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I padrini della malavita che hanno tenuto in pugno l'Italia

In un intrigante lavoro Bruno De Stefano traccia i profili dei boss di Cosa Nostra, Camorra, ‘Ndrangheta e Sacra Corona Unita (da Raffaele Cutolo a Totò Riina), rivelando retroscena agghiaccianti sugli gli uomini più pericolosi del Paese


23/07/2018

di Tancredi Re


“La mafia non è affatto invincibile. E’ un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini ma impegnando in questa battaglia le forze migliori delle istituzioni”. In questa riflessione, pacata e profonda, Giovanni Falcone (il magistrato assassinato a Capaci il 23 maggio 1992 assieme alla moglie Francesca Morvillo e a tre uomini della scorta: Montinaro, Schifani e Dicillo) esprimeva il suo pensiero sull’organizzazione criminale (Cosa Nostra) che lui ha combattuto con tutti gli strumenti resi nel tempo disponibili dalla legislazione. Riportando risultati decisivi (componente del pool antimafia istituito dal capo dell’Ufficio Istruzione del Tribunale penale di Palermo Antonino Caponnetto che portò all’istruzione e allo svolgimento del maxiprocesso a Cosa Nostra con 460 imputati alla sbarra che durò dal 10 febbraio 1986 fino al 30 gennaio 1992, giorno in cui fu letta la sentenza che comminò 19 ergastoli e 2265 anni di reclusione) ma “firmando” nello stesso tempo, assieme al collega e amico Paolo Borsellino (ucciso nel 1992 a Palermo nell’attentato di Via D’Amelio), la sua condanna a morte. 
Parole di incoraggiamento, quelle pronunciate da Falcone, rivolte al Paese intero (non solo alla società siciliana che pure aveva il corpo piagato dalla lunga teoria di delitti e attentati cominciate il 1° maggio 1947 a Portella della Ginestra nel comune di Piana degli Albanesi alle porte di Palermo ordita dalla banda di Salvatore Giuliano con 11 morti e 27 feriti, quasi tutti contadini) attonita e sconvolta dalla stagione delle stragi (come dimenticare gli attentati di Milano, Firenze e Roma, seguiti agli eccidi compiuti in Sicilia nei primi anni Novanta?) ma nello stesso tempo era un invito allo Stato a non sottovalutare la minaccia rappresentata da queste organizzazioni criminali e a mandare in campo gli uomini migliori di cui disponeva. Perché se la mafia siciliana come le altre organizzazioni criminali (Camorra, ‘Ndràngheta e Sacra Corona Unita) erano riuscite – con le minacce, gli attentati e gli assassini - ad espandersi prima nelle regioni storiche e, successivamente nel resto del Paese, generare dalle attività illecite grandi patrimoni, condizionare la società civile nell’esercizio dei suoi diritti, infiltrarsi nelle istituzioni condizionandone l’azione, ci sarà pur stata una ragione. E la ragione consisteva nel fatto che lo Stato nelle sue articolazioni (Governo, Parlamento, Magistratura, Forze dell’Ordine, Autonomie locali e così via) ha irresponsabilmente lasciato che si propagassero quando non è venuta a patti con le stesse organizzazioni mafiose. 
La tesi della sottovalutazione del fenomeno criminale da parte dello Stato o, meglio, da parte di rappresentanti delle istituzioni, collusi o conniventi con i boss della malavita organizzata è largamente condivisa tra gli studiosi e gli esperti di criminologia. Ne è convinto anche Bruno De Stefano, giornalista, scrittore ed esperto di malavita organizzata che nell’introduzione al suo ultimo libro I boss che hanno cambiato la storia della malavita (Newton Compton, pagg. 576, euro 9,90), nel quale raccoglie le biografie di 23 boss e padrini di Cosa Nostra, Camorra, ‘Ndràngheta e Sacra Corona Unita (da Tommaso Buscetta a Raffaele Cutolo, da Vincenzo Stranieri a Totò Riina) ne parla così.   “E’soprattutto tra gli anni ’60 e ’70 che lo Stato ha perso terreno nell’opera di contrasto ai boss: li ha lasciati agire liberamente, ha consentito loro di accumulare patrimoni immensi e di sostituirsi in tutto e per tutto alle istituzioni, fino a trasformarsi non in un anti-Stato ma in un altro-Stato”. 
