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Gli uffici negano l’autotutela al contributo a fondo perduto e si apre pertanto un contenzioso

La risposta negativa del Fisco, tuttavia, può essere impugnata - entro sessanta giorni - con il ricorso da presentare alla commissione tributaria provinciale


09/11/2020

di Salvina Morina e Tonino Morina


L’Agenzia delle entrate, divisione servizi di Roma, ha concesso la chance dell’autotutela ai contribuenti che hanno commesso qualche errore nella richiesta del contributo a fondo perduto, non ricevendo il contributo o ricevendolo in misura inferiore a quello spettante. Alcuni uffici, però, negano l’opportunità dell’autotutela e invitano il contribuente a presentare ricorso se non sono d’accordo con il diniego. 
Contro il diniego, si apre la via del contenzioso - Sono diversi i contribuenti che stanno ricevendo il diniego dell’ufficio e che sono quindi davanti a un’alternativa: o rinunciano al contributo o impugnano il diniego entro 60 giorni, iniziando un contenzioso infinito con l’ufficio, dagli esiti sempre imprevedibili. Nella lettera di diniego, l’ufficio illustra anche le modalità per presentare il ricorso o il reclamo mediazione se il valore della lite non è superiore a 50mila euro. Per altri contribuenti, invece, nonostante siano passati più di due mesi da quando è stata presentata la richiesta del contributo, il sistema del Fisco segnala che l’istanza è “in lavorazione”, ma non si sa nulla di quando questa “lavorazione” finirà. 
Le indicazioni dell’Agenzia delle entrate - Si ricorda che, con la risoluzione 65 dell’11 ottobre 2020, l’agenzia delle Entrate, direzione centrale di Roma, ha offerto una nuova chance ai soggetti che hanno chiesto il contributo a fondo perduto, a norma dell’articolo 25 del decreto - legge 19 maggio 2020, n. 34, e che hanno commesso qualche errore nella richiesta presentata, non ricevendo alcun contributo o ricevendo un importo inferiore a quello spettante. Nuova opportunità che viene offerta anche ai contribuenti che hanno indicato un codice Iban del conto corrente sbagliato e che hanno ricevuto lo scarto dell’istanza presentata, ma che non hanno poi ripresentato un’istanza sostitutiva. 
Con la predetta risoluzione 65 l’Agenzia delle entrate ha quindi rimesso in pista i contribuenti incappati in qualche errore. Gli interessati possono perciò, anche tramite gli intermediari incaricati, presentare una nuova istanza “volta alla revisione, in autotutela, dell’esito di rigetto o dell’entità del contributo erogato sulla base di quella già inviata all’agenzia delle Entrate” entro il 13 agosto 2020, o entro il 24 agosto 2020 per gli eredi che continuano l’attività per conto del soggetto deceduto. 
Il codice Iban sbagliato stoppa il contributo - Un contribuente, che ha presentato la richiesta del contributo a fondo perduto entro il 13 agosto 2020, ha indicato un codice Iban sbagliato e, di conseguenza, ha poi ricevuto lo scarto dell’istanza, pur avendo diritto al contributo. Per fortuna, in base alle indicazioni contenute nella richiamata risoluzione 65, presenta, in data 19 ottobre 2020, una nuova istanza, tramite un intermediario abilitato, volta alla revisione, in autotutela, della precedente. Presenta quindi il nuovo modello dell’istanza via Pec (Posta elettronica certificata) alla direzione provinciale territorialmente competente in relazione al domicilio fiscale del richiedente, in qualità di titolare di partita Iva. L’istanza viene correttamente firmata digitalmente dall’intermediario indicato nel riquadro dell’impegno alla trasmissione, e si allega la copia del documento d’identità del contribuente. 
Al modello dell’istanza, l’intermediario allega anche una nota nella quale spiega in modo puntuale e chiaro i motivi dell’errore, nel caso specifico, l’errata indicazione del codice bancario. Peraltro, l’errore dell’indicazione del codice Iban era stato richiamato nella stessa risoluzione come uno degli errori che aveva causato lo scarto dell’istanza e ai quali si poteva porre rimedio. 
L’immotivato diniego dell’ufficio - A questo punto, il contribuente e il suo intermediario, visto che nella nuova istanza era stato indicato il codice Iban corretto, ed essendo solo questo il motivo dello scarto, si attendevano l’accredito del contributo a fondo perduto. A distanza di appena due giorni, invece, è arrivata la risposta dell’ufficio, che, senza spiegare i motivi, nega il diritto al contributo a fondo perduto. La risposta dell’ufficio è la seguente: “facendo seguito all’istanza di autotutela .... si comunica che il caso prospettato non rientra tra le previsioni di cui alla risoluzione 65 dell’11 ottobre 2020 e pertanto non può essere accolta”. La risposta è disarmante per la ragione che è immotivata ed in contrasto con le indicazioni diramate dall’Agenzia delle entrate di Roma. Tenuto conto che, come si è detto, sono diversi i contribuenti che stanno ricevendo il diniego dell’ufficio, essi sono davanti ad un’alternativa: o rinunciano al contributo o iniziano un contenzioso infinito. 
Il “gioco dell’oca del contenzioso” - Il contribuente, che è costretto ad aprire un contenzioso, sa bene che per alcuni uffici è poi difficile abbandonare la lite. In certi casi, infatti, aperta una lite, gli uffici proseguono il contenzioso come se fosse diventato il “gioco dell’oca”. Ad ogni sentenza favorevole per il contribuente, segue l’appello dell’ufficio che, in genere, non rinuncia alla lite, anche se è sicuro di perdere. D’altra parte, il funzionario dell’ufficio che ama la lite non rischia nulla. Non è giusto perché i fastidi per i contribuenti, non solo in termini economici, sono notevoli. Ma gli uffici se ne lavano le mani, lasciando fare ai giudici, e, anche se perdono in tutti e due i primi gradi di giudizio, proseguono la lite fino alla Cassazione. 
Insomma, almeno dieci anni di sofferenze per i contribuenti, che, in alcuni casi, per i contenziosi più complessi, possono anche diventare più di trenta anni. Gli uffici non devono proseguire le liti perse in partenza. Essi devono avere il coraggio di riconoscere i propri errori, ricordandosi dell’autotutela, perché il cittadino merita rispetto, soprattutto se è un contribuente leale. Compito degli uffici è di migliorare la sostenibilità delle pretese tributarie indicate negli atti, non di aprire e poi proseguire liti inutili fino alla Cassazione. Purtroppo, in alcuni uffici, la parola d’ordine “ridurre il contenzioso” viene letta al contrario, come se fosse scritta “moltiplicare il contenzioso”.

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