Share |

Ignazi: “In Italia non c’è alcuna deriva autoritaria e Salvini non è Mussolini”

Il fascismo - secondo il noto politologo - è un fenomeno storico e sbaglia chi pensa che possa tornare. Dopo Tangentopoli sono nati nuovi partiti, ma Forza Italia è sul viale del tramonto e il M5S in forte calo. L’astro nascente è la Lega che, superato l’antagonismo statalista e i velleitarismi di Bossi, si propone come partito popolare su scala nazionale


04/11/2019

di Giambattista Pepi


Piero Ignazi

L’Italia è una democrazia parlamentare salda. Non crede che si debbano temere sbocchi autoritari, così come sarebbe antistorico parlare di un ritorno del fascismo storico del ventennio. Sbaglia chi mette sullo stesso piano Trump, Erdogan, Bolsonaro e Salvini. Sono politici assai diversi tra loro. L’offerta politica è un misto tra valori, princìpi e interessi. Quanto alle grandi questioni, nessun politico per quanto capace e volitivo può da solo contrastare fenomeni planetari come la globalizzazione. 
In questa intervista, Piero Ignazi, sessantottenne, accademico e politologo, risponde pragmaticamente e con realismo agli allarmi che vengono con sempre maggiore insistenza lanciati sulla stampa e sulla Rete contro una svolta autoritaria in Italia, che metterebbe in pericolo la democrazia e le libertà. 
Laureato all’Università di Bologna nel 1974 dove insegna Scienza della politica, Ignazi ha collaborato con il quotidiano Il Sole 24 Ore, il settimanale l’Espresso e, dal 2012, è editorialista di Repubblica. Durante il triennio 2009-11 è stato direttore della rivista Il Mulino. Ha dedicato, infine, la maggior parte dei volumi allo studio dei movimenti e dei partiti politici: dai Radicali al Movimento Sociale Italiano, dal Pci-Pds-Pd ad Alleanza nazionale. Tra i libri più recenti ricordiamo La fattoria degli Italiani. I rischi della seduzione populista, Forza senza legittimità. Il vicolo cieco dei partiti e I partiti in Italia dal 1945 al 2018.

Quali sono gli elementi di continuità e di rottura nel nostro sistema politico? Cos’è rimasto immutato e cos’è cambiato nello Stato nel Dopoguerra? 
Anzitutto vorrei ricordare una cosa: la lentezza nell’applicazione della Costituzione della Repubblica. La lentezza con cui è stata ammessa la funzione della Corte Costituzionale, con cui sono state istituite le Regioni,e attuato il referendum abrogativo (articolo 75 della Costituzione) approvato con la legge n. 352 del 1970 che ricevette una spinta dal referendum sulla legge sul divorzio che si svolse nel 1974: una parte del mondo cattolico, sotto la spinta della Democrazia Cristiana pensava che appellandosi direttamente al corpo elettorale, su tale questione si sarebbe pronunciata una maggioranza conservatrice e clericale. Aggiungo un’altra modifica abbastanza rilevante e certamente negativa che è stata quella del Titolo V della Costituzione (le Regioni, le Province e i Comuni) che regola i rapporti tra Stato ed Enti locali. Poi c’è stata una rottura nel sistema partitico e nelle leggi elettorali che sono passate dal proporzionalismo al maggioritario corretto. Cioè due aspetti che hanno un grande effetto sulla politica generale e sui diritti e le aspettative dei cittadini.

