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Il futuro che ci aspetta? Si può cominciare a vedere in Cina

Simone Pieranni si addentra nella trasformazione economica e sociale del gigante asiatico che da “fabbrica del mondo” si sta trasformando in un hub tecnologico universale


06/07/2020

di Giambattista Pepi


Come sarà il nostro futuro? Possiamo cominciare a immaginarlo? Non serve perché il futuro c’è già. Lo possiamo vedere in Cina: intelligenza artificiale, veicoli a guida autonoma, tecnologie green, smart city, riconoscimento facciale. Un tema quindi di stretta attualità, del quale parla, con un linguaggio asciutto e chiaro, il giornalista Simone Pieranni nel libro Red Mirror. Il nostro futuro si scrive in Cina (Laterza, pagg. 135, euro 14,00). 
In effetti Pechino è già nel futuro. Possibile? Non per coloro che, per ignoranza o pregiudizio, considerano ancora la Cina un Paese lontano, arretrato e imperscrutabile. Ma sbagliano e di grosso: il gigante asiatico da 1,5 miliardi di abitanti sta cambiando rapidamente e i suoi cambiamenti sono davvero sorprendenti. 
Il processo di trasformazione dell’economia cinese da grande manifattura a potenza tecnologica all’avanguardia nel mondo è coinciso, paradossalmente, con la Grande Crisi finanziaria del 2008 che, esplosa negli Stati Uniti con lo scandalo dei famigerati mutui subprime e il fallimento della banca d’investimenti Lehman Brothers, contagiò tutto il mondo arrivando a lambire perfino Pechino. 
Fino a quell’anno il successo e la crescita della Cina dipendevano quasi esclusivamente dalla sua funzione di “fabbrica del mondo”: produttore cioè di quantità gigantesche di merce a basso costo. Da quel momento è partito un processo che porterà la Cina a diventare nel volgere di una decina d’anni un hub tecnologico a livello mondiale. 
“La sensazione era di vivere in un Paese in grande trasformazione - racconta l’autore che dal 2006 al 2014 ha vissuto in Cina, dove a Pechino ha fondato l’agenzia stampa China Files mentre oggi lavora per Il Manifesto - dalle energie illimitate e con una popolazione che cominciava a rendersi conto di essere nel pieno del proprio “secolo”. Insomma i cinesi, pancia in dentro, petto in fuori, rialzavano la testa, pronti a riscattarsi dopo l’oblio e lo sfruttamento indiscriminato fatto dagli Occidentali nei secoli passati, tornando a riprendere il loro posto al “centro del mondo” come vuole il suo nome Zhongguo, “terra di mezzo”, orgogliosi della loro civiltà, che ha scritto pagine memorabili.  
La Cina ha dunque avviato una via autonoma alla creazione, allo sviluppo e all’implementazione delle tecnologie dell’Ict e ad Internet bypassando gli strumenti occidentali (Facebook, Youtube, Twitter) per evitare di “inquinare” lo spirito socialista, dimostrando di aver fatto tesoro della raccomandazione del vecchio leader Deng Xiaoping, secondo cui “aprendo le porte entreranno sia l’aria sia le mosche”. 
Si è aperta al mondo, ma l’ha fatto stando bene attenta a evitare intrusioni “indesiderate”. Ecco allora scendere in campo, prima, con l’Esercito dei 50 cents (“una vera e propria armata di freelance che, remunerata dal Governo a 5 centesimi di yuan, si occupava di tenere sotto controllo l’opinione pubblica online”), e, dopo, utilizzando una serie di strumenti sofisticati e pervasivi che funzionano così bene da renderli appetitosi anche ad altri Paesi che vogliono controllare da vicino la popolazione degli internauti: il “Great Firewall”, il Grande muro del fuoco, un filtro che blocca i siti Internet sgraditi, è stato adottato dalla Russia e dalla Turchia. 
