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I mondiali? L'Italia li ha persi e da tempo immemorabile

Peccato che nel nostro Paese un esercito di giornalisti non sappia scindere il sogno dalla realtà 


20/11/2017

di Sandro Vacchi


“L’Italia non può non andare ai mondiali |” E chi lo dice? Non ci va neppure l’Ungheria, per dire, credete forse che la nazionale di Giampiero Ventura sia – o meglio, fosse – più forte dei magiari? Eppure la perentoria affermazione dei giornalisti sportivi, quelli di regime-Rai in primo luogo, era il mantra delle ore precedenti la sciagurata partita della nazionale di calcio contro la Svezia. 
Una persona di media intelligenza comprende che parla così chi è alla disperazione, incapace di scindere il sogno dalla realtà, eppure dite che si sia levata una voce critica, un invito a essere misurati e a fare i conti con i fatti? Macché! Siamo stati quattro volte campioni del mondo, quindi avremmo il diritto divino di giocare sempre e comunque il campionato. Salvo fare figure escrementizie come nelle due ultime edizioni, cacciati a pedate dopo il primo turno. 
Sorge il sospetto pecoreccio che un esercito di giornalisti, commentatori, fonici, cineoperatori e corte dei miracoli varia, volessero farsi un mesetto in Russia, dove la cucina è così così, ma le ragazze sono uno schianto. Il tutto a spese degli italiani, obbligati per legge a pagare il canone tivù, così come il bollo della macchina. Così, invece… Che delusione! 
Questi poveracci, cantori di glorie passate e da anni defunte, definivano “da brividi” lo stadio di San Siro che cantava a tutta voce l’inno di Mameli, ma zitti e mosca quando fischiava con furia spaventosa (e spaventata) l’inno svedese. Sono gli stessi che sproloquiano sul valore educativo dello sport, sull’importanza di partecipare e su una valanga di boiate politicamente corrette. Qualcuno che abbia sottolineato come Fratelli d’Italia sia stato scaramanticamente dichiarato per legge inno nazionale proprio nei giorni del tracollo? Nemmeno per sogno. In compenso il telecronista del lento, inesorabile massacro, descriveva esaltato attacchi alla baionetta, ineluttabili proiezioni verso il gol, supportato dall’ex portiere Walter Zenga che continuava a invitare alla calma. E l’altro a descrivere formidabili calciatori che “attaccano la profondità”, “scaricano il pallone”… Ma che scarichino lui ! Ma che lingua è?  Si credono Gianni Brera e sono analfabeti raccomandati con le natiche nella bambagia finché camperanno, altroché i giornalisti dell’editoria privata! 
A un certo punto il telecronista ha guardato l’orologio e l’ennesimo invito ad avere pazienza gli si è strozzato in gola. “Walter, manca ormai poco. E’ il caso di stringere i tempi…” Ventura stringeva i denti, e anche le chiappe: dite quello che volete, ma il commissario tecnico che non ci ha portati al mondiale aveva capito tutto: una squadra così, guidata da uno come lui, e sotto una pressione mediatica senza precedenti, a Mosca non ci sarebbe mai arrivata. In fondo non ci sono arrivati neanche Napoleone e Hitler, figuriamoci un anziano allenatore messo in quel posto da un ancora più anziano e incompetente presidente. 
Può intendersi di calcio il numero uno della federazione che, ancor prima di qualificarsi ai mondiali, rinnova per un anno il contratto a un commissario tecnico che non aveva mai allenato una grande squadra e aveva giocato all’estero soltanto una manciata di partite? “L’Italia non può non andare ai mondiali!” Ma per piacere! L’Italia ha fatto niente per andarci. Niente! 
Lasciamo perdere le partite del girone, c’era anche la Spagna e naturalmente abbiamo fatto una figuraccia. Ma il play-off con la Svezia? Gli scandinavi hanno ottenuto il miglior piazzamento della loro storia iai mondiali nel 1958, in casa propria (Italia eliminata dall’Irlanda del Nord). Giocarono la finale contro il Brasile del diciottenne Pelè, e persero. Fra gli svedesi c’era ancora Liedholm. Da anni i gialloblù sono una squadra senz’arte né parte, soprattutto dopo l’abbandono di Ibrahimovic. Non poteva capitarci avversario più morbido, eppure… 
Fra andata e ritorno abbiamo tirato in porta due volte, a Stoccolma abbiamo perso per una mezza autorete, non giocava l’attaccante più in forma del campionato, Lorenzo Insigne, il quale, come prova del nove, alla ripresa del campionato, ha steso da solo il Milan. Non giocava neppure Stephan El Sharawy, attaccante della Roma in grandissima forma. C’erano invece Barzagli, un giovanotto di 37 anni, e il trentaduenne Chiellini, e il trentunenne iper reattivo Bonucci. Se ce l’avessimo mai fatta, saremmo dovuti andare ai mondiali con loro? 
