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Il Covid-19 miete vittime e affossa i mercati: purtroppo non c’è più Draghi a salvarci

Ci troviamo di fronte a una crisi dai risvolti inaspettati. E se le mosse della Bce non hanno convinto, è necessario che i singoli Stati varino adeguate politiche fiscali. In tale contesto la nostra economia - già da tempo in bilico fra stagnazione e recessione - è destinata a pagarne caro lo scotto. Mentre per i risparmiatori l’unica risposta possibile al crollo dei mercati è quella della liquidità  


16/03/2020

di Giambattista Pepi


In controtendenza rispetto alle recessioni del 2001 e del 2008, trainate principalmente da un calo della domanda, le sfide poste oggi dall’epidemia Covid-19 (che a detta dell’Organizzazione mondiale della sanità si è già trasformata in pandemia) implicano un mix di shock che tocca anche l’offerta. È inevitabile pertanto che crescano i timori e i rischi per il mantenimento della congiuntura economica internazionale e, in particolare, di quella italiana. 
Il peccato originale, se vogliamo definirlo così, è stato ipotizzare che si trattasse solo di una perturbazione a breve termine concentrata in Asia, con una ripresa a “V”, una volta che la Cina - dopo la pausa del Capodanno opportunamente allungata dalle autorità di Pechino a causa proprio dell’esplodere dell’emergenza da Coronavirus - avesse ripreso ad operare a pieno regime. In particolare nella provincia dell’Hubei e del suo capoluogo Wuhan, focolaio dell’incubazione e della diffusione del virus, che erano state (e in parte continuano a essere) blindate. 
Purtroppo la situazione è cambiata e gli economisti cominciano a concentrarsi sulla domanda. In questo caso i banchieri centrali sono i primi chiamati a rispondere, ma stavolta la natura dello shock potrebbe rendere meno efficace, se non inefficace, una risposta monetaria ad ampio raggio. 
Se da un lato la riduzione del costo dei prestiti può contribuire a dare alle famiglie un maggiore potere d’acquisto, dall’altro gli aiuti saranno limitati se milioni di persone verranno chiuse in casa a causa di misure antivirus o, semplicemente, per il timore di contrarre la malattia. 
Emblematico il caso dell’Italia. Dal diverso tempo il Paese si era mantenuto in un equilibrio precario sospeso tra la stagnazione e la recessione. Ma l’estensione della zona rossa all’intero Paese e il giro di vite alle attività lavorative e ai movimenti delle persone (acquisto di generi di prima necessità, farmaci e spostamenti per raggiungere luoghi di lavoro, oppure ospedali e pronti soccorso), non potrà non influire sul calo dei consumi e, dunque, su una componente fondamentale della domanda aggregata, spingendo inesorabilmente il Paese verso la crisi. 
La Cina è stata l’epicentro dell’epidemia virale e dell’impatto economico, ma i suoi mercati azionari sono ora in ripresa, vicini ai massimi dell’anno. Al contrario delle altre Borse, tra le quali Piazza Affari, che sconta un ribasso notevole, sebbene siamo ancora lontani dai crolli causati dalla Grande Crisi del 2007-08 con l’esplosione della bolla immobiliare negli Stati Uniti. Nell’ultima seduta del 30 dicembre 2008 vennero bruciati 4.000 miliardi di euro di capitalizzazione dei listini europei e Piazza Affari valeva la metà dell’anno precedente. L’indice Mib (oggi si chiama Ftse Mib) riferimento storico del listino milanese quell’anno perse il 48,7%. 
In tale contesto Pechino si è adoperata per spostare la narrazione internazionale dal suo ruolo nella diffusione del Coronavirus alla promozione del successo delle sue misure di controllo. Tuttavia, è importante notare che l’apparente successo della Cina, guidato da massicci blocchi e misure di sorveglianza elettronica imposte da un Governo autoritario, non è possibile nei Paesi democratici. 
Al contrario, nel mondo occidentale, molte delle risposte al virus sono state finora incentrate su stimoli monetari con gli Stati (a parte l’Italia) alquanto refrattari o timorosi a varare interventi fiscali. 
Sebbene i mercati si aspettino molti più stimoli da parte di molti Paesi, avere un maggior numero di banche centrali “colombe” non può rappresentare una cura, perché la maggior parte dei tagli dei tassi sono già avvenuti con i cali dei rendimenti obbligazionari. 
Sull’orlo dell’esaurimento, ma ancora impegnata nel tentativo di dare sostegno all’area euro, la Bce, la settimana scorsa, ha fatto quello che poteva. Ha garantito liquidità alle banche, pagandole per incrementare le operazioni di prestito. Ma una popolazione che non può spendere perché i negozi sono chiusi non ha bisogno di credito. 
L’obiettivo principale risulta quindi   quello di evitare inadempienze, aiutando sia le aziende sia i consumatori a superare l’attuale situazione. Altri 120 miliardi di euro di quantitative easing potrebbero aiutare i mercati obbligazionari degli Stati periferici, sebbene sembri che i titoli di Stato italiani non abbiano ricevuto il promemoria. Inoltre pare difficile prevedere con quale rapidità gli acquisti di asset si tramuteranno in prestiti alle imprese in un mercato del credito che funziona a malapena. 