Il Novecento è stato definito il secolo dei partiti, quello in cui ci si riconosceva con più facilità in uno schieramento, nella sua ideologia. Poi la caduta del muro di Berlino nel 1989 è stato un passaggio epocale che ha determinato la fine delle ideologie, dei partiti e il progressivo allontanamento dei cittadini dalla politica in generale, cui si sarebbe aggiunto il ciclone Tangentopoli. Cos’è successo? 
Contrariamente a quello che si pensa comunemente, credo che la caduta del Muro di Berlino non abbia avuto in realtà alcun impatto nello scompaginamento del nostro sistema partitico. In realtà le profonde trasformazioni sociali ed economiche intervenute nel Secondo dopoguerra nelle società occidentali Italia compresa hanno portato i partiti politici ideologici e di massa a perdere ruolo e consensi. Per il nostro Paese in particolare una causa specifica è stata l’inchiesta Mani Pulite avviata dalla Procura della Repubblica di Milano all’inizio degli anni Novanta che ha dimostrato che il re era nudo. 
Così come il crollo dell’Unione Sovietica ha dimostrato che il regime comunista basato sull’ideologia marxista-leninista  era vuoto e, quindi, è bastato un evento esterno, come, per l’appunto, la fine della guerra fredda e il disfacimento della cortina di ferro e del Muro di Berlino, per farlo crollare, l’inchiesta Mani Pulite del pool di Francesco Saverio Borrelli, ha dimostrato che i partiti politici italiani avevano perduto ogni legittimità agli occhi di gran parte dei cittadini e dell’opinione pubblica. Un tempo, nonostante anche allora vi fossero degli scandali, gli elettori erano disposti a perdonare e restavano fondamentalmente fedeli ai partiti di riferimento, mentre dopo l’esplosione di Tangentopoli la fiducia è crollata. 
Riepilogando, ci sono stati due fattori che hanno portato al collasso i partiti di classe e religiosi del secondo Novecento: quello generale della trasformazione delle società e dell’economia con nuove domande rivolte ai partiti verdi, da una parte, e a quelli di destra, dall’altro, vedi il Front National di Le Pen in Francia, o Alleanza Nazionale in Italia; e dall’altro, la vicenda di tangentopoli.

Al posto dei partiti storici, ne sono via via emersi di nuovi: dal fenomeno Forza Italia, creato e animato dal carisma e dalle finanze di Berlusconi, alla Lega dell’ideologo Miglio e del senatur Bossi che puntava alla secessione della Padania dall’Italia, ai travagli del Pci-Pds-Popolari-Margherita-Pd fino all’ultimo neonato Italia Viva passando per il Movimento 5 Stelle. Partiti nuovi, diversi. Ma sono anche legittimi? 
In realtà tutti i partiti hanno fatto molta fatica a recuperare la credibilità e la fiducia degli elettori. La crisi di legittimità dei partiti ha riguardato tutto l’Occidente non soltanto l’Italia. Ha intaccato partiti ben più solidi di quelli che operavano nel nostro Paese. Si pensi ai socialdemocratici tedeschi, ai socialisti e ai gollisti francesi: c’è stata una tempesta che ha travolto un po’ tutti i partiti tradizionali italiani ed europei. I nuovi partiti post Tangentopoli hanno fatto proposte innovative. 
Come per esempio Forza Italia di Silvio Berlusconi, che ha messo insieme una ricetta politica liberale, cattolica e riformista; ma penso anche ad Alleanza Nazionale, con una proposta di destra conservatrice ma democratica, europeista ed atlantista, alla Lega che è transitata da movimento per l’indipendenza delle regioni del Nord Italia, ad accentuare l’autonomia regionale attraverso un maggiore decentramento delle funzioni statali a favore delle regioni settentrionali. Poi la nascita e l’affermazione progressiva del Movimento 5 Stelle, partito moderno, post ideologico, di rottura, anti sistema, il cui consenso proveniva dalla rete consultando, attraverso la piattaforma Rousseau, la base dei militanti. Quindi anche le due maggiori novità degli ultimi trent’anni – Forza Italia e M5S – sono, la prima sul viale del tramonto, e la seconda ha cominciato adesso a prendere una china discendente molto forte, perdendo in maniera piuttosto rapida e sconcertante quel grande bacino di consensi di cui godeva prima che andasse al governo. 
A fronte di questo, c’è un partito - la Lega - che superato l’antagonismo statalista e l’autonomia di Bossi, si propone come partito popolare su scala nazionale riprendendo e facendo in gran parte proprio il programma di Forza Italia (la tassa piatta, la lotta contro l’oppressione fiscale e la burocrazia, gli investimenti nelle infrastrutture).