Pechino insomma incoraggia la popolazione e le imprese a servirsi e investire nell’hi tech, ma non vuole sorprese e quindi mette in campo una censura preventiva e un controllo spietato dell’opinione pubblica (all’occorrenza da riorientare ed educare) che, salvaguardando il monopolio del potere del Partito comunista e della nomenclatura, ha fatto però benissimo all’economia avendo stimolato un mercato interno digitale divenuto in breve tempo floridissimo, spogliato dalla concorrenza delle super-aziende straniere. Un mercato che ha dato vita a migliaia di startup, alcune delle quali sono oggi conosciute in tutto il mondo: Tencent di Ma Huateng, che ha inventato WeChat, la famosa app, che oggi utilizzano quasi tutti i cinesi e che l’Occidente, con Facebook in testa,  sta cercando invano di imitare; Alibaba, il leader mondiale dell’e-commerce fondato da Jack Ma, Baidu di Robin Li, il principale motore di ricerca, Huawei, il gigante delle telecomunicazioni creato da Ren Zhengfei, leader della rete 5G e così via). 
Così, mentre gli Stati Uniti erano indaffarati a scovare nemici in giro per il mondo e l’Europa cominciava a ripiegarsi su se stessa alla ricerca di un’improbabile struttura politica comune, i cinesi gettavano le basi che li avrebbero lanciati come competitor dei Paesi occidentali per il dominio del mercato dell’Intelligenza artificiale, del 5G e del mondo dei Big Data. 
L’avvento e la diffusione di queste tecnologie porta con sé il pericolo connesso alla gestione dei dati personali degli utenti che adoperano social network, telefonini e applicazioni, e così via: “la vera linfa vitale del capitalismo delle piattaforme” la definisce l’autore. 
E la questione di fondo è chi garantisce la tutela della privacy, cioè a dire che i dati acquisiti dagli utenti siano essi detenuti dagli Stati o da società private vengano usati correttamente e non per finalità politiche o di controllo sociale. 
I legislatori di tutto il mondo hanno varato leggi e regolamenti sempre più severi in proposito. Si pensi al Gdpr, il Regolamento 679 del 2016 (entrato in vigore nel 2018) della Commissione europea sul trattamento dei dati personali nei Paesi Ue. Ma queste regole non sembrano in grado di poter impedire l’uso distorto dei dati personali dei cittadini. 
Un esempio? Lo scandalo di Cambridge Analytica, la società inglese poi fallita, che ha utilizzato i dati di 50 milioni di utenti derivanti dai profili di Facebook nella campagna elettorale americana, ha dimostrato che la politica di tutela della privacy della società di Mark Zuckemberg è fallimentare, e molti suoi utenti si sono ribellati. Risultato? Le regole delle autorità non sono servite ad impedire abusi. 
Naturalmente, anche la Cina è sotto accusa. Nel 2018 Tencent è stata accusata di avere consegnato allo Stato un’enorme quantità di dati che permette alle forze di polizia di utilizzarli in funzione di prevenzione di assembramenti che possano costituire un pericolo per la stabilità sociale o l’ordine politico. 
Ma Tencent non è l’unica popolare startup a lavorare per il Governo. Lo fa anche Terminus: gestisce in maniera “intelligente” per conto del Governo compound e interi quartieri di Pechino  “mettendo insieme quanto l’attuale menù di Intelligenza artificiale e Internet delle cose, consente. In pratica la società raccoglie una quantità notevole di dati di residenti e passanti provenienti dalle videocamere intelligenti sparse ovunque attraverso sistemi di riconoscimento facciale, la geolocalizzazione e i “voiceprint”, le impronte audio: l’unione di tutte queste informazioni scorre di fronte a schermi controllati dagli uomini della sicurezza”. Insomma, in Cina opera una sorta di Grande Fratello onnisciente e onnipresente, riprendendo la visione inquietante descritta da George Orwell nel libro 1984 dove ogni individuo è tenuto costantemente sotto controllo dalle autorità.  
In pratica lo Stato cinese controlla da vicino i suoi cittadini giorno e notte ed è pertanto in grado di impedire forme di dissenso e proteste che possano mettere in discussione lo statu quo del potere assoluto del Partito comunista e della sua classe dirigente. E i cittadini non hanno nulla da dire in proposito? No, perché preferiscono rinunciare a un po’ di privacy pur di avere garantita maggiore sicurezza personale e dei propri beni. 
