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Il Cnel? Ecco come “sperperare” diversi milioni all’anno

Nonostante i tentativi di abolirlo questo Ente continua a tenere banco. Benché, a parole, siano quasi tutti d’accordo per decretarne la fine


21/12/2020

di CATONE ASSORI


Ha sede a Villa Lubin, nel cuore di Villa Borghese a Roma; è stato istituito nel 1958 ed è previsto dall’articolo 99 della Costituzione; le materie di sua competenza sono la legislazione economica e sociale, nell’ambito delle quali ha diritto all’iniziativa legislativa; dal 5 maggio 2017 è presieduto dal giuslavorista Tiziano Treu, già ministro dei Trasporti, del Lavoro nonché commissario straordinario dell’Inps. Di cosa stiamo parlando è presto detto: del Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, un organo con funzione consultiva rispetto al Governo, alle Camere e alle Regioni. 
Un organo che per oltre trent’anni si era fatto interprete dei grandi cambiamenti dell’economia agricola (dall’abolizione della mezzadria ai patti agrari, dall’affermazione della proprietà diretta coltivatrice alla definizione della politica agricola comune, sino alla trasformazioni del settore in agro-industriale) e che aveva raccolto l’eredità dell’Istituto internazionale fondato da Davide Lubin. 
Di fatto il Cnel è stato anche un punto di riferimento sui grandi temi legati all’emigrazione; ha svolto funzioni di approfondimento e di analisi nell’ambito della costruzione dell’Europa; ha fornito spunti di riflessione sui temi della scuola, dell’orientamento, della formazione e del mercato del lavoro; ha svolto un’analisi preliminare alla riforma della sanità e ha collaborato all’attuazione della legge di riforma, monitorandone anche gli effetti. 
Poi ha perso via via smalto e funzioni tanto da essere ritenuto, già da diversi anni, praticamente inutile. Non a caso la sua abolizione, della quale si parlava da tempo, era stata prevista dalla riforma costituzionale Renzi-Boschi, bocciata però con apposito referendum costituzionale il 4 dicembre 2016. Sì, perché quando c’è da mettere mano ai tagli, i nostri politici sanno bene come giocare le loro carte per non mettere a rischio le poltrone. Muovendosi alla loro maniera, in altre parole senza far capire al volgo (cioè a tutti noi) lo stato reale delle cose. In pratica rimediando alla chetichella a quanto sostenuto sia da destra che da sinistra: ovvero che il Cnel è un ente poco produttivo oltre che troppo costoso (stiamo parlando di parecchi milioni di euro all’anno). 
Sta di fatto che ora, dopo il pur sofferto taglio del numero dei parlamentari, si è tornato a parlare di mettere mano a quel fatidico articolo 99 della Costituzione che lo prevede. Battaglia anche questa volta persa in partenza, viene da pensare. Tanto più che in quest’ultima legislatura, curiosamente, i 65 membri che rappresentano il mondo dell’economia e del lavoro hanno depositato ben 32 disegni di legge. Perché il Cnel deve restare al suo posto, inamovibile. Preoccupandosi soprattutto di lanciare comitati e di pubblicare opuscoli. Spesso inutili o di facciata. 
Con il presidente Treu comunque a precisare: “Siamo un facile bersaglio. L’ideologia della disintermediazione ci indica come un filtro inutile, ma si tratta di un approccio costituzionalmente sbagliato. I padri costituenti avevano previsto la presenza di organismi intermedi”. 
E allora di cosa stiamo parlando? Del nulla, ovvero di quello che non avverrà mai. Una conferma? Il 30 maggio 2011, proprio su Economia Italiana.it, avevamo fatto il punto su questo Istituto che costa parecchi quattrini, ma che in realtà rende pochissimo. Vi vogliamo riproporre quell’articolo che, seppure vecchio di quasi dieci anni, conserva tutta la sua attualità (con la tara ovviamente di certe cifre, che hanno subìto modifiche nel tempo). State a sentire. Anzi, leggete. 
Sono designati dalle parti sociali, dal presidente della Repubblica e dal presidente del Consiglio i 121 membri del Cnel, il Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro, ognuno dei quali si porta a casa 2.104,55 euro lordi al mese. Davvero pochi se lavorassero a tempo pieno; una bella cifra se si pensa invece che il loro unico compito è quello di riunirsi una volta ogni trenta giorni per due o tre ore al massimo. 
Non bastasse, questa cifra sale a 2.540 euro per i dodici presidenti di commissione e a 3.409 per i due vicepresidenti. Senza poi dimenticare l’indennità di trasferta e i rimborsi delle spese di viaggio per i non residenti nella Capitale. E i gettoni di presenza? Un’altra voce importante, attestata a quota tre milioni e 326.000 euro. 
Insomma, una anomalia sotto la lente dei media, che ha recentemente consigliato al presidente Antonio Marzano (da sei anni al vertice di questo Ente a fronte di un mandato di altri quattro) di ipotizzare un adeguato taglio a questo strano quanto affollato “parlamentino”. Predicando in altre parole il suo dimezzamento, ferme restando le quote proporzionali di investitura. Il che potrebbe rappresentare "un buon esempio per il Paese". 
E su questo siamo tutti d'accordo. Ma come mai questo gesto di buona volontà?Forse perché l’uso della mannaia potrebbe identificarsi nell’ultimo tentativo di salvare questo organo di rilevanza costituzionale, e appunto per questo nel possibile mirino della tanto discussa riforma della Costituzione.
Un organo che incassa dallo Stato come dotazione ordinaria 18 milioni e 270.000 euro all'anno e che, secondo il settimanale L'Espresso, "non conta un fico secco e detiene da anni una incontrastata leadership sull’affollato mercato nazionale dell’aria fritta". Anche perché "gli acuminati pareri che dispensa a termini di statuto vengono ignorati con puntualità e, solo perché sempre elegantemente rilegati, finiscono a far bella mostra nelle librerie dei professori universitari". 
Un giudizio al vetriolo, non c’è che dire. Alla cui base sta però una buona dose di realismo se è vero, come è vero, che in 55 anni di vita (fondato nel 1948, avrebbe dovuto comunque aspettare dieci anni per entrare in funzione) sono state messe a punto soltanto undici proposte di legge. Alcune delle quali di indubbia... irrilevanza, come quella sulle agevolazioni bancarie ai pescatori. E nessuna delle quali, ci mancherebbe, mai andata segno. 
Sicuramente questo Parlamentino delle parti sociali ha anche fatto dell’altro. Ad esempio, nell'aprile scorso, ha contato - fatica improba - i 456 contratti nazionali di lavoro vigenti (416 nel settore privato, 40 in quello pubblico). Mettendo un dito sulla piaga di quello che gli stessi sindacati e imprenditori denunciano da tempo, con richieste a più voci di una loro razionalizzazione. Oppure, per stare sulla cronaca, ha dato indicazioni sulle caratteristiche della criminalità cinese nel nostro Paese. 
Il Cnel, si diceva, che ha sede nella romana Villa Lubin. Con il presidente Marzano a predicare la necessità di regalare ulteriore credibilità alla sua creatura, "in quanto sede naturale per la messa a punto di relazioni industriali funzionali allo sviluppo". Sagge parole. Ma di buone intenzioni è lastricata la strada dell'inferno, non certo quella del Cnel, dove il posticino per cinque anni è davvero ambito, tanto che a ogni rielezione ci vogliono nove mesi per decidere sui nomi. Come pretendere poi, se tanto mi dà tanto, di ottenere anche dei risultati concreti?

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