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Hai mai avuto paura di rimanere intrappolato nella vita di un altro?

Su questo inquietante interrogativo si sviluppa il thriller psicologico dell’esordiente Ann Morgan. Luci della ribalta anche su Pierre Lemaitre e Andrea Camilleri


03/04/2017

di Mauro Castelli


È un esordio col botto nella narrativa di settore quello dell’inglese Ann Morgan, giornalista freelance che vive a Londra e collabora con testate di peso come il Guardian, l’Independent e il Financial Times. Lei figlia di Internet, nel senso che si è fatta conoscere attraverso un blog di successo nel quale si riprometteva di leggere, nel corso del 2012, un’opera per ogni Paese del mondo, lavoro travasato nel 2015 nel suo primo libro, intitolato appunto Reading the World: Confessions of a Literary Explorer e pubblicato da Bloomsbury. Lei che lo scorso anno è tornata sugli scaffali, «cogliendo di sorpresa critica e pubblico», con un thriller fra i più premiati in Inghilterra e in corso di pubblicazione in diversi Paesi, Stati Uniti compresi.
Ovvero La gemella sbagliata (Piemme, pagg. 390, euro 19,50, traduzione di Rachele Salerno), un romanzo psicologico che si addentra nei segreti di una famiglia non proprio perfetta e si rapporta a un inquietante interrogativo: hai mai avuto paura di restare intrappolata nella vita di un’altra? E, in seconda battuta, hai mai avuto paura di tua sorella? Il tutto supportato da una trama ben congegnata, frutto peraltro di un approfondito lavoro di ricerca, dove a tenere banco sono i ribaltamenti di prospettiva in abbinata a numerosi colpi di scena. Fermo restando il supporto di una latente inquietudine che finirà per indurre il lettore a porsi delle domande e a riflettere su chi delle due protagoniste è realmente la perfida.
«Questo libro - annota con una buona dose di modestia l’autrice, laureata in Letteratura inglese a Cambridge e forte di un master in Scrittura creativa conseguito presso la London School of Journalism - ha soltanto il mio nome in copertina, ma è il risultato dell’impegno e delle idee di molte persone». In effetti, per non commettere errori e guadagnarsi credibilità, Ann Morgan ha attinto dai suggerimenti di amici e conoscenti per avere risposte su disparati argomenti, come nel caso delle procedure di polizia, del sistema degli assegni di disoccupazione, delle complicazioni legate a una vita vissuta a fianco di una persona affetta da un disturbo bipolare.
Ma veniamo alla trama, incentrata sullo stretto legame che lega due gemelle: certamente più profondo di quello che unisce fratelli e sorelle di diversa età. Ma nel nostro caso c’è qualcosa che non quadra. Vediamone quindi il perché. A tenere la scena sono Helen ed Ellie. Talmente identiche che tutti fanno fatica a riconoscerle, tanto è vero che la madre, per poterle distinguere, ne pettina una con il codino e l’altra con la treccia. Ma le due bambine sanno di essere diverse: «Helen è la leader, Ellie la spalla. Helen decide, Ellie obbedisce. Helen pretende, Ellie accetta. Helen inventa i giochi, Ellie partecipa. Finché Helen se ne inventa uno che potrebbe creare problemi: quello di scambiarsi le parti. Magari solo per un giorno. Dai vestiti alla pettinatura ai modi di fare. Ed ecco che Ellie, con la treccia di Helen, comincia a spadroneggiare, mentre Helen si finge la sottomessa e spaventata Ellie».
È una burla divertente, «le due bambine ne sono entusiaste. Anche perché ci cascano tutti, persino la mamma. Ma, alla sera, quando il gioco dovrebbe essere finito ed Helen pretende di tornare a essere se stessa, Ellie per la prima volta dice di no. Ormai è lei la leader». Di fatto Ellie, più che soddisfatta dello scambio che l’ha messa in una posizione di potere, non intende abbandonare il suo nuovo ruolo. Continua così a fingere di essere Helen e alla sorella, incapace di convincere gli altri, non rimane che adattarsi a un ruolo subalterno.
A questo punto lo scambio di ruoli - chi l’ha detto che un gioco è bello quando dura poco? - finisce per protrarsi e le parti si confondono. E per la vera Helen, la voce narrante della storia, comincia l’incubo. Finendo per doversi confrontare con la vita ricca di soddisfazioni e di affetti della sorella, mentre la sua, giorno dopo giorno, precipita verso un abisso di insoddisfazione e di carenze affettive. Vittima per tutta la vita, forse, di uno scambio di identità non voluto. Risultato? Un romanzo intriso di quello che non ti aspetti, di inquietudini a doppio taglio, di personaggi che non sono quelli che dovrebbero essere. A fronte di un modo di raccontare che si rifà sì a quello dei bambini, ma con un tocco di quella maliziosa perversione che, nella finta semplicità dell’infanzia, spesso sfugge al mondo degli adulti.
Insomma, un capolavoro di suspense e inquietudine - come viene annotato nella seconda di copertina - che riesce a raccontare in modo straordinario la discesa agli inferi della protagonista, nonché la facilità con cui si possono manipolare le persone e distorcere la realtà. Perché non tutto è quel che sembra, anche nelle migliori famiglie. E in quella di Helen ed Ellie ci sono molti più segreti di quanti le bambine stesse possano immaginare...

