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I troppi fiaschi del Fisco che si chiudono in Cassazione

Dagli studi di settore all’eredità, tante liti senza speranza per l’Erario. Eppure la guerra tra guardie e ladri sembra non avere mai fine


02/07/2018

di Salvina Morina e Tonino Morina


Una volta si vince, un’altra si perde. Anche se si tratta di casi perfettamente uguali. È questo il bello e il brutto del contenzioso. Magari in attesa del famoso “giudice di Berlino”. Il guaio è che in alcuni casi il contenzioso è veramente un terno al lotto, anche quando la materia è pacifica. La confusione fiscale è ai massimi livelli e probabilmente questi ultimi tre anni rappresentano il periodo peggiore degli ultimi vent’anni. Tanto è vero che alcuni uffici, una volta partito l’accertamento, hanno paura di annullarlo in autotutela. In effetti l’evasione c’è ed è tanta, ma il suo recupero deve essere fatto con “correttezza ed efficienza” nei confronti dei veri evasori; se si sbaglia bersaglio e si disturba ingiustamente un cittadino, gli uffici devono annullare subito in autotutela gli atti sbagliati. Semplice, ma difficile attuarlo per alcuni funzionari che trattano ancora i cittadini come sudditi e, in ogni caso, come sicuri evasori.

Prosegue la guerra tra guardie (Fisco) e ladri (contribuenti) - Per il Fisco, i contribuenti sono sempre evasori, a prescindere. Ed è anche per questo che, al di là delle chiacchiere, “compliance” e altre belle parole, non si riesce a mettere la parola fine all’eterna guerra tra guardie (il Fisco appunto) e ladri (ovviamente i contribuenti). In realtà ci vorrebbe più lealtà e collaborazione tra le due parti in causa. Interesse di tutti è infatti cercare l’evasione dove c’è ricchezza, nei confronti dei veri evasori, senza disturbare inutilmente i cittadini che hanno commesso errori formali senza però avere evaso nulla.

Il contenzioso è diventato “il gioco dell’oca” - Purtroppo, alcuni uffici costringono il contribuente a fare ugualmente i tre gradi di giudizio - prima la commissione tributaria provinciale, poi quella regionale e infine la Cassazione - trasformando così il contenzioso nel “gioco dell’oca”. A ogni sentenza favorevole per il contribuente, segue il ricorso dell’ufficio che, in genere, non rinuncia alla lite, anche se è sicuro di perdere. D’altra parte, i funzionari che amano la lite non rischiano nulla. Non è giusto perché i fastidi per i contribuenti, non solo in termini economici, sono notevoli. Ma gli uffici se ne lavano le mani, lasciando fare ai giudici. Insomma, almeno dieci anni di sofferenze per i contribuenti. Questo modo di operare è sbagliato, per la ragione che, in caso di errore dell’ufficio, il cittadino merita rispetto e l’atto sbagliato va annullato in autotutela senza perdere tempo. L’annullamento dell’atto errato non è un optional, ma va fatto senza indugi ogni volta che ne ricorrono i presupposti. In alcuni uffici, purtroppo, la parola d’ordine “ridurre il contenzioso” viene letta al contrario, come se fosse scritta “moltiplicare il contenzioso”. In tutta questa confusione, le uniche persone che ci guadagnano sono i difensori dei contribuenti. Ma quelli che ci perdono sono gli uffici delle Entrate e i cittadini, cioè la collettività.

Il Fisco prosegue la lite fino alla Cassazione - Sono frequenti le condanne a carico degli uffici che proseguono il contenzioso perdente, subendo una doppia beffa. L’erario non incassa nulla e l’ufficio è condannato a pagare le spese di giudizio. Sono diversi i casi in cui gli uffici potrebbero evitare la prosecuzione del contenzioso. Ecco, di seguito, i casi più frequenti in cui, per insistenza e temerarietà, il Fisco viene sempre bocciato.

