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Il Germanicum? Una riforma “partigiana” per rendere meno amara la sconfitta a Pd e M5S

Per il politologo Alessandro Chiaramonte, con la scelta di un proporzionale corretto da una clausola di sbarramento, il Paese tornerà indietro di trent’anni. Per contro sarebbe stata auspicabile una riforma elettorale condivisa e di largo respiro, impossibile viste le distanze fra i partiti. Inoltre è sbagliato politicizzare il referendum perché le istituzioni andrebbero preservate dallo scontro politico


07/09/2020

di Giambattista Pepi


Alessandro Chiaramonte

Domenica 20 e lunedì 21 settembre in sette Regioni si voterà per rinnovarne i consigli ed eleggerne i presidenti. Andranno infatti alle urne i 18.590.081 elettori di Campania, Toscana, Veneto, Liguria, Valle d’Aosta, Marche e Puglia. Le elezioni erano previste nella primavera del 2020, ma erano state rimandate per l’emergenza Covid-19. Nelle stesse giornate, inoltre, si svolgeranno le elezioni amministrative in 1.178 comuni: 610 appartenenti a Regioni a statuto ordinario e 568 a statuto speciale. Tra questi comuni, diciotto sono anche capoluoghi di provincia (Agrigento, Andria, Aosta, Arezzo, Bolzano, Chieti, Crotone, Enna, Fermo, Lecco, Macerata, Mantova, Matera, Nuoro, Reggio Calabria, Trani, Trento e Venezia), e di questi tre sono capoluogo di Regione (Aosta, Trento e Venezia). 
In tutto il Paese, infine, si voterà per il referendum costituzionale: gli elettori dovranno decidere se confermare o respingere la legge costituzionale che stabilisce la riduzione del numero dei deputati (dagli attuali 630 a 400) e dei senatori (da 315 a 200) approvata dal Parlamento nell’ottobre 2019 dopo un lungo e non sempre lineare iter politico e legislativo. 
Sul significato politico dell’election day e sugli effetti in prospettiva per il sistema politico derivanti dall’esito della consultazione referendaria e dalla nuova legge elettorale cosiddetta Brescellum, o Germanicum che dir si voglia, sulla quale si registra un ricompattamento della maggioranza di Governo con il via libera alla sua approvazione in Parlamento anche di Italia Viva, Economia Italiana.it ha intervistato Alessandro Chiaramonte, professore ordinario di Scienza politica all’Università degli studi di Firenze.


La Commissione Affari costituzionali della Camera voterà il Germanicum come testo base della riforma elettorale. Lo ha stabilito l'Ufficio di presidenza della Commissione presieduta da Giuseppe Brescia. Ma è proprio vero che per la riforma elettorale, l’ennesima, l’Italia si rifarebbe al modello tedesco? O si usa impropriamente questo termine, mentre si dovrebbe usare piuttosto quella del suo proponente, appunto Brescia del M5S? 
In effetti è un uso improprio del termine. Effettivamente la proposta che si riconduce al deputato Brescia, presidente della Commissione Affari costituzionali della Camera dei deputati ha ben poco a che vedere con il sistema elettorale attualmente vigente in Germania. L’unico elemento di collegamento tra i due sistemi è la presenza di una soglia di sbarramento al 5%, ma per il resto sono completamente diversi. Basti dire che in Germania sono presenti 299 collegi uninominali per l’elezione con il sistema maggioritario di altrettanti deputati, mentre nella proposta di legge Brescia non c’è nulla di tutto questo. Tra l’altro anche l’unico elemento di somiglianza, appunto la soglia di sbarramento del 5%, non è scontato che nella versione eventualmente approvata dal Parlamento possa ancora esserci.

In cosa consiste allora la riforma Brescia, detta Brescellum? Che tipo di sistema elettorale introdurrebbe se venisse approvata? 
Introdurrebbe un sistema elettorale proporzionale con una soglia di sbarramento relativamente elevata se dovesse rimanere quella prevista attualmente al 5%, anche se poi per non scontentare i partiti più piccoli è stato introdotto un diritto di tribuna, e cioè qualche seggio lo si attribuirà alle forze politiche che non dovessero raggiungere il 5% dei voti (in tre circoscrizioni e in due regioni per la Camera e in una circoscrizione per il Senato - ndr).