Persa l’andata, la velleitaria Italia che “non può non andare ai mondiali” si è presentata a San Siro con chi non aveva mai giocato, Jorginho, e con un attaccante che aveva giochicchiato pochi minuti, Gabbiadini. El Sharawy, Belotti, Insigne? In panchina. E i generali che ci avrebbero dovuto portare alla campagna di Russia? Meglio non avercela fatta, credete, ricordando che cosa è accaduto alla nazionale più titolata del mondo, quella brasiliana, che nel 2014, in casa propria, perse 7 a 1 con la Germania e 3 a 0 con l’Olanda, vergogne incancellabili. 
Chi ha fatto dell’Italia lo zimbello di mezzo mondo, Francia in testa, perché i cugini sono imbattibili quando vogliono fare gli stronzi, ha provocato un danno di almeno cento milioni, qual cosa come duecento miliardi di vecchie lire, fra diritti televisivi mancati e ammennicoli vari che sarebbero arrivati con la qualificazione. Un danno agli italiani! Chi lo pagherà? L’ineffabile Carlo Tavecchio ha ruggito come un coniglio, licenziando l’indifendibile Ventura, ma autoassolvendosi. Ed ecco il suo programma: più investimenti in infrastrutture, fare degli stadi dei centri sociali e di aggregazione, con ristoranti, supermarket… Sai che novità!  Forse perché non dorme da giorni, povero vecchietto, come ha confessato alle Iene, scaricando tutte le colpe sull’indifendibile Ventura, naturalmente.  Ma lui lì, imbullonato alla poltrona più di Angelino Alfano. 
Il presidente del Coni, Giovanni Malagò, rivela che Tavecchio aveva un accordo quasi fatto con Marcello Lippi, l’ultimo commissario tecnico che abbia vinto un mondiale, per affidargli la direzione di tutte le nazionali. Lippi avrebbe fatto un po’ di nomi per la nazionale maggiore, compreso quello di Ventura, poi ci si è accorti che Lippi non poteva essere ingaggiato in quanto suo figlio è il procuratore di una serie di calciatori. Intanto la frittata-Ventura era bella e cotta. 
Prima no, vero, non si sapeva?  Certa gente ha una coscienza, un amor proprio, un briciolo di dignità, visto che una professionalità di certo non ce l’ha? Cent’anni fa, dopo Caporetto, il generale Cadorna fu costretto alle dimissioni. Dopo la Caporetto del calcio niente, invece?  E’ sempre questione di soldi, ne hanno dovuti sganciare a Ventura per levarselo dai piedi, dovranno darne anche a Tavecchio per costringerlo a dimettersi. 
I processi non sono nemmeno cominciati: processare chi, il nulla? Tutti hanno però le proprie ricette, a cominciare dalla sinistra che tutto sa, pronta ad approfittare del lutto nazionale per spingere sullo Ius Soli. Dentro ancora più gente, vedrete che fra di loro ci sarà il nuovo Maradona e che l’Italia del pallone diventerà invincibile. Così potrà miracolosamente trovare applicazione la formula del ministro Giuliano Poletti: inutile mandare alle aziende il curriculum vitae, meglio saper giocare a calcetto. 
Con questo governo, come dovrebbero essere i dirigenti dello sport nazionale, messi lì dallo stesso governo? Velleitari, improbabili, lamentoni, specialisti nello scaricabarile, un’accozzaglia di personaggi senza idee intimamente consapevoli (almeno speriamo) della propria pochezza, eppure prontissimi a insegnare agli altri, a considerarsi intoccabili e meritevoli di riconoscimenti.  E’ bastato il più classico dei catenacci per farli fuori, questi vecchi catenacci, convinti che senza di loro il mondo non possa andare avanti. 
E’ l’Italia, bellezza. Il Paese dove la paga oraria è più bassa che in Irlanda e in Austria, per non dire della Danimarca (50 per cento più di noi). E mentre il costo del lavoro, quindi le paghe, sono salite dell’1,6 per cento in Europa fra il 2015 e l’anno scorso, da noi sono diminuite dello 0,8. Eppure Gentiloni e soci vantano una ripresa che soltanto loro vedono. Siamo un Paese povero di tutto che a un single senza figli fa pagare il 47,8 per cento di tasse contro il 36,5 dell’omologo danese, molto meglio retribuito. E gli spagnoli pagano meno del 40, gli olandesi il 37, i giapponesi il 32,8, gli americani il 31,7, gli svizzeri (svizzeri, capito?) il 21,8. 
Per quale ragione saremmo dovuti andare ai mondiali? Noi i mondiali li abbiamo persi da un pezzo.

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