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Il Fisco sbaglia a leggere i dati e moltiplica… morti e ricavi

Il curioso caso di un’Agenzia di pompe funebri siciliana


12/03/2018

di Salvina Morina e Tonino Morina


La confusione fiscale è al massimo storico e alcuni uffici fanno di tutto per moltiplicarla. Ne è un esempio quello di un ufficio siciliano, che sbaglia a leggere i dati dello studio di settore e raddoppia i servizi prestati e gli incassi realizzati da un’impresa di pompe funebri. In pratica, l’ufficio dell’agenzia delle Entrate ha confuso la percentuale dei ricavi con il numero dei morti e, pertanto, ha moltiplicato i ricavi dell’impresa. Un po’ come Gesù, che moltiplicava i pani e i pesci, per dare da mangiare a più persone, mentre il Fisco moltiplica i morti, per chiedere altre imposte. Ecco i fatti. 

L’accertamento sbagliato dell’ufficio - L’agenzia delle Entrate, direzione provinciale di Siracusa, emette un accertamento nei confronti di un’impresa di pompe funebri, con richieste per imposte e sanzioni per complessivi 84.890,10 euro. L’atto deriva da una presunta differenza tra la percentuale dei servizi prestati e il numero dei servizi fatturati. Per l’ufficio, come si legge nelle “motivazioni” dell’atto di accertamento, “Dallo studio di settore presentato… si rileva che la S.V. ha dichiarato di aver svolto complessivamente n. 91 più 5 servizi in ambito comunale... non corrispondente con le fatture prodotte. Considerato che gli elementi in possesso dell’ufficio sono certi e probanti ai fini della determinazione dell’imposta dovuta sul reddito percepito, l’ufficio determina il reddito complessivo con facoltà di ricorso e presunzioni cosiddette ‘supersemplici’, che comportano l’inversione dell’onere della prova a carico del contribuente… in presenza di questi fatti, che valgono a togliere attendibilità alle scritture contabili nel loro complesso, l’ufficio è legittimato… a determinare i ricavi e il reddito in via induttiva… sulla base dei compensi fondatamente desumibili dalle caratteristiche e dalle condizioni di esercizio della specifica attività svolta”. 
L’errore dell’ufficio è palese, per la semplice ragione che le cosiddette presunzioni ‘supersemplici’ sono in verità errori pacchiani perché l’ufficio ha confuso alcuni dati indicati nel modello dello studio di settore presentato. 

Tanta confusione alla ricerca di evasioni inesistenti - L’ufficio ha confuso la percentuale di servizi prestati con il numero dei servizi prestati. L’errore è grossolano per la ragione che nella scheda degli studi di settore è riportata la percentuale dei ricavi e non il numero dei servizi prestati. Infatti, non è vero, come riporta l’ufficio, che “la S.V. ha dichiarato di aver svolto complessivamente n. 91 più 5 servizi in ambito comunale” perché il n. 91 più 5 non riguarda il numero dei morti, ma si riferisce alla “percentuale dei ricavi”, di cui 91% per servizi completi per salme destinate all’inumazione e 5% per servizi completi per salme destinate alla tumulazione. Insomma, più che “presunzioni super semplici” sono inspiegabili errori dell’ufficio. 
A fronte di questa dimostrazione, certa e incontestabile, l’ufficio avrebbe dovuto archiviare l’accertamento in oggetto, in autotutela, per ovvie ragioni aritmetiche. È da notare che quando l’errore fiscale è di aritmetica non è nemmeno il caso di richiamare l’istituto dell’autotutela perché l’errore aritmetico è più grave dell’errore sulla normativa: due più due fa sempre quattro e quattro meno due fa sempre due. 

