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I conti che non tornano del Governo: latita il buon senso mentre l'estremismo dilaga

Dopo le sparate estive è giunto il momento di puntare sulla concretezza. Perché ci aspetta un autunno a rischio dal punto di vista finanziario e della credibilità internazionale. Fra le patate bollenti? Economia in frenata, deficit in bilico, infrastrutture sottovalutate, investimenti al palo, una rischiosa legge di bilancio. E per quanto riguarda i migranti e i vaccini…


27/08/2018

di Mauro Castelli


Vogliamo dire le cose come stanno? Se continuiamo con le sparate, che hanno rovinato le vacanze degli italiani di buon senso, potremmo rischiare davvero grosso sia in termini di credibilità internazionale sia dal punto di vista finanziario. Il campanello d’allarme? I primi strappi degli investitori esteri che - spinti dalle minacce, chiamiamole con il loro nome, delle agenzie di rating -  hanno cominciato a tirare i remi in barca, con riflessi pesanti sullo spread: in altre parole il termometro relativo agli interessi che dobbiamo pagare per foraggiare il nostro debito pubblico, peraltro in costante crescita nonostante le assicurazioni contrarie del ministro dell’Economia. D’altra parte, se questi interessi non sono appetibili, chi se le compra le nuove emissioni di titoli di Stato in salsa tricolore? 
Tutto questo mentre lo spettro della decrescita sta interessando l’Europa, e noi in particolare in quanto non siamo riusciti ad agganciarci al meglio al motore dello sviluppo, messo in crisi, negli ultimi tempi, dalla guerra tariffaria a maglie larghe portata avanti da Donald Trump, forse il peggior presidente della storia americana a stelle e strisce. Complice anche l’aumento a doppia cifra, a partire dall’inizio dell’anno, del prezzo del petrolio e di molte commodity, che ha finito per pesare in misura maggiore sui Paesi trasformatori, come appunto l’Italia. 
In tale ambito, per noi non proprio felice, dovrà prendere corpo una manovra (il cosiddetto Def) che peserà e non poco a livello mondiale, visto che siamo regolarmente sotto tiro della speculazione per via delle nostre troppe incertezze. E ha un bel da fare il ministro Tria a ripetere che l’Italia dimostrerà la sua responsabilità, quando Di Maio e Salvini (che si sono peraltro messi in una pericolosa contrapposizione con un’Europa, nei fatti matrigna e menefreghista, sul tema dei migranti) dichiarano invece di puntare a sfiorare, nel 2019, il tre per cento di deficit, quest’anno programmato all’1,6, ma già in accelerazione verso l’1,9. 
Purtroppo la copertura della prossima legge di bilancio necessita di 18-20 miliardi di euro. Ma dove si potranno recuperare? Attraverso aumenti delle entrate ritoccando aliquote e dintorni. In ogni caso più facile a dirsi che a farsi. Da qui la necessità che Lega e Cinquestelle abbassino la cresta sui loro cavalli di battaglia: la flat tax, il reddito di cittadinanza e le pensioni. Tematiche peraltro supportate dall’idea di uno scaglionamento nel tempo, altrimenti sarebbero guai seri. 
Fermo restando che quelle citate sono soltanto alcune componenti del quadro generale, che vede in scena una doppia anima: quella guidata da quel logorroico ragazzotto di Luigi Di Maio (il quale, essendosi trovato a far di conto con una certa perdita di consensi, le sta sparando grosse anche dove non dovrebbe, facendosi amici a ogni angolo) e da quel furbastro di Matteo Salvini che, in questi primi mesi da ministro degli Interni, ha saputo cavalcare i mal di pancia dei nostri connazionali, giocando da par suo la carta dei respingimenti, che è fra l’altro risultata vincente in termini di arrivi, oltre a cercare di tamponare le bravate del compagno di cordata, a sua volta alle prese con le sparate dei suoi giannizzeri. 
