Share |

I termini inglesi stanno uccidendo la lingua che ha reso grande il mondo


14/05/2018

di Monia Savioli


Mai come ora la famosa frase del film “Totò, Peppino e la malafemmina” risulta attuale. Chi non la ricorda? “Noio volevam savuar…”. Ecco, a distanza di oltre 60 anni dall’uscita della pellicola, quella frase, nata per stigmatizzare il divario fra Nord e Sud, interpreta oggi la nuova tendenza, sempre più diffusa, di miscelare termini dialettali a parole inglesi. C’è un termine per definire il fenomeno: dialenglish. Un neologismo come tanti, che non solo stravolgono i vocabolari ma modificano anche le strutture grammaticali al punto da rendere la tanto temuta scomparsa del congiuntivo un problema secondario. Il Salone del Libro di Torino ha dedicato un ampio dibattito a queste, chiamiamole, evoluzioni della lingua italiana nel corso del convegno “L’italiano che sarà”. O che non sarà più, visto che le proiezioni di linguisti e studiosi danno per spacciata la lingua italiana, attaccata su più fronti dall’ingresso prepotente di altre lingue e dall’abitudine sempre più diffusa, veicolata in particolare dagli utilizzatori dei social, di usare termini dialettali in sostituzione di quelli ufficiali ridotti sempre più al lumicino. L’Italia è il paese dei vernacoli, tanti, diversi, accomunati dalla loro forza espressiva, ma non sempre semplici da interpretare da chi abita in regioni diverse. Per questo i dialetti si sono sempre parlati nei paesi e nelle case. Ora però la riscossa del linguaggio parlato trionfa sui social e si sta trasformando in una regola. Di tante parole inglesi entrate nel linguaggio comune poi, non si ricorda neppure più la traduzione in italiano. Il vocabolario della nostra lingua è denso di termini e parole, molto spesso ignorate, utili a definire ogni cosa. Non ci sono spazi vuoti da riempire ma tutt’al più lacune da colmare nella preparazione di chi quella lingua la dovrebbe conoscere perché è la sua. Ma questa è l’Italia di oggi, con buona pace di chi, nel lontano 14° secolo ha conferito dignità alla sua lingua fissandola nel poema dei poemi, la “Divina Commedia”. Chissà se oggi Dante “sbroccherebbe” osservando un selfie in un momento di stand by? Forse si comporterebbe come Totò nel chiedere le informazioni al vigile milanese, ritenuto straniero in quanto milanese, oppure semplicemente scuoterebbe la testa in cerca di Virgilio, certo di trovarsi nuovamente in quella “selva oscura ché la diritta via era smarrita”.

(riproduzione riservata)