Il mercato è rimasto deluso da queste decisioni di politica monetaria perché sperava in un taglio del tasso principale, ma forse rappresenta un segnale che anche la stessa Bce pensa di non avere più margini quando si tratta di tagliare i tassi di interesse. Bisogna riconoscere che Christine Lagarde, sia detto senza offesa, è risultata poco attenta alle parole (tanto da farsi bacchettare dal nostro capo dello Stato, Sergio Mattarella) e non ha né l’audacia, né l’autorevolezza né la cultura finanziaria di Mario Draghi: un presidente che passerà alla storia per avere salvato l’euro e permesso all’Unione economica e monetaria europea di restare in piedi e di avere un futuro. A patto, s’intende, che gli Stati che ne fanno parte siano disponibili a rimettere in discussione Trattati e regole rivelatesi anacronistici e inadeguati ai tempi (dal Trattato di Dublino al Patto di stabilità e crescita). 
In passato i Governi dell’Eurozona avevano ignorato le richieste di riforme strutturali continuamente sollecitati dalla Bce, durante appunto la presidenza Draghi, ma forse questa volta ascolteranno la richiesta di ricorrere a stimoli fiscali. Putroppo i segnali di un approccio coordinato tra la Bce e i principali Esecutivi sono stati davvero pochi. I mercati sembrano semmai intenzionati a forzare una risposta. In altre parole vogliono un’azione decisa e subito. Non bastano infatti le indicazioni che la Germania possa abbandonare la sua posizione di bilancio, attualmente in pareggio. 
Va anche sottolineato che è dal 2011 che si teme la frattura del potere all’interno della zona euro e sono proprio le situazioni di crisi come questa quelle che gli investitori temono. Analogamente alla situazione politica degli Stati Uniti, i mercati possono solo sperare che, con l’aggravarsi della crisi, i politici saranno costretti a superare le loro divergenze e a trovare un modo per presentare una risposta unitaria. 
Da notare inoltre che, in questo difficile momento, il costo dei fondi è di importanza limitata. Semmai conta di più l’accesso ai fondi. E il programma della Bce rappresenta un buon tentativo per affrontare questo tema. La strategia, in questo caso, è anche quella di sostenere l’economia reale nel 2020 e non di sostenere semplicemente i mercati azionari. 
Al momento del propagarsi dell’epidemia, i mercati finanziari erano eccessivamente ottimisti sui rischi per l’economia globale, ma negli ultimi giorni i mercati del reddito fisso e delle materie prime hanno iniziato a pagare una possibile recessione globale. 
L’espansione più lunga della storia - combinata con banche centrali accomodanti e investitori avidi che inseguono il rendimento - ha portato a spread molto ristretti nel mercato del credito alle imprese, mentre il debito corporate sul Pil ha raggiunto livelli senza precedenti. 
Sta di fatto che il numero di aziende con un pesante fardello di debiti, a fronte di guadagni insufficienti per coprire il pagamento degli interessi, è in costante aumento, intaccando in tal modo la qualità del credito. La situazione attuale solleva quindi interrogativi sia su tale mercato che su quello dei finanziamenti.
Purtroppo le interruzioni delle catene di produzione e lo shock della domanda stanno causando problemi di liquidità a molte imprese, in particolare a quelle più piccole e a quelle appartenenti ai settori più colpiti dalla crisi, come viaggi, trasporti, tempo libero e strutture ricettive. 
È difficile valutare se la variazione di prezzo sia proporzionale al peggioramento dei fondamentali. Attualmente, notiamo che gli impatti economici stanno iniziando a far deragliare l’economia e non faranno che aumentare nel prossimo futuro. Questo porterà un senso di panico, soprattutto perché è la prima crisi globale nell’era dei social media. La cosa più difficile nelle prossime settimane sarà evitare di agire in preda al panico. Il rischio viene dal guardare al mercato per ricevere consigli invece di cercare opportunità. 
Data l’attuale mancanza di visibilità e di liquidità, la prossima fase di questo periodo di debolezza dei mercati potrebbe portare a un ulteriore rafforzamento dei venti contrari, trainati dalla ricerca di rendimento che ha caratterizzato l’ultimo decennio. 
Poiché la protezione tramite strategie opzionali è diventata troppo costosa a causa della volatilità molto elevata e le obbligazioni da sole non possono difendere un portafoglio diversificato, pensiamo che l’aumento di allocazioni in denaro sia il modo migliore per proteggere il portafoglio nel prossimo futuro. Insomma, nella terra dell’incertezza la liquidità finisce per diventare sovrana.

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