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Hostess a luci rosse, carismatici gigolò, un capitano in crisi e un omicidio inquietante

Arriva in libreria un premiato romanzo di Dominique Sylvain ambientato a Tokio, dove nulla è quello che sembra


08/01/2018

di Massimo Mistero


Per chi non la conosce sarà una piacevole sorpresa leggere Kabukicho (pagg. 214, euro 16,00), proposto da 66THAND2ND e tradotto con il dovuto garbo da Guia Boni. La qual cosa non deve stupire in quanto Dominque Sylvain è una figura di spicco del polar francese, il neologismo che si rifà al trentennio 1940-1970 per definire il noir nazionale, quello contraddistinto da atmosfere cupe e introspettive. Lei che è nata a Thionville il 30 settembre 1957 e che strada facendo, oltre a collezionare premi letterari, ha svolto attività giornalistica per Le Journal du dimanche, oltre a lavorare in ambito siderurgico gestendo un ruolo di livello presso il Gruppo Usinor. 
Sylvain aveva iniziato a scrivere nel 1993, durante il suo primo soggiorno in Giappone, pubblicando due anni dopo, con le edizioni Viviane Hamy (e così sarebbe stato anche per buona parte dei suoi lavori), Baka!. Quindi si sarebbe trasferita a Singapore, dove avrebbe dato voce a Soeurs de sang nel 1997 e Travestis nel 1998. Tornata a Tokyo si sarebbe dedicata a tempo pieno alla scrittura, una passione che sarebbe stata ripagata nel 2005 con il Grand Prix delle lettrici di Elle con Passage du’ désir, proposto in Italia da Mondadori come Delitto nel vicolo dei desideri. E sempre per i tipi della casa di Segrate sarebbero approdati nelle librerie italiane I giardini dell’orco e La guerra sporca
I suoi romanzi, tradotti in una dozzina di lingue (fra le quali il russo e, ovviamente, il giapponese), si portano al seguito un unico comun denominatore: il racconto di un universo in bilico - alle prese con atmosfere fosche e misteriose - che attinge dai risvolti della cronaca nera. In ogni caso non disdegnando connotazioni artistiche, musicali, gastronomiche e sportive, tematiche alle quali ha dedicato, in diversi casi, la sua attenzione creativa. Lei che, per non farsi mancare nulla, ha anche adattato uno dei suoi racconti per la radio (La Mule du coach) e ha scritto una breve commedia radiofonica intitolata Le Beau parler
E che dire della sua scrittura? Efficace, asciutta e credibile, pronta a trascinare il lettore - quasi senza darlo a vedere - nel suo mondo minaccioso e ipnotico. Provocandolo con indifferenza, in altre parole giocando a rimpiattino fra le pieghe amare del quotidiano e gestendo la trama sulla base di una intrigante malizia narrativa portata avanti sulla base di una disarmante semplicità. Forse il suo maggiore punto di forza. 
Ma torniamo a Kabukicho, un lavoro premiato con il Prix Interpol’Art roman 2017 che si nutre, come da titolo, delle atmosfere del quartiere più vissuto e inquieto di Tokyo, dove splendono le luci al neon dei locali alla moda, dove trovano spazio vizio e seduzione: valori peraltro “interpretati” dall’elegante Yudai, che lavora come gigolò al Café Chateau, e da Kate Sanders, un’affascinante inglese che frequenta come hostess il Club Gaia. Una bella figliola destinata però a fare una brutta fine. E di questo si rende conto Yudai quando non riesce più a contattarla, visto che non legge più i suoi messaggini e non risponde più al telefono. Una faccenda che lo inquieta e lo tormenta, sebbene sia legato a Kate da una relazione quanto meno ambigua. E quando la sua sparizione sarà confermata da Marie, la ragazza francese con cui condivide l’appartamento… 
Cambio di scena. Non appena Jason Sanders riceve la foto della figlia Kate, immobile all’ombra di un albero in un parco di Tokyo, in abbinata a un messaggio inquietante (“Lei riposa qui”), parte subito per il Giappone, dove viene a sapere che la ragazza è stata vittima di un omicidio il cui modus operandi ricorda quello di un famoso serial killer giustiziato tempo prima. E la riconoscerà stesa all’obitorio, dislocato in un ospedale universitario che è tutto un proliferare di rancidume universale, putrefazione e disinfettanti
“Erano anni che padre e figlia avevano interrotto i rapporti e per Jason è uno shock scoprire che Kate lavorava come hostess in un club di Kabukicho, il quartiere a luci rosse più sulfureo della capitale nipponica, costellato di personaggi da manga. Tra questi appunto Yudai, gigolò carismatico”. Intanto sulla morte della ragazza “indaga il capitano Yamada, che dopo il coma, cui è seguita una parziale amnesia, non è più il poliziotto infallibile di un tempo”. 
Purtroppo “le ricerche procedono a rilento mentre i protagonisti si destreggiano tra le regole non scritte della società giapponese, che spesso diventano muri invalicabili. E, oltretutto, troppe cose non quadrano: perché una gaijin con il dono della scrittura, che suscitava le fantasie erotiche di attempati uomini d'affari, continuava ad abitare in un modesto appartamentino con un’amica? Per fortuna che c’è Marie a consolare Jason. È lei la custode dei segreti di Kate, anche di quelli che non aveva mai rivelato ad anima viva...”. 
Sta di fatto che, “tra menzogne e pseudo-verità, sarà difficile dipanare i fili di una manipolazione crudele e demoniaca”, perfida quanto disarmante.

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