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Governo in bilico e dossier irrisolti, ma non c’è nessuno a volere le elezioni anticipate

Secondo Renato Mannheimer a pesare su un eventuale ritorno alle urne è il rischio di non essere rieletti. Intanto la politica che non risolve i problemi alimenta l’antipolitica e il populismo, mentre al Paese servirebbe una classe dirigente competente. E la riforma elettorale? Si cambia di continuo senza garantire la governabilità


20/01/2020

di Giambattista Pepi


L’Italia convive con il rischio. Non da ora. L’alea per il nostro Paese si può paragonare al fenomeno delle maree: a volte è bassa, altre volte è alta. Adesso siamo nella fase di alta marea. La causa? Le incognite che pesano sulla tenuta del Governo per i tanti dossier divisivi aperti e irrisolti, così come le conseguenze per la maggioranza che potrebbero scaturire dall’eventuale esito negativo delle imminenti regionali che potrebbero spianare la strada alle elezioni anticipate. 
I test legati al voto in Calabria e Emilia Romagna non hanno però lo stesso peso specifico. È soprattutto Bologna più che Catanzaro a contare di più, essendo la città delle due torri la tradizionale roccaforte e il simbolo del Partito democratico, come lo fu in passato della Sinistra storica (Pci e Psi). Dal suo risultato - secondo gli esponenti dei partiti del Centrodestra - potrebbe dipendere il mantenimento in vita dell’esecutivo Conte, mentre i partiti di governo (Pd, M5S, LeU e Italia Viva), ritengono che il suo risultato (positivo o negativo che sia) non inciderà in alcun modo sulla sua tenuta e sul proseguimento della sua azione, tanto più che è stato lo stesso premier a richiedere una sorta di “tagliando” al suo Governo. 
In ogni caso i mercati, le imprese, i sindacati si interrogano sull’attuale fase politica e si chiedono quali potrebbero essere gli sbocchi qualora le elezioni regionali aprissero una breccia nella maggioranza, accentuandone le divisioni. Che non si tratti di ipotesi inverosimili lo si capisce dal fermento nel cantiere delle riforme, in primis sulla legge elettorale che ciascun partito vorrebbe ridisegnare secondo le proprie aspettative e necessità. Fermo restando il fatto che bisognerà pur sempre fare i conti con i parlamentari eletti meno di due anni fa che non crediamo proprio accetterebbero di buon grado di farsi da parte prima della scadenza del mandato, visto che la loro ricandidatura e rielezione non sarebbero affatto scontate. 
Ed è appunto su questo quadro complicato che abbiamo intervistato Renato Mannheimer, milanese, 73 anni, sociologo, saggista e sondaggista molto popolare.

Partiamo dagli umori del Paese. Che aria tira? Cosa dicono i sondaggi? 
Tira un’aria duplice: da una parte c’è un allontanamento dalla politica e dall’altra il disgusto verso chi la fa. C’è stato un divertente sondaggio prima di Natale basato sul seguente quesito: quale politico vorreste avere ospite a casa vostra per il pranzo di Natale. E la maggioranza ha detto nessuno: non ci voglio avere a che fare. La gente vede la politica come una cosa che non aiuta a risolvere i problemi. Questo favorisce l’antipolitica e il populismo: combattiamo questa politica inconcludente e favoriamo il popolo direttamente. Io non la condivido, ma antipolitica e populismo sono sempre più diffusi. Noto inoltre un distacco e un disinteresse verso la politica soprattutto nei giovani.

Come si spiega allora il fatto che ogni partito e ogni leader ha un suo seguito: da Salvini alla Meloni, da Berlusconi a Di Maio, da Di Battista e Beppe Grillo a Zingaretti e Renzi? Piazze piene anche di Sardine… 
Sì. Ogni partito ha la sua schiera di militanti. Non è tanto difficile riempire una piazza. Sono qualche migliaio di persone. Una volta c’era il detto della Democrazia cristiana: piazze piene, urne vuote. Quello del distacco dalla politica è un fenomeno che coinvolge la maggior parte della gente. Poi ci sono i militanti che sono un’altra cosa.