Dopo l’elogio a una esordiente di peso, spazio a una penna affermata e apprezzata da una larga platea di lettori. Stiamo parlando della stella del noir francese Pierre Lemaitre, un autore che si porta al seguito la capacità di scavare, graffiando, nei temi sociali, familiari e sentimentali. Del quale l’editore Fazi, nella collana Darkside, ripropone un romanzo del 2010 (Prix Le Point du polar européen), ovvero Lavoro a mano armata (pagg. 430, euro 16,50, traduzione di Giacomo Cuva), incentrato sul tema della crisi economica e che lo stesso Fazi aveva già dato alle stampe a fine 2013. Ma visto che si tratta di una chicca tuttora di grande attualità, ha deciso di rieditarla e noi di riproporla lettori. Una chicca che trae spunto da un fatto di cronaca per addentrarsi fra le pieghe di una disoccupazione che si propone portatrice di violente devianze psicologiche e fisiche. Con l’autore a picchiare duro sul capitalismo, definito «cieco, brutale, implacabile; pronto a cacciare uomini e donne come fossero rifiuti, licenziati solo per far guadagnare agli azionisti qualche euro in più». E per quanto riguarda il ruolo del management? Altra mazzata, in quanto definito «come una delle più grandi truffe del nostro secolo». A tenere la scena di Lavoro a mano armata è un uomo di 57 anni, Alain Delambre (felicemente sposato e con due figlie adulte), che dopo una vita trascorsa a lavorare come responsabile delle risorse umane si trova da un giorno all’altro a spasso. Costretto quindi, visto che alla sua età risulta difficile rimettersi in pista, a fare di tutto pur di far quadrare i conti familiari. Fortuna vuole che, almeno in apparenza, gli si prospetti la possibilità di un nuovo lavoro, che oltre tutto sembra fatto apposta per lui. Eccolo così, sulle ali dell’entusiasmo, buttarsi anima e corpo nella nuova avventura senza rendersi conto di una serie di risvolti poco chiari. D’altra parte pur di rifarsi una vita, riconquistare la fiducia persa e poter tornare a guardare le figlie negli occhi è disposto a tutto. Persino ad allontanarsi dalla moglie Nicole quando lei inizia a porgli delle domande scomode. Ad esempio: come mai, come test di assunzione, gli viene chiesto di partecipare a un finto sequestro di persona? Ma chi se ne importa, il lavoro è quello che conta e pur di tornarselo a conquistare è disposto a tutto. Persino a giocarselo a… mano armata. A questo punto, detto del libro di intrigante lettura, alcune note su Lemaitre. Autore e sceneggiatore a tempo pieno dopo aver insegnato per diversi anni Letteratura francese («Sono arrivato tardi alla scrittura, ma in questo modo nei miei libri c’è l’esperienza di una vita. Tutto il mio bagaglio di fallimenti e di successi. Poteva essere così se avessi avuto solo una trentina d’anni quando ho iniziato a scrivere?»), è nato a Parigi il 19 aprile 1951 e ha dato alle stampe, a partire dal 2006, otto romanzi: sette noir (tradotti in tredici lingue) e uno che si rifà all’epopea della Prima guerra mondiale, ovvero Au revoir là-haut (Ci rivediamo lassù nella versione italiana pubblicata da Mondadori), vincitore del Prix Goncourt.

