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I sette peccati capitali secondo Carlo Cottarelli

Ma le scoperte del cocco della maestra lasciano a desiderare. All’insegna di “che barba, che noia, che barba”


12/02/2018

di Pietro De Sarlo*


Forse perché ogni volta che un giornalista gli fa una domanda assume quell’aria smarrita da ripetente di lungo corso, oppure perché prima di rispondere si concentra in una lunga riflessione in cui sembra che faccia fatica a mettere in relazione i neuroni che vagano sparsi nel cervello, Carlo Cottarelli è simpatico alle masse. Il fatto che lo ritengano anche un credibile dispensatore del verbo economico e di soluzioni dei nostri drammi invece è un mistero. In ogni caso poiché il suo libro, I sette peccati capitali dell’economia italiana, mi è sembrato una rilevante novità rispetto al mantra della spending rewiew, spinto dalla curiosità, ho dato il mio obolo al benessere del Carlo nazionale e l’ho acquistato nella versione e-book. 
Sull’elencazione dei sette peccati poco da dire. La corruzione è uno dei sette peccati? Come non essere d’accordo. Vado di corsa a leggere il capitolo, specialmente per essere illuminato sulle relative soluzioni, e trovo più o meno questo paradigma: non siamo in grado di determinare l’ammontare dei danni prodotti all’economia dalla corruzione e non sappiamo bene come eliminarla. Ci precisa che invero un numero sull’entità di questi danni era circolato e era stato ripreso da istituzioni, agenzie di rating e dalla stampa.  Purtroppo era sbagliato e frutto di un equivoco. Anche l’Fmi stava per pubblicarlo ma Carlo Cottarelli, il cocco della maestra, per fortuna se ne è accorto. 
Con grande sprezzo del pericolo e in una spasmodica corsa contro il tempo, degna dei migliori thriller americani, all’ultimo momento è riuscito a non farlo pubblicare. L’umanità si è salvata ma io mi sono confermato sulla qualità di agenzie, istituzioni e stampa. Un po’ deluso vado al capitolo della burocrazia. Dopo qualche paginata di luoghi comuni e di soluzioni banali e impraticabili, rifletto che al nostro sfugge qualche numero illuminante. Il 50,3 % dei dipendenti pubblici italiani ha più di 55 anni, in Germania sono il 20%. Se manca un minimo di riflessione su questo dato è inutile proseguire con la lettura del capitolo. Invece il capitolo del divario Sud- Nord di numeri è pieno. Carletto ci si perde, vaga tra considerazioni storiche e sociologiche, cerca le cause e siccome proprio non ne trova, pur essendo palesemente tentato di darle sul piano antropologico, scivola sul banale meno tasse meno salari e, ovviamente, più mercato e meno stato. 
Altro mantra dei liberal-rigoristi è il recupero di competitività attraverso la contrazione salvifica di salari e garanzie sociali. Dimentica che il sud è pieno di incentivi e esenzioni che rendono già ora competitivo il costo del lavoro ma che rimangono inutilizzati. Curiosamente il divario infrastrutturale tra nord e sud non merita neanche un paragrafo autonomo. In effetti il fatto che l’alta velocità si ferma a Salerno, e che al sud ci sono 17 km di autostrade ogni mille kmq, contro il 34 del nord – ovest e il 36 della Germania a Carlo non sembra rilevare troppo. Forse dovrebbe provare a uscire dalla confort zone degli uffici studi FMI e dell’università e cimentarsi con la vita reale. Dovrebbe farsi spiegare da aziende e investitori perché non investono in zone che hanno, mutatis mutandis, la stessa accessibilità dell’800. L’unica risorsa che abbonda al sud, al nord e al centro è costituita da una miriade di giovani laureati in gamba. Leggono il libro di Cottarelli e dicono: “Ho capito”. Preparano la valigia e partono. 
Era il lontano maggio del 1998. Lasciai la comoda, sicura e ricca di prospettive di ulteriore carriera, poltrona di direttore strategie-pianificazione e controllo del gruppo Ras-Allianz per andare con un contratto a tempo determinato e un salario ridotto in Poste Italiane. Perché lo feci? Un po’ perché mi annoiavo, e un po’ perché la sfida di restituire al Paese un pezzo di pubblica amministrazione, rendendola un’azienda competitiva, mi esaltava. Mi trovai catapultato in un gruppo ristretto di una trentina di persone che costituivano il manipolo di dirigenti che sotto la guida di Corrado Passera aveva assunto questo compito. Mi trovai anche in una società che perdeva 2.500 miliardi (di lire) l’anno e aveva liquidità per pagare gli stipendi fino al mese di luglio. L’indebitamento era alle stelle. 
