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Il Fisco non incassa nulla e deve pagare i costi della lite

I giudici tributari annullano l’atto, con richieste per oltre 250mila euro, e condannano l’ufficio delle Entrate a pagare le spese di giudizio per più di ottomila euro


12/02/2018

di Salvina Morina e Tonino Morina


Gli accertamenti fiscali con richiesta di cifre esagerate rischiano di provocare più spese che incassi per l’erario. Un esempio arriva dall’Agenzia delle entrate, direzione provinciale di Enna, che, a seguito di un processo verbale, ha emesso accertamenti nei confronti di un’associazione sportiva dilettantistica, con sede in un paesino della provincia, chiedendo somme per circa 250mila euro, quasi mezzo miliardo delle vecchie lire, in appena 16 mesi di attività e il cui rappresentante pro- tempore aveva, all’epoca dei fatti, 21 anni. Contro gli accertamenti sono stati presentati i ricorsi che sono stati accolti dalla Commissione tributaria provinciale di Enna e l’ufficio è stato anche condannato a pagare le spese di giudizio. Ecco i fatti.

Gli accertamenti dell’ufficio e le richieste di annullamento - L’ufficio di Enna, con diversi accertamenti, notificati all’associazione sportiva e ai tre presunti responsabili, aveva chiesto somme per oltre 250mila euro. Queste assurde richieste possono sconvolgere la vita delle persone e fanno pensare che, con l’ingresso della moneta unica, si sia perso il senso della misura, non riuscendo a capire in pieno la differenza tra la nuova moneta e la vecchia lira. Infatti, si “scoprono” inesistenti evasioni di centinaia di migliaia di euro, senza pensare che, ad esempio, 250mila euro non sono 250mila lire, ma circa 500 milioni delle vecchie lire. 
Già in sede di verbale, il rappresentante dell’associazione aveva fatto presente che i conteggi dell’ufficio erano inverosimili, assurdi, sproporzionati e fuori dal mondo reale. Erano cioè “numeri senza gambe” buoni solo per alimentare un eventuale contenzioso senza benefici per le casse dell’erario. L’ufficio ha proceduto a una moltiplicazione dei proventi dell’associazione sportiva, inventandosi ricavi sulla base di fantasiose ricostruzioni, sostenendo che gli associati non si limitavano, come è ragionevole, a pagare la quota mensile prevista solo se fruivano delle attrezzature dell’associazione. 
Per l’ufficio, invece, gli associati pagavano sempre la quota mensile di 30 euro come corrispettivo, a prescindere, sia che frequentassero la palestra o meno. La quota mensile è stata poi moltiplicata per ogni attività sportiva, con la conseguenza che, per l’ufficio, gli associati che facevano più attività nello stesso giorno avrebbero pagato 30 euro al mese per ciascuna di queste attività. Per i verbalizzanti c’erano quindi associati che pagavano 30 euro al mese per una attività, 60 euro al mese per due attività, 90 euro al mese per tre attività. Miracoli del Fisco!