In chiusura di rubrica spazio a una riproposta d’autore, quella del romanzo La mossa del cavallo (Sellerio, pagg. 258, euro 14,00), che Andrea Camilleri aveva pubblicato per la prima volta nel 1999 per i tipi della Rizzoli e in seguito «compreso in un Meridiano» dedicato ai suoi romanzi storici e politici. Con la correzione di un errore temporale da nessuno rilevato, «se non da un mio lettore genovese, il quale si era reso conto che avevo fatto durare una giornata più di 48 ore». Grande anche in questo, lo scrittore siciliano, nell’ammettere cioè la disattenzione. Ma torniamo al dunque, ovvero a questo lavoro imperniato, come da titolo, su una combinazione unica del gioco degli scacchi, quella che vede il cavallo scavalcare gli altri pezzi muovendosi in modo speciale, disegnando cioè una “L”. In altre parole la storia si rifà «a una macchina scenografica a scacchiera, i cui spazi mobili sono resi illusori dal tatticismo dei giocatori» e prende spunto da un fatto raccontato da Leopoldo Franchetti nel suo saggio Politica e mafia in Sicilia, scritto nel 1876 e pubblicato soltanto nel 1995. Ma, tiene a precisare Camilleri, tutti i personaggi e tutti i fatti sono inventati di sana pianta a parte l’episodio centrale: l’assassinio a fucilate di un prete ricco, corrotto e prepotente, il quale prima di morire confida all’ispettore capo ai molini (inviato a Montelusa dal direttore generale delle Finanze di Roma per indagare e riferire su alcuni sospetti episodi di corruzione, ma soprattutto sulle cause della morte poco chiara di altri due ispettori) che a sparargli è stato il suo odiato cugino. Il quale ispettore capo, che si chiama Giovanni Bovara, un «siciliano che parla genovese» (è infatti nato a Vigàta, ma è cresciuto a Genova), denuncia il fattaccio. Purtroppo poche ore dopo aver reso la sua deposizione (allergico com’è alla corruzione, la qual cosa lo porta a dover subire l’ambiente mafioso e omertoso in essere in quel periodo) verrà arrestato e accusato dell’omicidio. E non sarà facile, in questo rovesciamento di ruoli, dimostrare la sua innocenza. Ma ci riuscirà, riappropriandosi del suo dialetto, il siciliano, e con esso il modo di pensare della sua gente. In altre parole contrattaccando con le stesse armi di chi lo vuole far condannare. Come annota Salvatore Silvano Nigro in una sinossi egregiamente commentata, tutto si sviluppa in un teatro di «manovre ingannatrici, senza che nulla appaia accadervi. Il macchinismo è in obbligo ora con la falsità, ora con gli sghembi della ragione. Il traffico delle apparenze è gestito, in tutti i casi, dalla contraffazione: canagliesca da una parte; dettata dalla disperata lucidità della ragione dall’altra. Inoltre la partita è truccata. La verità è uno scavalcamento, uno scacco matto che scombina. Che sfugge sempre dietro l’angolo». La vicenda che tiene banco ne La mossa del cavallo - «un giallo in forma di farsa tragica, irresistibile nei suoi crescendi rossiniani» - si svolge tra Montelusa e Vigàta, nell’autunno del 1877, ai tempi della Sinistra storica al governo e dei malumori contro il mantenimento dell’odiosa tassa sul macinato. «Regista, in ombra, delle trame (delittuose e politiche) del circo è il capomafia don Cocò Afflitto: il proprietario dei mulini e dei giornali locali. Sta di fatto che per neutralizzare le denunce di corruzione del ragionier Bovara vengono predisposte varie messinscene». E l’ispettore dovrà prestare molta attenzione per non finire nella trappola che gli è stata tesa. Che dire: ancora una volta Camilleri si dimostra quanto mai abile nel penetrare, giocando di fioretto, nella mentalità corrosiva di un periodo in cui la vita valeva meno di niente se eri dalla parte sbagliata. E lo fa intrigando e catturando il lettore.

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