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I veti paralizzano il Governo e l'Italia torna a far paura all'Europa. Mentre Draghi…

Gli esiti delle elezioni regionali e l’avvicinarsi di quelle europee potrebbero portare a una crisi politica, mentre l’economia sta scivolando in recessione e servirà presto una manovra correttiva per far quadrare i conti


11/03/2019

di Giambattista Pepi


Al momento c’è una sola certezza: la fase ciclica positiva, che era iniziata nel 2014, è terminata. Lo certifica, nero su bianco, l’Istat, l’Istituto nazionale di statistica. Su questo non ci piove. Più difficile è invece poter sostenere che il Paese è caduto in recessione. Nel terzo e nel quarto trimestre il Pil è leggermente diminuito (-0,1%), ma due valori solo marginalmente negativi non necessariamente configurano una situazione di recessione. Per di più su un’economia che comunque, anche nelle fasi positive, ha stentato ad acquisire tassi di crescita significativi. 
In tale ambito non ci deve illudere il dato della produzione industriale di gennaio (+1,7% su dicembre). Vale a dire la prima variazione congiunturale positiva dopo quattro mesi di cali continui. In effetti, nonostante questo modesto exploit, gli ultimi tre mesi sono risultati i peggiori da sei anni a questa parte. Come peraltro anticipato nella sua nota congiunturale il Centro studi della Confindustria. 
Di fatto la situazione appare deludente soprattutto se si considera che il resto dell’area euro, pur avendo registrato una frenata marcata, nulla ha a che fare con i nostri deludenti risultati. E questo nonostante la Germania, la locomotiva dell’Europa, abbia accusato un preoccupante rallentamento, legato sia alla diminuzione dell’export che all’introduzione di nuove e più severe norme sulle emissioni dei motori. La qual cosa ha rappresentato una remora per la sua industria automobilistica. 
Ma perché l’Italia sta frenando? L’arretramento è dovuto a cause interne oppure esterne? E che incidenza hanno i ribassi dei mercati asiatici, alle prese con la preoccupazione che Usa e Cina non siano ancora vicini a un accordo commerciale? E quanto incide la frenata dell’economia cinese? Quel che è certo è che si tratta di fattori che hanno un loro speso, anche se non in maniera specifica, sull’Eurozona. 
Ma allora da dove arriva la crisi? È difficile fare una diagnosi. Del resto gli stessi economisti sono stati spesso smentiti dai fatti. E quindi sia i dati, sia coloro che per professione (economisti, statistici, analisti) li interpretano, vanno presi con il beneficio d’inventario. 
Detto questo, però, se il presidente della Bce, Mario Draghi, arriva a sostenere la tesi che l’Italia è un freno per l’economia europea, ci saranno pure delle ragioni. E se così non fosse perché ha deciso di fare ricorso nuovamente alle aste Tltro (cioè a operazioni di rifinanziamento a lungo termine con le quali la Banca centrale concede prestiti a basso costo agli istituti di credito a partire dal prossimo settembre e sino al 2021) se non ne avesse ravvisato l’opportunità e l’utilità di dare sostegno alle banche, e non solo a quelle italiane? In altre parole rifinanziandole a tassi mai storicamente così bassi, onde evitare di appesantirne i conti economici e sostenere con il loro credito i consumi delle famiglie e gli investimenti delle imprese. 
Secondo noi, l’Italia sta cominciando a pagare dazio a causa delle carenze strutturali del suo apparato produttivo, della mancata implementazione delle riforme nonché per l’azione del Governo priva finora di risultati concreti. 
Non bastasse, l’Esecutivo guidato da Giuseppe Conte sta vivendo i giorni più difficili del suo tormentato e tempestoso cammino. Nessuno può essere profeta nel proprio Paese, ma è sotto gli occhi di tutti che i partiti che sostengono il Governo (M5S e Lega) sono ai ferri corti. 
In effetti Di Maio e Salvini non cercano nemmeno più di dissimulare, come hanno fatto per mesi, le differenze che li dividono. È evidente che fra loro non c’è comunione di vedute, e non solo sulle opere infrastrutturali come la Torino-Lione. Un’altra questione spinosa è, ad esempio, quella dell’autonomia delle regioni del Nord, sostenuta dalla Lega, ma che non aggrada al Movimento 5 Stelle. A sua volta la politica sull’immigrazione, punto di forza del Carroccio, non è piaciuta alla base pentastellata. Così come non entusiasma la base leghista il reddito di cittadinanza, misura fortemente voluta dai grillini, che dovrebbe partire (i tempi stringono) con un carico di incognite da far paura. E il caso dei cosiddetti navigator, gli operatori che dovrebbero prendersi carico dei beneficiari del reddito, è tuttora in alto mare. 
Che dire: le truppe dei due leader scalpitano, il risultato delle recenti regionali in Abruzzo e Sardegna - deludente per i grillini e più che soddisfacente per il centrodestra a traino leghista - e le ormai imminenti elezioni europee (che vedono le truppe salviniane accreditate di un exploit dai sondaggi commissionati proprio dal Parlamento Ue) stanno spingendo inesorabilmente le due componenti della maggioranza politica verso lo scontro e la rottura. La crisi insomma è in fieri e potrebbe essere aperta proprio all’indomani delle elezioni europee. 
Intanto lo stallo nelle politiche del Governo e l’eventualità che occorra una manovra sia per l’aggiustamento dei conti con la Commissione europea (che aveva ragione da vendere quando bocciò due volte il budget 2019 presentato dal Governo), sia per impedire che i segnali di indebolimento della congiuntura economica italiana si accentuino, stanno rendendo sempre meno popolare il cosiddetto Governo del cambiamento. 
In fondo sono proprio queste le cause del rallentamento dell’economia. Se poi vogliamo per forza attenerci alle dinamiche economiche e mettere tra parentesi la politica, beh, in tal caso, non c’è proprio da essere allegri. 
In tutto questo preoccupante guazzabuglio, chi ha tirato decisamente il freno sono le imprese. Per via del brusco freno agli investimenti al netto delle costruzioni, con il tasso di crescita che anno su anno passa da ritmi superiori all’8% a saggi di segno negativo. 
Tutto questo mentre anche la fiducia delle famiglie sta peggiorando. L’unico aspetto interessante è rappresentato dal fatto che probabilmente il peggioramento della fiducia è per ora legato più alla diffusione delle informazioni relative al quadro economico generale che a un suo effettivo peggioramento. 
La conclusione è che sommando la bassa crescita reale a quella altrettanto modesta dei prezzi si ha la certezza che il Pil si attesterà quest’anno a un livello ben inferiore all’uno per cento. Con ulteriori effetti negativi sul nostro megagalattico deficit. Insomma, un quadro decisamente preoccupante. Anche perché il rallentamento della nostra economia finisce per pesare sul livello dei tassi d’interesse. Con conseguenze che, da un po’ di tempo a questa parte, sono sotto gli occhi di tutti.

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