Da dove scaturisce questa disaffezione? In fondo la politica, occupandosi di cose reali, non dovrebbe coinvolgere di più? 
La politica si dovrebbe occupare delle cose reali di oggi, sia soprattutto del futuro del Paese con una strategia vera senza improvvisazioni. Oggi la politica non si occupa né dell’oggi né del domani. Non è sull’immediato che occorre agire vista la condizione del nostro bilancio, ma il guaio vero è che non riusciamo ad avere una visione strategica. Per due motivi: anzitutto perché non esistono più le ideologie tradizionali che hanno portato a un distacco dalla politica. Negli anni precedenti la fine dei partiti politici storici c’era la fedeltà a una idea, a un partito, a un pensiero politico: c’erano i democristiani, i comunisti, i socialisti, i repubblicani, i liberali. Allora gli italiani si riconoscevano in quei partiti e avevano un’identità precisa. I dirigenti e i parlamentari di quei partiti erano legati a ideologie, avevano degli obiettivi ambiziosi per cui battersi. Orfani delle ideologie e dei partiti, oggi i politici non hanno ambizioni, ma ubbidiscono all’interesse personale che è quello di essere rieletti. Per loro la prospettiva di medio periodo non ha alcun senso, perché essi operano sul breve termine.

Potremmo dire allora che la nave dell’Italia si muove a vista? 
Sì. È proprio così. La nostra è una politica di piccolo cabotaggio.

A fine gennaio si svolgeranno le elezioni regionali in Emilia Romagna e Calabria. Chi prevarrà? 
Come lei saprà, per legge, fino al giorno delle elezioni non possiamo pubblicare previsioni. Oggi fare previsioni è comunque molto complicato. Perché molti elettori decidono all’ultimo momento: un elettore su tre ha dichiarato di avere deciso cosa votare nell’ultima settimana. Uno su cinque l’ultimo giorno. Questo denota una grossa mobilità. Pertanto è estremamente difficile poter dare responsi sulle elezioni.

Secondo lei, in caso di sconfitta del Pd in Emilia Romagna, il Governo si deve dimettere? 
La maggior parte degli osservatori sostiene che in caso di sconfitta del Centrosinistra in Emilia Romagna ci sarebbero effetti sul Governo. Personalmente non lo so. Sono scettico perché le persone al Governo sono legate tra di loro da un interesse che sovrasta tutto: restare dove sono. In caso di nuove elezioni il Movimento 5 Stelle dimezzerebbe il numero dei parlamentari. Pertanto le persone stesse che sono in Parlamento non sanno se potranno essere ricandidate e, soprattutto, se potranno essere rielette. Quindi il loro primario obiettivo è conservare il seggio. Un analogo ragionamento si può fare anche per il Pd. Stare in Parlamento è un mestiere bellissimo: si ha un buon stipendio, si è riveriti socialmente, si hanno tutti gli onori. Siccome il loro reale obiettivo è di conservare il posto, credo che anche nel caso in cui il Pd e gli altri partiti della coalizione perdessero le elezioni in Emilia Romagna, si può essere certi che i parlamentari (e non solo quelli della maggioranza) farebbero carte false pur di restare sedute nelle poltrone.

All’interno della maggioranza la convivenza diventa difficile. Le questioni controverse sono molte. Se non sarà il voto, saranno le tensioni a far implodere il Governo Conte? 
Non lo so. Malgrado tutte le contraddizioni interne che ha, faranno tali e tanti compromessi pur di restare alla guida del Paese. Poi sono pronto ad essere smentito dai fatti come mi è successo nella vita.