All’epoca erano, come oggi, molto di moda i manager che riducevano i costi e tagliavano le teste. Tutti si aspettavano che facessimo quello, il clima in azienda era sfiduciato, preoccupato e depresso. Corrado Passera invece comprò immediatamente la Sda, facendo ulteriori buffi, e fu varato un piano di investimenti per la modernizzazione della società, sempre a buffi. In sei mesi furono meccanizzate 75.000 postazioni di lavoro, in un paio di anni fu rifatto il layout degli uffici postali, i paesaggi con prevalenza di giallo e blu risalgono a quell’epoca, in un anno fu varato il bancoposta e il corriere prioritario. Ogni postino ebbe o un’auto o un ciclomotore. I dipendenti riscoprirono l’orgoglio di appartenere alla Poste Italiane. 
Per fortuna Cottarelli non era tra i nostri consulenti. Se la risposta strategica al disastro trovato fosse stata la riduzione dei costi, Poste Italiane sarebbe fallita con ricadute disastrose per il Paese e catastrofiche per i dipendenti e le loro famiglie. Invece valutammo che nel rapporto tra i costi e i ricavi non erano i costi alti, ma i ricavi bassi e che c’era un enorme potenziale di crescita di questi ricavi. Certo tagliammo anche sprechi e riducemmo il personale dove non serviva: è buona norma non sperperare le risorse, specialmente se sono pubbliche. 
Non mi sono mai pentito della scelta fatta. Quando nel 2002 lasciai Poste, questa produceva già un leggero utile. In sintesi fu salvata grazie a una corretta visione strategica, alla progettazione di un piano operativo, a un rigoroso piano di azione e a una struttura organizzativa, i trenta di cui sopra, che batteva il tempo e controllava gli stati di avanzamento e discuteva, anche animatamente, su come rimuovere gli ostacoli alla realizzazione del piano. Il mantra collettivo era: occorre fare in modo che le cose avvengano! 
Perché racconto questo? Perché se si confrontano i dati essenziali dell’economia italiana con quella tedesca, l’economia più forte dell’area euro, rapportandoli alternativamente al Pil e al numero di abitanti ci si rende conto che per diventare come i tedeschi ci manca circa il 30% di Pil e circa sette milioni di posti di lavoro, mentre invece non c’è alcun parametro che ci dice che abbiamo un livello di costi eccessivamente esuberante, rispetto alla superficie e agli abitanti del Bel Paese.  Ad esempio abbiamo la stessa incidenza di dipendenti pubblici rispetto al numero di abitanti. 
La situazione attuale dell’Italia è simile a quelle del 1998 di Poste. Alto indebitamento, livello di ricavi modesto, costi un po’ di più dell’indispensabile. Ora la domanda è: quale è la visione strategica per salvare il Paese? Monti, Fornero, Cottarelli e tutti i liberal-rigoristi rispondono che bisogna tagliare le spese per poter ridurre il debito. Per aumentare il Pil bisogna sviluppare l’economia di mercato, liberalizzare, precarizzare il lavoro, eccetera. Nel suo libro Cottarelli allarga il giro delle cose da mettere in cantiere e propone un insieme infinito di misure un po’ normative, un po’ culturali e mette insieme tante cose che richiedono decenni e producono incerti risultati e se dovessimo trasformare il tutto in un piano di azione coerente faremmo a tempo a morire di fame noi, i nostri figli e i nostri nipoti. Se poi dovessimo attuarlo, ai nipoti neanche ci arriviamo. 
Ma è possibile aumentare il Pil? Dei 7 milioni di posti di lavoro in meno, 4 sono al Sud. Per mestiere vedo investitori italiani e esteri. Negli ultimi trent’anni non mi ricordo che ci sia stata mai tanta liquidità e tanti investitori, soprattutto esteri, che pur volendo investire non riescono a farlo in Italia, al Sud soprattutto. Nessuno di loro chiede di poter pagare meno i dipendenti o meno tasse. Neanche a tasse zero investirebbero. Quello che chiedono è certezza del quadro normativo, tra Renzi e Fornero hanno fatto a gara a cambiare le norme retroattivamente, infrastrutture e interlocuzione efficace con la Pa, quella che per il 50,3% ha più di 55 anni. Chiedono più Stato! Il contrario di quello che dice Cottarelli. 