Gli uffici proseguono la lite fino alla Cassazione - Gli uffici, quando sbagliano e colpiscono ingiustamente un cittadino onesto, devono ricordarsi delle norme sull’autotutela, che consentono di annullare gli atti sbagliati, evitando così di arrivare alla Cassazione. La verità è che, per alcuni uffici, i cittadini non meritano rispetto e costringono il contribuente a fare i tre gradi di giudizio: prima la commissione tributaria provinciale, poi quella regionale e infine la Cassazione. Infatti, negli ultimi anni il contenzioso sembra diventato il “gioco dell’oca”. A ogni sentenza favorevole per il contribuente, segue il ricorso dell’ufficio che, in genere, non rinuncia alla lite, anche se è sicuro di perdere. Non è giusto perché i fastidi per i contribuenti, non solo in termini economici, sono notevoli. Ma gli uffici se ne lavano le mani, lasciando fare ai giudici e, anche se perdono in tutti e due i primi gradi di giudizio, proseguono la lite fino alla Cassazione. Insomma, almeno dieci anni di sofferenze per i contribuenti. 
Questo modo di operare è sbagliato, per la ragione che, in caso di errore dell’ufficio, il cittadino merita rispetto e l’atto sbagliato va annullato in autotutela senza perdere tempo. L’annullamento dell’atto errato non è un optional, ma va fatto senza indugi ogni volta che ne ricorrono i presupposti. La realtà è che, nel momento in cui si apre un contenzioso, alcuni uffici proseguono la lite fino alla Cassazione, anche quando sono sicuri di perdere o di incassare poco o nulla. Probabilmente, le uniche persone che ci guadagnano sono i difensori dei contribuenti. Ma quelli che ci perdono sono gli uffici e i cittadini, cioè la collettività. 
Insomma, è vero che l’evasione c’è ed è tanta, ma se si sbaglia bersaglio l’ufficio deve annullare subito l’atto sbagliato, nel rispetto del cittadino ingiustamente perseguitato, cosa che non ha fatto l’ufficio di Enna, coltivando un contenzioso inutile, defatigante e senza alcun beneficio per le casse dell’erario.

L’associazione ha chiuso l’attività per disperazione - Davanti alle assurde e immotivate richieste dell’ufficio di Enna, l’associazione, dopo avere presentato un’istanza di annullamento in autotutela, all’ufficio e al garante del contribuente, ha cessato l’attività nel mese di agosto 2016. L’ufficio, all’istanza presentata, non ha però fornito alcuna risposta, ritenendo quindi più opportuno proseguire la strada del contenzioso e costringendo i ricorrenti ad aprire la lite, con ricorsi presentati alla Commissione tributaria provinciale di Enna. Per questi giudici (sentenza 131/2018, prima sezione, depositata il 29 gennaio 2018) devono però essere accolti i ricorsi dell’associazione, con conseguente annullamento degli atti impugnati e condanna dell’agenzia delle Entrate al pagamento delle spese di giudizio per complessivi 6.500 euro, oltre accessori di legge. 

Il Fisco è “amico” solo a parole - La vicenda dimostra che alcuni uffici, più che ascoltare le ragioni dei cittadini, amano alimentare il contenzioso. Inoltre, con la confusione di questi tempi, pur di raggiungere gli obiettivi, approfittano di qualsiasi errore del contribuente, anche se in contrasto con le promesse più volte fatte dai vertici dell’agenzia delle Entrate che parlano di un Fisco amico e leale. Belle parole, ma nei fatti non è così, come dimostra la vicenda in esame. La domanda è se le parole di Fisco amico rispondono a verità, perché, oggi più che mai, c’è la necessità di un Fisco amico e leale nei fatti e non solo nelle parole. 
Anche i contribuenti devono ovviamente essere più leali nei confronti del Fisco, visto che, dopo la sentenza 37 del 17 marzo 2015 della Corte costituzionale, che ha “cancellato” i dirigenti nominati senza concorso, la macchina fiscale è quasi ferma. Dopo la sentenza, ormai di quasi tre anni fa, gli uffici, a fronte di circa 1.100 dirigenti necessari, con diversi che sono andati in pensione, ne dispongono meno di 250, visto che 800, i cosiddetti “incaricati”, sono decaduti in quanto dichiarati illegittimi e altri 50 circa, dal 17 marzo 2015, sono andati in pensione. 
Insomma, il Fisco si è fermato e gli evasori ringraziano. È però arrivato il momento di dire veramente basta all’eterna guerra tra guardie (il Fisco) e ladri (i contribuenti). Ci vuole più lealtà e collaborazione, solo così si potrà sperare in un Fisco amico e contribuenti in buona fede, con l’obiettivo di eliminare la grande confusione fiscale che sta soffocando tutti, uffici dell’agenzia delle Entrate compresi. Come sempre, gli unici a beneficiarne sono i veri evasori. E poi si parla di “lotta all’evasione”.

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