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I Cinque Stelle si aggiudicano un visto per il cimitero politico


21/09/2020

di SANDRO VACCHI


Alle tre del pomeriggio di lunedì 21 settembre Salvini & C. avranno cominciato a pensare che contro l'ideologia in Italia c'è ancora poco da fare. Gli exit poll della Toscana davano la verdissima Susanna Ceccardi tre punti dietro il rosso Eugenio Giani: se il risultato sarà confermato, la seconda brutta botta per il Capitano leghista, dopo la sconfitta di Lucia Borgonzoni in Emilia-Romagna in gennaio. Tra Bologna e Firenze esiste da settant'anni un ponte scarlatto che nessuno riesce a far saltare per aria: ci va vicino, ma il ponte rimane in piedi. Puntellato anche da sindacalisti che fanno da badanti ai seggi a vecchi compagni. E' il voto delle pantere grigie, di chi non si schioda dal comunismo nemmeno sull'orlo della fossa, sperando evidentemente di respirare ancora una boccata d'aria sovietica prima di compiere l'estremo passo. Sinceri complimenti, sul serio: alcuni soldati giapponesi rimasero a “combattere” nelle Filippine per trent'anni dopo la resa, perché l'imperatore non li aveva informati. 
In Puglia non andava estremamente meglio per il Carroccio. Sempre secondo gli exit poll, il governatore uscente Emiliano era spalla a spalla con l'ex giovane marpione Raffaele Fitto, sangue democristiano e stemma di centro-destra, che fino a poche ore prima era dato in vantaggio. Sempre nel pomeriggio, dunque, nessun ribaltone nelle due regioni-simbolo della rivoluzione verde salviniana. 
Se non sono bastati, a far guadagnare voti al Ruspa, sbarchi continui di clandestini, congolesi strapparosari, murales con Salvini appeso, inviti a sparargli in fronte, ragazze stuprate da nordafricani, significa solo una cosa: finché sarà dimostrata l'esistenza in vita dei morituri che non si arrendono alle leggi della storia, sostenendo imperterriti che il Partito ha sempre ragione, il ribaltone non sarà possibile. E risulta ancora più unica, e storica, la vittoria di Giorgio Guazzaloca vent'anni fa come sindaco di Bologna. 
Passiamo alla Campania: vittoriona prevista (sempre secondo gli exit poll) di Vincenzo De Luca, picconatore degno di Francesco Cossiga e straordinario imitatore di Maurizio Crozza quando lo imita. 
Due o tre regioni in mano al centro-sinistra, dunque, e tre (oppure quattro) al centro-destra. La più importante il Veneto di Luca Zaia, che incassa i tre quarti dei voti e si conferma come il leghista meno “divisivo” di tutti, apprezzato anche dagli avversari, ottimo ministro dell'Agricoltura, vero, Teresa Bellanova? In Liguria si conferma Toti, con 15 punti più di Sansa, spinto probabilmente dallo sprint per la ricostruzione del ponte Morandi. 
Infine le Marche, dove il centro-destra di Francesco Acquaroli, ma più ancora di Giorgia Meloni, riconquista il governo dopo venticinque anni. 
Per riassumere, sempre in base agli exit poll delle tre del pomeriggio. Il PD tira un sospiro di sollievo, anche se è soltanto questione di tempo: il nemico avanza. Lo si è visto in inverno in Emilia-Romagna, lo si rivede adesso. E, se in Puglia dovesse vincere Fitto, quello di Zingaretti non sarebbe nemmeno un mezzo pareggio, ma una sconfitta che segnerebbe l'ennesimo cambio di segreteria, le ennesime riunioni di cellula, gli ennesimi mal di pancia di un partito allegramente sfasciato da Matteo Renzi e funereamente guidato da Nicola: lo stesso nome dell'ultimo zar, sarà un caso. Se poi, per ipotesi, la Ceccardi dovesse fare lo sprint in Toscana... 
La fotografia dell'Italia è comunque molto cambiata rispetto a cinque o dieci anni fa. Oggi i due terzi delle Regioni hanno la guida a destra, da Nord a Sud. Le roccaforti rosse sono sotto assedio, poco ma sicuro, a ogni elezione ce n'è una in meno, e nessuno capisce più chi comanda e cosa si propone. Forse Prodi e le Sardine, forse Greta Thunberg e i maestrini di “Repubblica”, forse gli anti-Trump ad ogni costo e gli adoratori degli sbarchi, e soprattutto gli anti salviniani fino alla morte. 
Se stabilire chi ha vinto è ancora arduo, anche se Giuseppe Conte non ha certo perso, più facile è dire chi ha perso davvero. La stagione dei Cinque Stelle-Grillini è finita, si sono suicidati, a dimostrazione di una caratura intellettiva e politica pari a quella dei criceti. E si sono suicidati vincendo il referendum coi due terzi dei voti a favore della riduzione dei parlamentari. 
I poveracci scappati di casa, come li definisce il vecchio Berlusca, saranno costretti in tanti a fare le valigie e a riprendere le loro professioni. Si fa per dire: potrebbero farsi dare il reddito di cittadinanza tanto sostenuto proprio da loro, che hanno “sconfitto la povertà”. Come no, lo vedono soprattutto artigiani, commercianti e operatori turistici. Ad ogni buon conto, i fratelli Bianchi, i due simpatici ragazzoni che avrebbero ammazzato Willy come un cane randagio, potrebbero girare agli ex deputati grillini il loro, di reddito di cittadinanza. 
Chi di politica mastica un po' di più dei grillini, vale a dire il mio fruttivendolo pakistano e l'edicolante all'angolo, dice: adesso che dovrà essere “rifatto” il Parlamento, questi qua non potranno certo votare per il presidente della Repubblica. Un'ora dopo gli exit poll lo ha sostenuto anche la Lega, guarda un po', e per un anno e mezzo sarà questa la partita da giocare. 
Per riassumere. Abbiamo un Parlamento che non rappresenta affatto l'Italia. I grillini ci sono entrati con il 34 per cento e oggi sono ridotti sì e no a un terzo. Inoltre deputati e senatori dovranno essere tagliati proprio in base all'esito di un referendum ferocemente voluto proprio dai grillini. Giggino Di Maio si è presentato ai “social” parlando di risultato storico raggiunto grazie ai Cinque Stelle. Con qualche centinaio di Parlamentari in meno vedrete che l'Italia farà un salto nel futuro e nel benessere e avrà davvero sconfitto la povertà.
E Giggino? «Chinotto, mottarello, spuma al ginger! Signurì, tutta roba di prima scelta!.. Gooool! 'O Nappule ha segnato!».

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