Ma quali infrastrutture? Il Sud e il porto di Taranto potrebbero idealmente competere con il distretto portuale di Rotterdam-Anversa. Le merci che dall’estremo oriente viaggiano verso l’Europa, passando da Suez e da Taranto risparmierebbero un sacco di tempo. Dirottare (o aggiungere) scambi da quello (o a quello) che passa da quel distretto verso Taranto in una misura del 20% vorrebbe dire cambiare l’economia e i destini del sud, tanto da farlo diventare la locomotiva del resto del Paese. Una roba da un paio di milioni di posti di lavoro, veri. 
Chiacchiere? E come mai nessuno ci ha mai pensato? Direte voi. Ci hanno pensato, eccome, i cinesi guidati da Li-KaShing che dal 2009 e fino al 2015 hanno implorato per avere una interlocuzione minimamente concreta e affidabile con l’Italia. Nel 2013 i cinesi hanno varato un piano colossale per realizzare le nuove vie della seta, si parla di un trilione e mezzo di dollari, e alla fine si sono stufati e hanno modificato il loro piano e le vie della seta passano ovunque tranne che in Italia. Caro Cottarelli, chiedevano quattro infrastrutture da pochi spiccioli e non la riduzione dei salari o delle tasse!!! 
Nel 2009 occorreva maturare una corretta visione strategica e realizzarla. Come? Magari con un commissario straordinario e con pieni poteri, senza troppe regole ma con controlli a campione. Appena qualcuno veniva beccato con le mani nella marmellata in galera a vita. Cosa andava fatto? Dragare un po’ il porto, potenziare qualche rotaia, giusto per partire. Pensando un filino più in grande, occorreva rafforzare le tratte ferroviarie merci da Taranto verso le dorsali adriatica e tirrenica, fare l’Autostrada Lauria Candela, l’aeroporto a Pisticci e il collegamento autostradale Pisticci-Taranto. In questo modo si ampliava il retroterra necessario per lo sviluppo della logistica integrata al porto. Costo? Una ventina di miliardi senza fare la cresta. Se si pensa che i fondi europei, che vengono utilizzati in minima parte e nello scandaloso modo con cui lo fa il Pd del renziano Pittella in Lucania, ammontano a 70 miliardi si tratta di spiccioli. 
Ovviamente propedeutica alla parte realizzativa c’è la condivisione democratica della visione strategica. Pensate che realizzare quello che è stato fatto in Poste sarebbe stato possibile senza un coinvolgimento convinto e determinante delle parti sociali? Se pensate questo siete fuori dalla realtà. 
Se proprio non ha nulla da fare, Cottarelli potrebbe studiare come mai ci siamo lasciati scappare una occasione come quella di Taranto. Letto il libro non mi stupisco più se l’Fmi, da cui proviene Cottarelli, non ne ha mai azzeccata una in nessuna parte del mondo. 
Invece con il suo libro mi ricorda una vecchia storiella: Un signore in mongolfiera fa un atterraggio di emergenza in un campo. Nel campo trova un uomo e gli chiede: “Dove siamo?”. L’uomo risponde: “Mi sono perso anch’io. Ma sono quasi riuscito a capire dove ci troviamo. Dunque questo è un campo di grano. Il campo è lungo trecento metri e largo duecento. È stato seminato 15 giorni fa, il terreno è argilloso, sto facendo dei campionamenti per vedere fino a che profondità arriva l’umidità, poi farò un poco di serie storiche e di correlazioni, …” 
Il tizio in mongolfiera lo interrompe e gli chiede: “Lei è un economista?” 
“Perbacco! Come ha fatto a capirlo?”, “Semplice. Sta cercano un sacco di informazioni, ma nessuna di queste serve a qualcosa!” 
In sintesi cosa dice il libro di Cottarelli? Che l’economia italiana è bloccata da sette peccati capitali e per farla ripartire occorre eliminare i sette peccati capitali. 
Insomma come è il libro? Inutile e noioso. Cha barba, che noia, che barba!

*Manager e scrittore

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