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I paradossi tricolori: la legge di Bilancio congela i "Piani di risparmio individuali"

La maggioranza, nella manovra finanziaria 2019, ha introdotto nuove regole che non assicurano il rispetto dei requisiti di rimborso dell’investimento e ne accrescono il rischio. Così gli impieghi sono fermi e l’industria del risparmio gestito protesta


11/02/2019

di Giambattista Pepi


L’Italia è il Paese dei paradossi. Un esempio? Dopo un debutto scoppiettante sul mercato nel 2017 e il consolidamento lo scorso anno, i Piani individuali di risparmio (uno strumento per raccogliere soldi privati e convogliarlo verso le Pmi quotate in Borsa) è finito in secca. Possibile? Sì. 
Il legislatore nella Legge di bilancio 2019 ha modificato la normativa che regola i Pir ponendo vincoli stringenti che ne alterano la funzione e le caratteristiche, creando remore inattese ed aspre critiche da parte delle società preposte alla raccolta del risparmio collettivo. Risultato? Dal 1° gennaio gli investimenti sono fermi. Eccetto per coloro che hanno sottoscritto in passato i Pir che, se vogliono, possono incrementarne l’importo con nuovi investimenti. 
Entro questo mese, tuttavia, i ministeri dello Sviluppo economico e dell’Economia e delle Finanze dovrebbero emanare i decreti di attuazione delle disposizioni contenute nella Legge, ma fino a quel momento la raccolta dei Pir resterà sospesa. 
Ma cos’è che non va nella normativa? Lo spiega senza giri di parole Assogestioni (l’associazione di riferimento del settore del risparmio gestito): “Introduce due ulteriori vincoli di investimento affinché i (nuovi) Piani individuali di risparmio istituiti a partire dal 1° gennaio 2019 possano qualificarsi come ‘Pir compliant’ e beneficiare del regime fiscale agevolato”. 
Oltre a quelli stabiliti dalla previgente normativa per beneficiare del regime di esenzione (ai fini delle imposte sui redditi e dell’imposta di successione) l’Organismo di investimento collettivo del risparmio (il soggetto cioè che gestisce il risparmio raccolto dai privati) “dovrà investire, per almeno due terzi dell’anno, almeno il 3,5% dell’attivo in strumenti finanziari emessi da piccole e medie imprese e negoziati nei sistemi multilaterali di negoziazione e almeno il 3,5% dell’attivo in quote o azioni di Fondi di venture capital residenti in Italia o in Stati dell’Unione Europea o del Sistema Economico Europeo e che investono prevalentemente in Pmi non quotate. Tutto qui? Macché. Le Società di gestione del risparmio (Sgr), dal canto loro, hanno manifestato una forte preoccupazione nei confronti delle modifiche stabilite dal Governo nella Manovra di finanza pubblica perché mettono a repentaglio la possibilità di rimborsare quanto investito dal risparmiatore esponendo inoltre l’investitore a un rischio maggiore. 
Il legislatore (Governo e Parlamento) con le nuove norme vorrebbe favorire la crescita delle imprese e delle start-up, spingendo sull’innovazione, ma, almeno così sembra, non avrebbe tenuto conto del fatto che oggi sul mercato domestico operano venti fondi di venture capital, mentre il mondo delle start-up sulle quali si vuole veicolare l’investimento rimane piuttosto nebuloso per i risparmiatori. In pratica, come hanno rilevato molti gestori, si attribuiranno ai Pir dei compiti che non gli competono. 
È un vero peccato che quando uno strumento innovativo ha dimostrato nei fatti di funzionare, anziché favorirlo, si finisce addirittura per ostacolarlo. 
Introdotto dal Governo Renzi per veicolare il risparmio verso le nostre imprese, i Pir sono dei contenitori all’interno dei quali l’investitore avrà la possibilità di collocare diverse tipologie di strumenti finanziari (azioni, obbligazioni, quote di Oicr, contratti derivati) o somme di denaro, rispettando, però, determinate condizioni: almeno il 70% del valore complessivo dei Pir deve essere investito in strumenti emessi o stipulati da imprese residenti in Italia o imprese straniere che hanno attività stabile in Italia. 
Di questo 70%, almeno il 30% deve essere investito in strumenti finanziari emessi da imprese diverse da quelle quotate sul Ftse Mib, il listino principale della Borsa Italiana. Il restante 30% del portafoglio può essere impegnato in qualsiasi strumento, compresi depositi e conti correnti. 
Chi rispetterà queste regole e manterrà i propri soldi nel Pir per almeno cinque anni potrà contare su una detassazione totale degli utili. 
Attratti dall’agevolazione fiscale nel 2017 i risparmiatori hanno puntato su questo strumento. A fronte di una previsione di circa cinque miliardi di euro, nell’anno del debutto i piani individuali di risparmio hanno raccolto undici miliardi di euro investiti da quasi 800mila sottoscrittori che, in media, hanno “sborsato” 13.500 euro. 
In un solo anno i Pir con l’investimento dei privati hanno intercettato azioni di società quotate nei diversi segmenti della Borsa Italiana: in particolare l’8% del Mid Cap, il 6% dello Small Cap ed il 10% dell’AIM Italia. 
Positiva, ma di gran lunga inferiore, la raccolta del 2018, fermatasi a 4 miliardi di euro. In questo contesto occorre considerare però la forte volatilità che ha caratterizzato i mercati nel 2018 ed in particolare le difficoltà che hanno colpito l’industria del risparmio gestito.

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