagini erano state affidate al commissario della Mobile locale, l’irascibile, insofferente, permaloso e… adiposo Ettore Benussi. Un uomo di sessant’anni, scrittore mancato e padre inadeguato di una ragazza problematica di diciotto anni. Che questa volta, come vedremo, si trova costretto a lasciare spazio - pur facendo capolino di tanto in tanto sulla scena in quanto alle prese con giramenti di testa, nausea e ronzii - a due suoi allievi, gli ispettori Elettra Morin e Valerio Gargiulo, che dal «maestro hanno imparato una lezione impagabile: quella di non arrendersi mai». Un escamotage, c’è da ritenere, per regalare spessore a due altre figure, in quanto - narrativamente parlando - non si sa mai. Ovviamente anche a loro l’autrice regala robusti tocchi di originalità, all’insegna di un feeling che si sta perdendo per strada e che richiederà, prima o poi, una decisione. Ma a tenere la scena sono anche altri protagonisti, come il pubblico ministero Rosanna Guarneri o il medico legale Tullio Cerri. Tutti peraltro ben affiatati in quanto in un piccolo centro i rapporti risultano logicamente più stretti, ma non è detto consolidati, rispetto a quelli di una grande città. A tenere la scena due fattacci: una donna trovata in fin di vita (si tratta di Julija Rostova, una ragazza ucraina scampata miracolosamente alla morte) e un’altra ammazzata (la turista americana Annabel Alexander). Due casi difficili da risolvere, in quanto scarsi sono gli indizi ed estremamente complicate si propongono quindi le indagini. Ma Morin e Gargiulo, intenzionati a non mollare, seguiranno con caparbietà «due piste nebulose, confuse da testimonianze contraddittorie e da tracce che qualcuno vorrebbe nascondere a tutti i costi. E si tratta di due piste che porteranno indietro nel tempo, a un punto d’incontro di tragica fatalità. Dove la signora dai modi amichevoli e la giovane donna in cerca di un nuovo inizio si riveleranno ben diverse da come sembrano». In buona sostanza, «sullo sfondo di una città segnata dai chiaroscuri autunnali», Roberta de Falco disegna ancora una volta personaggi taglienti e incisivi, tormentati tra bene e male, tra possesso e libertà, tra vita e morte. Detto del libro, spazio ad alcune note sul privato dell’autrice, nata appunto Roberta Mazzoni, che dopo aver frequentato corsi di Letteratura alla Statale di Milano aveva esordito nel mondo dello spettacolo come costumista per il Piccolo Teatro. Successivamente si sarebbe trasferita a Roma per darsi da fare come sceneggiatrice, finendo anche per insegnare narratologia cinematografica. Molto vicina alla scrittrice Susanna Tamaro (fa parte del consiglio della Fondazione Tamaro per progetti formativi e umanitari), vive a Porano, nella campagna di Orvieto. Che altro? Attingendo dal suo curriculum scopriamo che si è occupata di Segreti, Silenzi, Bugie di Adrienne Rich, che è stata curatrice di un libro di Cesare Zavattini (Basta coi Soggetti), che si è proposta come montatrice alla Rai Corporation di New York, dove ha realizzato programmi scientifici in collaborazione con Ruggero Orlando, il mitico corrispondente dagli Stati Uniti dei tempi che furono.

In chiusura di rubrica, con un certo colpevole ritardo, suggeriamo il romanzo breve Cleopatra va in prigione (Edizioni minimum fax, pagg. 130, euro 15,00), firmato da Claudia Durastanti, scrittrice e traduttrice nata a Brooklyn l’8 giugno 1984 e che oggi vive a Londra, dove si occupa di cultura pop e di libri per diverse testate. Lei che dopo aver vissuto i primi sette anni negli States (è fra l’altro naturalizzata americana) sarebbe rientrata con la famiglia in Italia, e più precisamente in Basilicata, per poi frequentare l’università a Roma e darsi da fare come esperta musicale per la webzine Indie For Bunnies e per la rivista Il Mucchio Selvaggio. Insomma, percorsi a largo raggio che l’hanno portata a nutrirsi di diverse culture e angolazioni letterarie, con il risultato di proporsi, narrativamente parlando, imprevedibile quanto originale. Lei che, dopo aver esordito nel 2010 con Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra, vincitore del Premio Castiglioncello Opera Prima e del Premio Mondello Giovani, sarebbe tornata sugli scaffali - sempre per i tipi della Marsilio - con A Chloe, per le ragioni sbagliate, un romanzo dal titolo intrigante e i cui contenuti si riallacciano, a ben vedere, ai deragliamenti del grande sogno americano. E ora eccola di nuovo alla ribalta con Cleopatra va in prigione, un lavoro - imparentato soltanto alla lontana con la narrativa di settore - che si nutre di graffianti angolature di vita. In ogni caso struggente e duro quanto basta, ricco di colpi di scena. Un romanzo ambientato nelle problematiche borgate della Capitale, dove le delusioni risultano all’ordine del giorno e i sogni sono pronti a infrangersi sugli spigoli dei tradimenti. Si tratta quindi di periferie, quelle descritte da Claudia Durastanti, spogliate della violenza e della criminalità dilagante, pronte a lasciare spazio a una descrizione meno urlata ma altrettanto efficace. Giocata peraltro sulla povertà, sul disincanto degli obiettivi, sull’impossibilità di poter contare su un vero futuro. Ma non per questo - lascia intendere l’autrice - è il caso di mollare la presa, in quanto la vita potrebbe avere altro da offrire. Ed è appunto su questa falsariga che si dipana il canovaccio della storia, dura e amara quanto basta. Ogni giovedì Cleopatra, che in realtà si chiama Caterina, «va a trovare Aurelio, il suo ragazzo, nel carcere di Rebibbia. Sono entrambi figli dell’estrema periferia romana e in passato hanno provato a costruire un sogno insieme: gestire un night club. Ma le cose sono andate diversamente dai loro progetti e Caterina, ex ballerina di danza classica, si è ritrovata a lavorare come spogliarellista proprio nel locale di Aurelio. Adesso lui è in prigione ed è convinto che lo abbiano incastrato. Come reagirebbe se sapesse che, una volta uscita di lì, la sua ragazza si infila tra le lenzuola del poliziotto che lo ha arrestato?». Insomma, ci troviamo di fronte all’eterno triangolo della vita. Con lui dietro le sbarre dopo il fallimento del suo locale, lei a darsi da fare alla reception di un albergo malfamato e l’altro alle prese con una promozione che tarda ad arrivare. Il tutto venato dalla solitudine e dalla noia, «tutta miseria e asfalto», di una città che finisce per pesare, eccome, sul loro futuro.

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