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I molti lati oscuri di una vita nella lettera di un padre al figlio

Coniugando violenza, politica e tecnologia Enrico Pedemonte dà voce a una storia sul declino dei valori. Perché “solo chi vince sta dalla parte giusta”


16/07/2018

di Valentina Zirpoli


“Ricordati che non c’è una parte giusta della storia, perché solo chi vince sta dalla parte giusta”. Partendo da questo amaro assunto, che peraltro tiene banco da che mondo è mondo, Enrico Pedemonte dà voce a un romanzo - fosco, graffiante e al tempo stesso malinconico - che è un inno alla riflessione, alla rivisitazione dei fatti sulla base di quanto è accaduto. E lo fa attraverso una lettera scritta da un padre al figlio nella quale vengono evidenziate ambiguità e contraddizioni, quelle stesse che stridono in maniera lacerante fra gli ideali della giovinezza (a fronte di una difficile rapporto con gli amici di allora) e le successive esperienze di vita. 
Una tematica non facile da tradurre in parole, ma nel nostro caso la mano calda del giornalista di vecchia data ha avuto il sopravvento.
Peraltro mettendo in scena - attraverso uno dei due protagonisti de La seconda vita (Frassinelli, pagg. 268, euro 17,50) - una parte di quel mondo che conosce bene: quello delle redazioni, della crisi della carta stampata, delle anomalie del giornalismo italiano, delle vie di uscita possibili. Tematiche che hanno peraltro tenuto banco in Morte e resurrezione dei giornali, un libro del 2010 - edito da Garzanti - che sembra stato scritto ieri. Evidenziando il ruolo (meglio, la necessità) di un’informazione libera, indipendente e di qualità, che si proponga anche come cane da guardia del potere e punto d’incontro delle comunità, ingrediente indispensabile della democrazia… 
Uno spaccato di considerazioni che soltanto un autore con le mani in pasta poteva sviscerare: Pedemonte, che è nato a Genova nel 1950, dopo una laurea in Fisica che con il giornalismo si sposa con i cavoli a merenda, ha infatti deciso di puntare tutto sulla carta stampata, lavorando inizialmente al Secolo XIX e quindi all’Espresso come caporedattore e corrispondente da New York. Non bastasse fra il 2016 e il 2017 si è divertito a dirigere pagina99, focus monografico settimanale di economia, cultura, innovazione da leggere su pc, smartphone e tablet. Non a caso, in qualità di esperto di rete e giornalismo, Pedemonte aveva tenuto sull’Espresso la rubrica Personal media, una tematica peraltro travasata in un saggio uscito nel 1998 per i tipi della Bollati Boringhieri. 
A questo punto spazio alle note su La seconda vita, un lavoro condensato dalla penna di Gianni Riotta, già direttore del Tg1 e del Sole 24 Ore, con queste parole: “Un tempo i terroristi sparavano ai computer. Poi hanno capito che sono più micidiali di un mitra. Così ecco l’autore coniugare violenza, politica e tecnologia in un thriller profumato dalla città malinconica dove le Br si nascondevano in cattedra all’università: Genova”. 
Di fatto in questo lavoro Pedemonte “ci restituisce, attraverso una trama sapientemente costruita e ricca di colpi di scena, l’immagine vivida degli ultimi decenni del Novecento, quando i giovani occidentali erano animati da passioni politiche oggi inimmaginabili”. Un romanzo che si rifà agli anni vissuti negli Stati Uniti dall’autore, oltre che alla sua passione giovanile per autori come Steinbeck e Hemingway. “Benché il mio autore di riferimento - tiene a precisare - sia stato l’irlandese John Banville, capace di descrizioni minuziose e affilate, abile come pochi nell’addentrarsi nella psicologia dei personaggi. E a spingermi alla scrittura di questo mio primo romanzo è stato L’Intoccabile, dove Banville dà voce alla storia di una spia britannica appartenente all’alta società londinese. Ma sia chiaro: non volevo scrivere una spy story, ma regalare luci della ribalta alle contraddizioni di una persona di un certo livello che ha fatto scelte non sempre condivisibili”. 
Inoltre, come ha avuto modo di affermare in una recente intervista, “una delle molle che lo hanno portato a raccontare questa storia sono stati i sentimenti contraddittori che provava nei confronti del Paese a stelle e strisce. Da un lato l’amore verso la creatività, la libertà, l’intelligenza da cui mi sentivo circondato quando circolavo per le grandi città americane e le loro università; dall’altro il fastidio, quasi la paura, verso la parte oscura che vedevo emergere frequentando le chiese evangeliche del Mid West, o magari i poligoni di tiro legati alla National Rifle Association in Kentucky o in Texas”. 
Venendo al dunque, la vicenda di cui si nutre La seconda vita si svolge nello spazio di sette giorni e si sviluppa su due binari paralleli. Quello di Pietro Lamberti, un brillante scienziato genovese che, emigrato negli Stati Uniti all’inizio degli anni Settanta, ben presto finisce a Los Alamos a progettare bombe atomiche. E che ora si è rifugiato in un piccolo appartamento di New York per scrivere al figlio John e raccontargli i molti lati oscuri della sua vita. Ed è proprio John che incontriamo sul secondo binario narrativo: un giornalista dalle indubbie qualità, quanto mai attento nel farsi carico di ciò che lo circonda, il quale è tornato a Genova per indagare su uno strano traffico di materiali radioattivi, finendo coinvolto in una preoccupante situazione. E mentre il clima di pericolo sembra avvolgerlo, si trova a far di conto con le tracce inquietanti e ambigue della vita del padre e dei suoi amici di un tempo, Nicola, Antonio e Luca. 
“Quattro ragazzi inseparabili che si erano incontrati nel pieno degli anni Sessanta - quando il mondo era rigidamente diviso tra rossi e neri, comunisti e capitalisti, Urss e Usa - e avevano fondato un’organizzazione segreta che identificava negli Stati Uniti il nemico da abbattere: una scelta che avrebbe condizionato profondamente le loro vite, sino alle estreme conseguenze”. 
Ed è proprio questo che Pietro - dal suo rifugio newyorchese - tiene a raccontare al figlio: la sua vita ambigua e contraddittoria di cui sembra essersi pentito (“Cambiare idea è - secondo Pedemonte - sintomo di sanità mentale”), il contrasto lacerante tra gli ideali della giovinezza e le esperienze vissute, nonché il difficile rapporto con gli amici di allora. Così, “pagina dopo pagina, la consapevolezza che il tempo sta per scadere rende la lettera di Pietro al figlio non solo un racconto avvincente, ma anche uno struggente congedo”. Lasciando intendere che la violenza, con il passare degli anni, ha cambiato volto, migrando dalle strade alla Rete. Ed è in questo ambito che ora l’estremismo si annida e sta provocando i suoi danni. Fermo restando che “quello che ci riserverà il futuro non è ancora scritto ed è difficile soltanto immaginarlo”.

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