A cento anni dalla nascita del movimento fascista, a oltre 70 dalla fine del regime, si parla di ritorno del fascismo. In Rete e nei media l’allarme è alto. Alcuni leader politici come Trump, Erdogan, Orban, Bolsonaro e Salvini sarebbero i nuovi fascisti. Li demonizza chi si oppone politicamente a questi personaggi che, piaccia o meno, riscuotono grande consenso? Oppure si paventa il ritorno del fascismo per distrarci dalle cause della crisi della democrazia come forma di governo? 
Bisognerebbe una volta per tutte ricordare che il fascismo è un fenomeno storico che non si può più verificare nelle forme e nei modi come si inverò e si realizzò in Italia. Quel tipo di risposta al liberalismo sostanzialmente non esiste più. Esistono, se mai, e allora è corretto definirle tali, forme incipienti o striscianti di autoritarismo. Recenti studi dimostrano che dopo la grande festa della democrazia successiva al 1989 si è assistito ad un ritorno dell’autoritarismo, all’interno si badi bene delle democrazie parlamentari, dove l’elemento liberale viene messo da parte. 
Non si possono, però, mettere assieme il presidente degli Stati Uniti, Trump e quello dell’Argentina Bolsonaro. Così come non si può accostare Salvini, leader della Lega con il presidente turco Erdogan. Salvini non è un novello Mussolini. Sbaglia chi fa questi accostamenti. Non si può fare di tutte le erbe un fascio. Quello che, però, si può dire è che c’è una tendenza in corso verso regimi politici più autoritari. Non so se lei si ricorda del libro del famoso politologo statunitense Samuel Philips Huntington che parlava di scontro di civiltà?

Sì, lo ricordo. 
Bene. Lui parlava delle fasi della democratizzazione dei Paesi, cioè a dire che nella storia politica di uno Stato il processo di affermazione della democrazia non è né scontato, né garantito e, a volte, può attraversare fasi nelle quali le istituzioni democratiche e le libertà ne risentono: come avvenne in Italia durante il ventennio fascista, in Germania con il nazismo, in Spagna con il falangismo, in Grecia con la dittatura dei colonnelli negli anni Sessanta e così via.

Non esiste più la separazione del passato tra destra e sinistra. La contesa del voto si gioca tutta sull’interesse economico: pagare meno tasse, avere più incentivi economici, agevolazioni fiscali, sanatorie edilizie, rottamazione di cartelle esattoriali, rimborsi ai truffati dalle banche e compagnia bella. 
Non pensiamo che il mondo del passato fosse migliore solo perché eravamo giovani. Il clientelismo non è nato oggi: le offerte materiali per avere il voto c’erano in passato e ci sono ancora oggi. Diciamo meglio che ieri c’erano delle prospettive di trasformazione di carattere più generale. Certamente le idee di trasformazione più radicali del passato non ci sono più. Per molti motivi: la globalizzazione, l’interconnessione del mondo. Però, se mi permette, dissento da quello che lei sostiene perché l’elettorato per poter prendere una decisione per chi votare usa ancora oggi (nell’80% dei casi) le categorie destra-sinistra. 
Concordo che non sono più quelle di una volta, non identificano le stesse cose del passato, ma ancora oggi gli elettori usano queste categorie per orientarsi. Il significato che noi diamo a destra e sinistra non è quello degli intellettuali, ma quello dei cittadini comuni, che stabiliscono cosa sia di destra, e cosa di sinistra.  Qualcuno potrebbe dire oggi che Salvini è di sinistra? O che Bersani è di destra? No.

È un’offerta diversa rispetto a quella basata sui valori, che forse era prevalente nel passato. 
Credo che nel passato come oggi i partiti hanno unito valori e interessi.  Oggi purtroppo è difficile per un partito, qualsiasi partito, o per qualsiasi leader politico, poter dire che se va al governo cambia il mondo. Non è possibile perché ci sono processi e fenomeni, come la globalizzazione, che lo travalicano, lo superano, rispetto ai quali non ha strumenti per opporvisi, per cambiare le cose, visto che il mondo è sempre più interconnesso. Ciò che avviene a Roma può avere ripercussioni a Bruxelles, come ciò che avviene a Londra, può ripercuotersi a Tokyo.

(riproduzione riservata)