Inoltre ogni cittadino o ente dispone di un punteggio proprio in base al suo comportamento: è il sistema cosiddetto dei crediti sociali (Scs), ovvero i sistemi dei crediti sociali, perché sono più di uno: ne esistono infatti a livello aziendale, di singole città, e quello finanziario gestito dalle istituzioni creditizie e dalla Banca popolare cinese, la banca centrale).  
Tanto più virtuoso è il soggetto, tanto più alto il credito sociale di cui gode, ovvero la sua “affidabilità” e dunque l’accettazione da parte degli altri cittadini, secondo quanto è stato preordinatamente stabilito dallo Stato o dalle amministrazioni locali, o dalle aziende. Al contrario, se i comportamenti non sono ortodossi, il cittadino (utente e consumatore) scade, viene bollato come inaffidabile, esposto al ludibrio popolare, emarginato, costretto a riconoscere di aver sbagliato, e a doversi redimere attraverso attività che ne facciano riacquistare credito e dunque affidabilità e fiducia da parte del sistema politico e degli altri consociati. 
Lo Stato cinese è impegnato a diventare l’avanguardia della tecnologia nel mondo, ma nello stesso tempo sta realizzando uno Stato di sorveglianza. Una tendenza condivisa anche in Occidente, sebbene la natura politica e le tradizioni sociali cinesi consentono a Pechino di spingere a fondo in questa direzione, diventando un laboratorio cui può guardare anche il resto del mondo. 
Un’altra tessera di questo mosaico è rappresentata dalle smart city, le città del futuro avanzatissime, ma anche controllatissime. 
Il modello è già pronto: sarà Xiong’an, la città hub tecnologico-finanziario: ordinata, ecologica, e soprattutto ipercontrollata. Per costruire la new city del futuro occorrerà investire 580 miliardi di dollari più altri 91 per dotare la città delle infrastrutture necessarie per i trasporti. 
E quello che sta servendo alla Cina può essere utilizzato anche da altri Paesi. Non dimentichiamo che diversi media cinesi hanno sottoscritto importanti accordi con media italiani per la gestione e la condivisione di dati personali che riguardano cittadini italiani. 
In Italia inoltre diverse giunte (Roma, Firenze, Cagliari) stanno puntando sui sistemi di videosorveglianza forniti da Huawei. Lo stesso sta avvenendo negli Stati Uniti dove le forze armate e diversi dipartimenti di Polizia di Massachusetts, Colorado e Tennessee stanno acquistando prodotti tecnologici cinesi di videosorveglianza basate sul riconoscimento facciale tra i quali le telecamere Hikvision, società il cui capitale è detenuto per il 42 per cento dalla Cina. 
Al di là di come si dovrà gestire questa grande mole di informazioni da parte di Stati e di aziende private che ci riguarda tutti da vicino, resta sullo sfondo la domanda relativa alla grande sfida tecnologica per la leadership nelle tecnologie che contrappone la Cina all’Occidente. Chi la vincerà? Difficile dirlo. 
Nel libro una risposta non c’è, ma vista l’asprezza degli attacchi e delle accuse che l’Amministrazione americana guidata da Donald Trump ha rivolto alla Cina negli ultimi tempi, si può ben comprendere quanto essa sia strategica. 
Gli Stati Uniti stanno cercando in tutti i modi di ostacolare l’avanzamento tecnologico della Cina. Dato che pur essendo privata, è sospettata di essere molto vicina al Partito comunista, essendo nata ad opera di un militare, il presidente Donald Trump ha utilizzato questo pretesto per cominciare una “guerra” contro Huawei con l’intento se non di distruggerla, quanto meno di rallentarla nello sviluppo del 5G. Senza contare la stretta regolamentare in arrivo sulle imprese hi tech quotate al Nasdaq, il listino tecnologico di Wall Street. 
La “guerra” per primeggiare nelle tecnologie del Terzo millennio (dall’Intelligenza artificiale ai Big Data, dalla rete 5 G alla Robotica) è alta. 
Perdere questa “guerra” significa doversi rassegnare a essere una potenza dimezzata, se non subalterna. Nessuno vuole perdere. Come finirà? Non lo sappiamo, ma una cosa è certa: la corsa all’innovazione non conoscerà pausa e continuerà a sorprenderci. Nel bene e nel male.

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