La rinuncia all’eredità «salva» dal Fisco - Per la Cassazione, ordinanza 13639/18, depositata il 30 maggio 2018, chi rinuncia all’eredità non ha alcuna responsabilità per i debiti del contribuente deceduto. Sbaglia perciò l’ufficio che insiste nella richiesta di pagamento agli eredi rinunciatari, e, quindi, deve essere accolto il ricorso dei contribuenti con condanna alle spese a carico dell’agenzia delle Entrate per 15mila euro, oltre rimborso forfetario ed accessori di legge.

L’ufficio deve provare che le operazioni sono inesistenti - Per la Cassazione, l’ufficio che nega la detrazione dell’Iva per presunte operazioni soggettivamente inesistenti, deve fornire la “prova” che le operazioni non sono mai state poste in essere (cassazione, ordinanza 2 maggio 2018, n. 10401). In mancanza di questa prova, l’accertamento del Fisco deve essere annullato, l’ufficio non incassa nulla ed è condannato a pagare le spese di giudizio, a favore del contribuente, per oltre 6mila euro.

Stop alle sanzioni sugli errori formali - Per i giudici di legittimità, ordinanza 14933 del giorno 8 giugno 2018, non è punibile il contribuente che presenta in ritardo le scritture contabili, a condizione che la violazione «sia priva di incidenza sulla determinazione della base imponibile dell’imposta e sul versamento del tributo e sia inidonea ad arrecare pregiudizio all’esercizio delle azioni di controllo». Il “guaio” è che, dopo quasi 13 anni di contenzioso, l’erario, dopo avere subìto una triplice bocciatura, in primo grado, in secondo grado e in Cassazione, non incassa nulla e deve anche pagare le spese di giudizio per circa 5mila euro.

La media semplice non è ponderata - Per la Cassazione, è illegittimo il ricorso alla media semplice, anziché alla media ponderata, quando tra i vari tipi di merci esiste una notevole differenza di valore ed i tipi più venduti presentano una percentuale di ricarico inferiore a quella risultante dal ricarico medio (Cassazione, n. 13319 del 2011; n. 4312 del 2015). Sono diversi i contenziosi in materia di applicazione sbagliata della media aritmetica semplice, “scambiata” per media ponderata. Per giurisprudenza consolidata in materia, è costante l’accoglimento del ricorso dei contribuenti, con conseguente bocciatura dell’operato della Finanza e degli uffici delle Entrate che non applicano correttamente il ricarico medio ponderato.

Il rimborso Iva è soggetto alla prescrizione decennale - Per la Cassazione, sentenza n. 19510 del 19 dicembre 2003, il credito del contribuente per il rimborso dell’Iva si consolida decorsi due anni dal termine per la presentazione della dichiarazione annuale senza che l’amministrazione finanziaria abbia notificato alcun avviso di rettifica o di accertamento ed è esigibile alla scadenza dei successivi tre mesi. Pertanto, il termine di prescrizione decennale del diritto al rimborso decorre a partire da due anni e tre mesi dalla data di presentazione della dichiarazione annuale, non essendo il diritto medesimo esigibile prima del decorso di detto termine.

L’Inps chiede i contributi in base agli accertamenti - L’Inps non ha alcun titolo per chiedere i contributi che scaturiscono dagli accertamenti del Fisco definiti con la chiusura delle liti pendenti. È perciò priva di effetti la richiesta fatta dall’istituto previdenziale, con un avviso di addebito, sulla base dell’accertamento emesso dall’agenzia delle Entrate, direzione provinciale di Siracusa. Per il Tribunale di Siracusa, deve essere perciò accolto il ricorso del contribuente, e, per l’effetto, deve essere annullato l’avviso di addebito emesso dall’Inps (sentenza n. 108/2018, pubblicata il 5 febbraio 2018).

Stop agli studi di settore automatizzati - Proseguono le bocciature della Cassazione nei confronti degli uffici che emettono accertamenti standardizzati da studi di settore. Un esempio è nella sentenza 9755/17, depositata il 18 aprile 2017. Per la Cassazione, sbagliano gli uffici che considerano gli studi di settore uno strumento di accertamento.