Se è vero che le urne sono lontane, come si spiega il gran fermento nel cantiere delle riforme soprattutto del sistema elettorale? È solo fumo negli occhi? 
No. Ci si prepara nell’eventualità ci siano le elezioni o per vincere o per non perdere in modo molto vistoso. Insomma si cerca di adattare lo strumento elettorale ai propri fini. Oltretutto questo cambiare di continuo legge elettorale è tipico del nostro Paese ed è assolutamente inusuale in una vera democrazia. Penso che la legge elettorale dovrebbe essere quella accettata da tutti e non cambiata a seconda delle ultime circostanze. Adesso si cerca di fare una legge elettorale contro Salvini, il quale leader della Lega, a sua volta, cerca di farla nel suo interesse. Vengono fuori oltretutto molte proposte che lasciano il tempo che trovano. Chi è al governo si vuol fare la sua legge per non perdere consensi e potere, e chi è all’opposizione aspira a vincere per andare al governo. Ma ricordiamoci che i calcoli che si fanno a tavolino rischiano di essere sbagliati. Prima di estinguersi, la Dc fece una legge elettorale che sembrava consona per lei e invece ne decretò la fine.

Nel corso del tempo i sistemi elettorali sono cambiati oscillando dal proporzionale al maggioritario fino al misto, ma il problema della durata dei Governi è lungi dal trovare una soluzione. Da inizio legislatura sono già due i governi con maggioranze diverse guidate sempre dallo stesso premier, peraltro non eletto. Lo stesso era successo con Matteo Renzi e con Mario Monti. 
Trovo che non ci sia niente di male nel fatto che il premier non sia eletto. Nel senso che la Costituzione non prevede l’elezione diretta del premier. Il premier viene indicato dal Presidente della Repubblica sulla base di consultazioni con i rappresentanti dei partiti politici in Parlamento, ma potrebbe sceglierlo anche tra i cittadini non eletti in Parlamento se reputa che ci sia la persona adatta a formare e guidare il governo. E’ anche vero che i governi che si sono succeduti sono nella forma più strana. Perché abbiamo avuto un risultato strano nelle elezioni politiche del 2018: siamo passati da un sistema bipolare ad uno tripolare: Centrodestra, Centrosinistra e M5S. 

Il premier viene scelto, ma non eletto. Eppure Salvini ha dichiarato nei giorni scorsi che avvierà la raccolta di firme per l’elezione diretta del Capo dello Stato. 
Benissimo. Ognuno può prendere le iniziative che crede e vedremo se questa riforma potrà andare in porto. L’elezione diretta del Capo dello Stato è un pezzo di una riforma istituzionale che andrebbe fatta e valutata nel suo complesso.

In un’intervista a La Stampa, il tesoriere del Pd Luigi Zanda ha sostenuto che serve un’assemblea Costituente con tutte le forze politiche, che cambi forma di Stato e di Governo. Cosa ne pensa? 
Ripensare alla nostra forma istituzionale dopo molti anni può essere una cosa utile anche se ci sono altri Paesi che hanno mantenuto inalterata la loro forma di Stato e di Governo. È difficile però, secondo me, che in questo stato di frammentazione dei partiti si trovi poi un accordo. Non vorrei che eleggere un’Assemblea costituente serva ad avere dei posti redditizi per accontentare persone vicine ai partiti ma che non serva a niente.

La commissione Bozzi, poi la commissione D’Alema, la riforma Berlusconi, poi quella di Renzi non sono servite a nulla. In Italia c’è un riformismo ma senza riforme. Perché? 
Senza riforme perché purtroppo non c’è la capacità da parte dei politici di tutti i partiti di vedere in prospettiva ciò che serve meglio al Paese ma di puntare ad operare sul breve termine. È una fase così e non credo sinceramente che ci sia da farsi illusioni che la situazione possa cambiare.

Di cosa ha bisogno il Paese per crescere complessivamente: nell’economia, nella giustizia sociale, nel rapporto all’interno dell’Europa, per riavere ruolo e prestigio nel mondo? 
Ogni osservatore ha la propria opinione su ciò che serve al Paese. Credo che noi avremmo bisogno di riconoscere un premio alla competenza. Specie per quello che riguarda la classe politica che si forma. Noi oggi abbiamo spesso dei politici che dal punto di vista della preparazione lo sono molto di meno di coloro che li hanno preceduti. E forse questo è il punto più importante ed è su questo che occorrerebbe agire.

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