E prosegue ricordando le “emblematiche vicende di Luciano Liggio e Tano Badalamenti, le cui gesta - chiamiamole così - erano ampiamente note prima che diventassero due big di Cosa Nostra: chi avrebbe potuto stroncarne l’ascesa non lo ha fatto, e probabilmente non solo per mancanza di coraggio o di leggi efficaci. I casi di Liggio e Badalamenti sono i più significativi ma non sono affatto isolati; anche molti altri hanno potuto allegramente prosperare prima di essere trascinati in carcere”. 
Non a caso abbiamo voluto cominciare la recensione di questo volume citando una delle frasi più preganti di significato di Falcone. Infatti fu proprio all’indomani delle stragi del 1992 che lo Stato si rese conto della grave minaccia per la stessa esistenza delle Istituzioni democratiche rappresentata dalle mafie e decise di correre ai ripari. Furono varate forti misure di contrasto al crimine organizzato come quella che prevedeva il sequestro e la confisca dei beni patrimoniali accumulati con le attività illecite, o l’introduzione del regime del carcere duro con isolamento per impedire che i boss dal carcere continuassero a dare ordini e a gestire il malaffare. “Fino ad allora, infatti, il cerino era rimasto acceso nelle mani di una ristretta pattuglia di investigatori e di qualche politico con la schiena dritta” ricorda l’autore. “Figure come Cesare Terranova, Pio La Torre, Giangiacomo Ciaccio Montalto, Gaetano Costa - giusto per citarne alcuni - avevano condotto una battaglia a mani nude, in una indicibile condizione di solitudine che si era poi rivelata fatale”. E, aggiungiamo noi, Falcone e Borsellino, anche loro assassinati perché lasciati soli dallo Stato. 
L’autore ha ragione quando dice che “prima di considerare i boss il male assoluto è dunque necessario tenere conto che in un Paese normale le loro carriere non sarebbero state mai così longeve, né avrebbero mai potuto condizionare la vita sociale ed economica di milioni di persone”. L’Italia infatti non era e, purtroppo, per certi versi non è ancora, un Paese “normale”. Ma, se è per questo, non lo sono Paesi come la Colombia o il Messico con i narcotrafficanti che sfidano lo Stato con le armi e gli attentati o comprano i giudici. O la Germania che sta rispondendo alla penetrazione delle famiglie della ‘Ndràngheta calabrese con misure che fanno il solletico. 
D’altra parte, se questo può servire a consolarci, non saremmo potuti arrivare ad infliggere pesanti sconfitte a Cosa Nostra e alla Camorra disarticolandone l’organizzazione nei territori di appartenenza  (anche grazie al fenomeno del pentitismo, si pensi a quanto preziose si sono rivelate le testimonianze rese dal grande pentito Tommaso Buscetta e alla ribellione dei commercianti in Sicilia: si pensi alla morte di Libero Grassi e ai giovani di Addio Pizzo) se non avessimo avuto – è giusto e doveroso riconoscerlo – uomini tutti d’un pezzo come i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, il generale dell’esercito Carlo Alberto dalla Chiesa, il segretario provinciale della DC di Palermo, Michele Reina, il commissario di Polizia, Boris Giuliano,  i giornalisti Mario Francese, Giuseppe Fava, Giancarlo Siani,  il candidato a giudice istruttore di Palermo Cesare Terranova, il Presidente della Regione Siciliana, Piersanti Mattarella, il procuratore Gaetano Costa, il segretario regionale siciliano del Pci, Pio La Torre e moltissimi altri ancora tra magistrati, giornalisti, poliziotti, carabinieri, uomini politici. Tutti hanno esercitato il loro magistero con encomiabile dedizione, abnegazione e coraggio e hanno sacrificato la loro vita perché tutti noi potessimo vivere un giorno in un Paese liberato dal ricatto e dai condizionamenti delle mafie.

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