Di certo i problemi veri sul tappeto non sono i tentennamenti sui vaccini (semmai ce ne vorrebbe un altro, ha suggerito Raffaele Leone, direttore di Panorama: quello legato a una bella iniezione di buon senso contro l’estremismo) e la battaglia persa in  partenza contro le pensioni d’oro (che ha fatto imbestialire chi ha pagato fior di quattrini in termini di contributi, e che pertanto si sente defraudato di un sacrosanto diritto), ma i muri alzati agli accordi già sottoscritti sulle grandi opere, quelle che servono a dare slancio alla crescita: come nel caso della Tav Torino-Lione (una strada obbligata, fra l’altro, contro il dilagare dell’inquinamento su gomma) e del gasdotto transadriatico (che regalerebbe sicurezza sulle forniture insieme a un risparmio calcolato intorno al dieci per cento per gli utenti). Per non parlare della poco gratificante campagna portata avanti contro l’acquisizione dell’Ilva di Taranto da parte del colosso indiano Arcelor-Mittal e della gara internazionale per l’Alitalia. 
In più, a pesare sul quadro generale, si sommano le incertezze legate ai finanziamenti per le zone terremotate (dimenticate a se stesse a due anni dagli eventi) e ai maxi-investimenti annunciati da Fs e Anas, nonché il punto interrogativo sulla ventilata rete a banda ultralarga da realizzare a più… voci. Inoltre hanno un bel predicare gli uomini di Governo sull’importanza degli investimenti, quando invece - nei fatti - sono portati avanti con il bilancino. 
Che altro? Vale la pena di ricordare un’estate avvelenata dalle barricate giuridico-politiche sugli arrivi dei migranti, partendo da contrapposizioni mirate. Come nel caso del “no” a certi sbarchi, perché mentre si discute di quattro gatti sui quali Salvini porta avanti la sua questione di principio con l’Europa - una battaglia sacrosanta, verrebbe da dire, ancorché bollata come sacrilega da Famiglia Cristiana, il cui direttore evidentemente non ha il senso della misura - regolarmente ne arrivano a bizzeffe nei nostri porti senza che nessuno batta ciglio. E anche quando si trova l’accordo con le istituzioni comunitarie, la ripartizione concordata non ha attuazione. 
Eppure nell’Ue noi siamo fra i pochi pagatori attivi del branco dei troppi affiliati, Paesi in buona parte capaci di succhiare al meglio sovvenzioni senza dare contropartite. E di certo, come ha fatto intendere il nostro Governo alzando la voce, non possiamo bloccare i contributi all’Unione, in quanto previsti da precisi accordi, pena pesantissime penali. Semmai ci sono altre strade, più sottili, per far ragionare i burocrati di Bruxelles, come l’utilizzo del diritto di veto. La qual cosa porterebbe a bloccare l’operatività comunitaria. 
Ma torniamo alle grandi opere. Abbiamo visto quanto ci può costare il crollo di un viadotto, nel caso specifico il “Morandi” di Genova, sia in termini economici che di viabilità (non era stato Grillo a dire no alla “Gronda”, l’opera necessaria come il pane per disintossicare dal traffico una città soffocata dal cemento?). Ma no, la regola dei politici non è quella di appoggiare iniziative valide, come vorrebbe il buon senso in un Paese civile, semmai quella di opporsi a spada tratta. 
Purtroppo l’estremismo (sia di destra che di sinistra che di centro) tende a non fare prigionieri, magari negando l’evidenza dell’utilità di un’opera. Perché l’importante non è il bene comune, ma far fuori l’avversario, costi quel che costi. In quanto l’occhio risulta sempre puntato alle urne, anche se ne siamo usciti da poco con le ossa rotte. In altre parole con la formazione di un Governo dove le contrapposizioni cercano un impossibile punto di incontro a suon di discutibili sparate. Amen e così sia.

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