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I nativi digitali e la pericolosa dipendenza da Internet

Il giornalista e presentatore televisivo Paolo Del Debbio ci spiega cosa fare per evitare che i ragazzi, sedotti dalla rete, se ne ammalino


13/01/2020

di Tancredi Re


Guardare alle nuove generazioni - i Millennial e i post Millennial o, se preferite i nativi digitali, secondo l’espressione inventata da Mark Prensky in un articolo pubblicato nel 2001 e diffuso in Italia dal saggio Nativi digitali di Paolo Ferri nel 2011 - con gli occhi di chi, come chi scrive, appartiene a un’altra generazione (quella dei baby boomer, venuti alla luce tra  il 1945 e il 1963 in Nord America o in Europa, che contribuì a un sensibile incremento demografico negli Usa) non è semplice. Tutt’altro. Anzi a volte è problematico. 
In genere - non lo scopriamo certo adesso - il rapporto tra le generazioni è conflittuale: lo era in passato, lo è oggi. La differenza forse sta nel fatto che, rispetto alla nostra, le nuove leve sono comparse negli anni dell’avvento e della diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (computer, Internet, telefoni cellulari, MP3, social network), le quali hanno sperimentato una dimensione altra del mondo: quella virtuale. Nuova, originale, diversa se non contrapposta a quella reale. Che è (sarebbe dal nostro punto di vista) vera, appagante, divertente, coinvolgente. Sono aggettivi, questi, usati proprio dagli appartenenti alla generazione dei nativi digitali, che considerano e qualificano così il loro status. 
Noi, il loro mondo, quello virtuale, lo conosciamo: vi entriamo e vi usciamo. Anche noi usiamo gli smartphone, i tablet, Internet, la realtà virtuale ma, a differenza della generazione digitale, possiamo farne a meno perché, appunto, apparteniamo al mondo reale, del quale non possiamo fare a meno, perché sono lì le nostre radici. E a esso - bello o brutto che sia - ci sentiamo di appartenere. 
Per molti di loro, invece, la virtualità sta diventando la dimensione prevalente entro la quale si muovono a loro agio. E finiscono talora per diventarne dipendenti. Avete capito bene: dipendenti. Dipendenti dalla rete, dai social, dalla realtà virtuale. E possono rischiare addirittura di ammalarsene. 
In Italia gli adolescenti dipendenti digitali sono oltre 300mila. Più del 10%, uno su dieci. È un fenomeno che sta assumendo dimensioni allarmanti ed è in continua crescita. È come una droga, se non peggio. E richiede interventi appropriati, prima che sia troppo tardi. 
Paolo Del Debbio, nel saggio Cosa rischiano i nostri figli (Piemme, pagg. 175, euro 17,50) ce ne parla diffusamente, ma con un eloquio semplice, paternalistico ed affettuoso, quasi fosse un amico di famiglia. 
Lui ce lo spiega, ma molti tra noi lo sappiamo, o, per lo meno lo intuiamo, perché tutto questo sta avvenendo. Il fatto è le nuove generazioni si trovano all’interno di un mondo reale pieno di incognite, rischi, problemi, che non dà loro certezze, né offre loro prospettive. Essi si sentono fuori posto, smarriti e questo ne aumenta il disagio, l’ansia, la paura. E il rischio allora è che possano essere fagocitati dalla rete, ammaliati da Internet, intrappolati da un fitto ordito di relazioni virtuali, che finiscono per prendere il posto del mondo reale. 
L’autore (giornalista e conduttore di programmi televisivi a Mediaset), ci prende per mano. Comincia con il raccontarci alcune storie esemplari di ragazzi, la cui esistenza virtuale è arrivata a confondersi con quella reale e ci insegna a riconoscere i campanelli d’allarme della dipendenza. 
Siamo disarmati, siamo inadeguati davanti a questa sfida insidiosa che giunge dalla realtà virtuale? No davvero. Del Debbio ci rassicura. Invitandoci a non avere paura di affrontarla così come siamo. “Noi, dopo tutto, non siamo virtuali, ma reali” scrive nell’ultimo capitolo del libro, prima di congedarsi dai lettori. “O si nutre questa realtà che siamo noi stessi o, alla fine, essa troverà il modo di farci intendere che ha fame”. 
E allora, cosa fare? Come agire? “Dobbiamo sforzarci di far immergere i nostri figli nella vita vera” è il suo consiglio. “Una volta provata la bellezza della vita, neanche le sue asperità, né i dolori che, inevitabilmente, porta con sé, potranno portare a preferire la sua copia virtuale, povera e sbiadita”. 

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