Dopo 5 anni di silenzio il Fisco perde i soldi - Le richieste di pagamento, così come i fermi amministrativi notificati dopo i 5 anni dalla notifica della cartella di pagamento, sono prive di effetto. Per la Cassazione, sezioni unite civili, sentenza 23397/16, depositata il 17 novembre 2016, le pretese della Pubblica Amministrazione, agenzia delle Entrate, Inps, Inail, Comuni, Regioni, e altri enti impositori, si prescrivono nel termine “breve” di cinque anni, con l’eccezione dei casi in cui la sussistenza del credito non sia stata accertata con sentenza passata in giudicato o a mezzo di decreto ingiuntivo.

I conti “fittizi” devono essere provati - Per la Cassazione, deve essere annullato l’accertamento dell’ufficio, relativo all’anno 2002, che non ha “provato” in alcun modo che i versamenti rilevati sui conti personali del socio e della figlia fossero effettivamente riferibili alla società (ordinanza 9212/2018, depositata il 13 aprile 2018). Dopo tre bocciature, primo grado, secondo grado e Cassazione, e dopo oltre 10 anni, il Fisco rimane con un pugno di mosche in mano e con una condanna al pagamento delle spese che la Cassazione liquida in 6mila euro per compensi, più 200 euro per esborsi e il 15% a titolo di spese forfettarie.

Contraddittorio preventivo obbligatorio - Gli atti emessi dal Fisco senza alcun confronto con il contribuente devono essere annullati. Per la Commissione tributaria provinciale di Vicenza, sentenza 48/02/2018, depositata il 17 gennaio 2018, “la violazione del diritto del contribuente al contraddittorio preventivo, ossia antecedente all’emanazione dell’atto di accertamento, determina pertanto l’illegittimità dell’atto, e di conseguenza, il suo annullamento”. Per la Cassazione, sezioni unite, sentenza n. 19667/14, depositata il 18 settembre 2014, incombe sull’amministrazione finanziaria un generale obbligo di attivare sempre il contraddittorio preventivo rispetto all’adozione di un provvedimento che possa incidere negativamente sui diritti e sugli interessi del contribuente. In caso contrario l’atto è nullo. La sentenza assume particolare importanza perché afferma che il diritto al contraddittorio costituisce principio generale applicabile in qualsiasi procedimento amministrativo tributario. Nella predetta sentenza della Cassazione, si sottolinea l’obbligatorietà della preventiva comunicazione che deve essere portata a conoscenza del contribuente, per garantirgli il reale ed effettivo esercizio del diritto di difesa, diritto costituzionalmente protetto e che non può essere negato in alcun modo dagli uffici.

Con la pace fiscale, soldi subito e stop alle liti - La pace fiscale è uno degli obiettivi del nuovo governo. Con una vera pace fiscale, si potrà anche sperare di arrivare alla promessa semplificazione, e così ridurre la confusione che è in continuo aumento, con il caos fiscale che ha superato ogni limite di umana sopportazione. Il colpo di spugna sul passato è indispensabile, sia per una vera semplificazione e un riordino del complesso sistema fiscale, sia perché si otterrebbe un duplice obiettivo: incassare subito un buon gettito, certo e definitivo, e ridurre notevolmente le liti pendenti, in primo grado, in secondo grado e in Cassazione. È anche vero che in alcuni casi le somme accertate sono esagerate e, con la definizione amichevole, l’incasso sarà sicuramente inferiore alle imposte accertate, ma tenere in vita il contenzioso costa tanto sia agli uffici, sia ai contribuenti, cioè alla collettività. Per il nuovo Governo, l’alternativa, oggi più che mai di grande attualità, è perciò quella solita: tanti, troppi soldi, forse mai, o pochi, maledetti e subito. Non si tratta di condoni, ma di una tregua per chiudere le tante liti tra Fisco e contribuenti, con gli uffici dell’agenzia delle Entrate, che ormai sono al collasso con il contenzioso da gestire, che sta arrivando a cifre insostenibili che sfiora il milione delle liti pendenti. Soldi subito e basta litigare. Con buona pace per tutti e con benefici per i contribuenti e per le casse dell’erario.

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