Gli uffici devono riconoscere gli errori e annullare in autotutela gli atti sbagliati - Gli uffici, invece di cercare evasioni inesistenti, devono rispettare i cittadini. Il Fisco deve essere “amico” dei cittadini leali che fanno il loro dovere e prima di emettere accertamenti infondati con numeri esagerati, devono considerare anche la grave crisi economica. Gli uffici devono inoltre ricordarsi dell’autotutela, cioè dello strumento che può usare il cittadino per farsi ascoltare quando ritiene di avere subito un’ingiustizia. Il cittadino merita rispetto e non deve essere disturbato ingiustamente con richieste illegittime e infondate. 
Per evitare inutili contenziosi, è necessario adottare atti di autotutela non solo su richiesta del contribuente ma, se ne sussistono i presupposti, anche d’iniziativa dello stesso ufficio per assicurare adeguati canoni di buona amministrazione. Si devono colpire i veri evasori, evitando di generare inutile contenzioso, impiegando nel modo migliore gli strumenti deflativi del contenzioso, cioè l’autotutela, la mediazione, l’accertamento con adesione e la conciliazione. L’obiettivo è di ridurre il contenzioso che negli ultimi anni è diventato sempre più numeroso e poco gestibile dagli uffici, anche per il poco personale disponibile. Con l’aggravante che, una volta iniziata la lite, dopo che “parte” un accertamento, pure se infondato, gli uffici hanno paura di annullare l’atto in autotutela. 
Per l’agenzia delle Entrate, è importante un adeguato confronto con il contribuente per consentire, da un lato, di rendere lo stesso partecipe, in modo tangibile e trasparente, dello sforzo che gli uffici quotidianamente devono fare per “esercitare i compiti istituzionali ad essa affidati in un contesto di leale collaborazione e buona fede, dimostrando capacità di ascolto, professionalità e chiarezza nelle spiegazioni. Dall’altro lato, permette all’ufficio di individuare con maggior attendibilità la sussistenza dei presupposti dell’atto in corso di definizione, con effetti positivi diretti sull’affidabilità dei controlli”
Insomma, si deve mettere la parola fine all’eterna guerra tra guardie (il Fisco) e ladri (i contribuenti). Ci vuole più lealtà e collaborazione tra un Fisco amico e i contribuenti in buona fede. Interesse di tutti, Fisco e cittadini, è che si cerchi l’evasione dove c’è ricchezza, nei confronti dei veri evasori, senza disturbare inutilmente i cittadini onesti e leali, magari perché hanno commesso errori formali senza però avere evaso nulla.

Il contenzioso è diventato una specie di “gioco dell’oca” - Purtroppo, alcuni uffici costringono il contribuente a fare ugualmente i tre gradi di giudizio - prima la commissione tributaria provinciale, poi quella regionale e infine la Cassazione - trasformando così il contenzioso nel “gioco dell’oca”. Ad ogni sentenza favorevole per il contribuente, segue il ricorso dell’ufficio che, in genere, non rinuncia alla lite, anche se è sicuro di perdere. Non è giusto perché i fastidi per i contribuenti, non solo in termini economici, sono notevoli. Ma gli uffici se ne lavano le mani, lasciando fare ai giudici. Insomma, almeno dieci anni di sofferenze per i contribuenti. 
Questo modo di operare è sbagliato, per la ragione che, in caso di errore dell’ufficio, il cittadino merita rispetto e l’atto sbagliato va annullato in autotutela senza perdere tempo. L’annullamento dell’atto errato non è un optional, ma va fatto senza indugi ogni volta che ne ricorrono i presupposti. In tutta questa confusione, le uniche persone che ci guadagnano sono i difensori dei contribuenti. Ma quelli che ci perdono sono gli uffici delle Entrate e i cittadini, cioè la collettività. Insomma, è vero che l’evasione c’è ed è tanta, ma se si sbaglia, l’ufficio deve annullare subito l’atto sbagliato, nel rispetto del cittadino ingiustamente perseguitato. In alcuni uffici, purtroppo, la parola d’ordine “ridurre il contenzioso” viene letta al contrario, come se fosse scritta “moltiplicare il contenzioso”. 
In questo modo, non si incrementa il gettito, ma aumenta la confusione fiscale. E chi paga è solo il cittadino ingiustamente disturbato, perché alcuni uffici, anziché eliminare le liti inutili, preferiscono coltivare il contenzioso. Tanto, dicono alcuni funzionari, chi me lo fa fare ad annullare un atto sbagliato. Che ci pensino i giudici, così loro non rischiano nulla. 
Il “guaio” è che anche le sentenze dei giudici sono spesso sorprendenti, perché capita di vincere quando si è sicuri di perdere e capita anche il contrario. In questo senso, sono importanti le parole del presidente dalla Repubblica, Sergio Mattarella, nell’affermare che “il rapporto tra Fisco, cittadini e soggetti economici richiede al giudice tributario competenze e professionalità sempre più accentuate”.

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