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I primati dei gigli d’oro in campo azzurro: ventiquattro intriganti storie “dell’orgoglio e della memoria” di Napoli

L’ultimo libro di Paolo Mastromo è una collazione dei personaggi più significativi della cultura, della ricerca, dell’industria e delle arti del Regno delle due Sicilie


01/03/2021

di Ciro Menotti


È appena uscito per i tipi dell’editore Rogiosi, specializzato nella storia e nelle tradizioni di Napoli, il libro di Paolo Mastromo I Napoletani che hanno fatto grandi i Borbone (pagg. 342, euro 18,00). Un lavoro che riporta ventiquattro storie in qualche modo esemplari dei 126 anni (dal 1734 al 1860) in cui la casa Borbone ebbe potestà sull’Italia meridionale (dapprima del Regno di Napoli e di quello di Sicilia; quindi, dopo il 1815, Congresso di Vienna, di quello che si chiamò Regno delle due Sicilie). 
La rivisitazione di quegli anni e di quegli eventi è sorprendente, a tratti entusiasmante. Tocca infatti aspetti diversissimi fra loro: dall’università ai processi alchemici, dalla capacità di ideare e realizzare strumenti mai visti, visionari e immaginifici, felicemente iperbolici, alla voglia/capacità di girare il mondo alla ricerca delle ultime meraviglie, dall’attenzione alla persona, che ha prodotto in campo sanitario risultati che per decenni non hanno avuto metro di paragone, alla capacità di pensare e realizzare il bello, la musica, l’arte, la poesia…. Storie di innumerevoli invenzioni, ma soprattutto di geniali inventori, attivi nel campo dell’industria come anche nel sociale. 
In questo libro Mastromo tiene in modo particolare a evitare il tranello di “schierarsi” nella querelle post-risorgimentale che oggi è più viva che mai. Gli sembra infatti, come scrive, che ridurre il secolo e mezzo di storia che prende in esame allo stucchevole quesito se nel Mezzogiorno d’Italia si vivesse meglio sotto il dominio Borbone o se l’Unità sia stata una sorta di “liberazione” di popoli oppressi e sottosviluppati, sia un grave errore. Così facendo, infatti, si rischia di ridurre la Storia al gioco delle caste, come si direbbe oggi, al gioco del Potere; ignorando che, al contrario, la storia, quella vera, è il farsi quotidiano della genialità, della laboriosità e delle aspirazioni dei popoli. 
Il libro si inserisce nel filone dei “primati” della Napoli borbonica; filone che da almeno un ventennio scava nel passato (con documenti, testimonianze, pubblicazioni) alla ricerca di conferme sul connubio (certamente assai produttivo) fra il Paese e i suoi governanti mettendo in risalto, con puntigliosa precisione, tutte le eccellenze che tanto a lungo caratterizzarono il Governo della Casa dei gigli d’oro in campo azzurro. Potremmo definirlo un libro “dell’orgoglio e della memoria”. 
In estrema sintesi “i Napoletani che hanno fatto grandi i Borbone” sono Raimondo di Sangro, Principe di San Severo, Antonio Genovesi, Pietro Di Martino, Giovanni Maria Linguiti e Luigi Giura assieme a un gran numero di personaggi dell’arte e della scienza non nati a Napoli e però diventati Napoletani attraverso il genio della loro attività. Basti pensare a Domenico Cotugno (pugliese), Ferdinando Fuga (toscano), Giuseppe Piazzi valtellinese) e Maria Lorenza Longo (spagnola), la fondatrice degli Incurabili. Personaggi come Antonio Sancio, l’intendente di Finanza di Napoli e amministratore dell’Ospizio dei Poveri, che morì in miseria perché donava in beneficenza quasi tutto ciò che guadagnava non avendo cuore di vivere meglio dei poveri le cui vite organizzava. 
Storie di altri tempi, di altro spessore morale, si potrebbe dire. Ma anche storie di mattane divenute famose nel mondo, come la carrozza marittima del principe di San Severo e il suo memorabile viaggio attraverso il Golfo di Napoli. E il numero dei personaggi citati è veramente vastissimo: completa questo I Napoletani che hanno fatto grandi i Borbone un Indice dei nomi ricco di oltre mille personaggi, a testimonianza della varietà dei temi affrontati dal libro, e della estensione temporale della ricerca. 
Certamente i Borbone sono presenti, nel libro. Con il loro incoraggiamento alle arti e all’industria, la loro caparbia modernità del combattere le rendite parassitarie (e quelle ecclesiastiche) di cui la Napoli prima di loro, soprattutto la Napoli spagnola, ancora si alimentava. 
La loro tenacia nel perseguire grandi disegni civili (la flotta, gli osservatori astronomici e - più di tutti - l’incredibile esperimento di San Leucio, un borgo antesignano di quelli di Crespi d’Adda e di Adriano Olivetti nell’immaginare comunità sociali costruite intorno ad alcune eccellenze produttive) si scontrerà con il modernismo che, sulla spinta idee della Rivoluzione francese, favorirà la trasformazione dei sudditi in cittadini, avviando quel processo di delegittimazione delle monarchie che, un secolo dopo, è finito come sappiamo. 
“Felice, e fortunata, e certamente abile e ispirata quella monarchia che dei Napoletani si servì”, scrive Mastromo. “Ma felice, prima di tutto, quella popolazione che in questo straordinario frangente della storia seppe e volle scrivere pagine indimenticabili nella cultura, nella scienza, nell’arte, nella società”. Basti pensare al Real Teatro San Carlo: forse non tutti lo sanno ma se i teatri lirici del mondo un po’ tutti si assomigliano, è perché tutti, dal 1737 in avanti, si sono ispirati al modello napoletano
Per la cronaca Paolo Mastromo (Napoli, 1946), giornalista e dirigente di marketing, ha scritto libri di economia per le edizioni de Il Sole-24 Ore, romanzi gialli (tre thriller di fanta-politica ambientati in Italia, affidati alla soluzione del giornalista-investigatore Andrea Trovato) e un paio di biografie di personaggi originali: il prete salesiano Rodolfo Antoniazzi (Unicopli, 2016) e il cantante e musicista guineano Naby Eco Camara (L’aventure est dure, 2017).

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