Negli anni scorsi, i partiti e i movimenti politici numericamente poco consistenti li si definiva spregiativamente “cespugli”. Quei “cespugli” in alcune circostanze si sono rivelati delle “travi” che hanno messo i bastoni tra le ruote a solide maggioranze determinando talora la caduta dei Governi. Con un sistema siffatto come quello proposto dall’onorevole Brescia e l’introduzione di questa clausola non si corre il rischio di offrire a queste piccolissime formazioni una sorta di potere di veto o di “ricatto” sulla maggioranza che eventualmente li ricomprendesse? 
La questione è abbastanza complessa perché tecnicamente il sistema elettorale Brescia con questa soglia che si applica a un Parlamento riformato con la diminuzione - se passerà il referendum - dei parlamentari, consentirebbe ben pochi seggi assegnati attraverso un diritto di tribuna. Si può immaginare addirittura che questi seggi potrebbero addirittura non scattare. Quindi le formazioni “minori” che non arrivano al 5% dei voti potrebbero avere davvero una minima rappresentanza. Poi è evidente che anche questa minima rappresentanza potrebbe risultare teoricamente decisiva per la formazione o meno di una maggioranza parlamentare. In quel caso il potere di ricatto di quelle formazioni sarebbe sovradimensionato. Però in partenza direi che non sarebbe questo il caso rispetto al passato. Certo c’è da fare il punto con una realtà, quella italiana, che spesso vede le formazioni politiche scomporsi in Parlamento e allora i molti “cespugli” di cui s’è parlato nel passato non erano frutto di formazioni politiche presenti al momento delle elezioni, ma di deputati e senatori che formavano piccoli gruppi che poi risultavano decisivi perla sopravvivenza di una maggioranza parlamentare e questo può ancora succedere.

Da politologo ci può spiegare con parole semplici quali sono i pregi e i difetti di questa riforma? 
Se questa riforma sarà approvata dal Parlamento si tornerà indietro di quasi trent’anni al 1993, ovvero prima dell’approvazione della legge Mattarella e cioè al sistema proporzionale della Prima Repubblica, anche se è un proporzionale un po’ diverso perché questa soglia di sbarramento abbastanza elevata impedirebbe la frammentazione partitica. Questo significherebbe la fine di una stagione politica durata quasi trent’anni in cui si è avuto prima un sistema bipolare, poi tripolare in cui l’hanno fatta da protagonista le coalizioni politiche, quelle che si formavano in vista delle elezioni: Centrosinistra e Centrodestra.  Domani con questa riforma non avrebbe più senso parlare di queste coalizioni, se non come orientamento generico dei governi che dovrebbero formarsi perché alle elezioni ogni partito correrebbe da solo non alleandosi con altri. Quindi anche la campagna elettorale sarebbe all’insegna del tutti contro tutti. E poi i conti per il Governo si fanno dopo le elezioni. Un cambiamento drastico rispetto al modello di competizione che abbiamo visto negli ultimi 25-30 anni.

Rappresentatività e governabilità verrebbero garantiti da questa riforma, oppure si corre il rischio di gettare il Paese nel caos dopo il voto? 
La rappresentatività probabilmente aumenterebbe, fatto salvo che le formazioni minori non saranno in grado di esprimere una pattuglia di parlamentari in loro rappresentanza, la governabilità dovrebbe invece diventare una cosa più complicata. Forse non nel brevissimo periodo perché oggi tutti i sondaggi danno delle maggioranze di Centrodestra abbastanza solide con qualunque sistema elettorale, però nel medio – lungo periodo è probabile che la formazione e la durata del governo diventino questioni molto più spinose di quanto non siano state negli ultimi 25 anni e il rischio effettivamente è di tornare all’instabilità della Prima Repubblica. Tanto più che oggi manca quel partito-pilastro di tutti i governi formatisi nel Paese dalle prime elezioni politiche del 1948 fino allo scoppio di Tangentopoli, cioè la Democrazia Cristiana: la mancanza di un baricentro all’interno del sistema può rendere difficile la formazione di una maggioranza.

Quando si modificano le “regole del gioco” democratico, l’auspicio è che le riforme istituzionali, come lo è quella elettorale, dovrebbero essere condivise da uno schieramento di forze politiche il più ampio possibile. Questa volta, ma non è la prima volta che accade, la riforma elettorale sarà approvata dalla maggioranza di Governo senza che i partiti all’opposizione siano coinvolti. In questo modo non si introduce una regola non scritta che ogni maggioranza si fa la riforma che più gli piace e gli torna comodo? 
Purtroppo niente di nuovo sotto il sole da questo punto di vista. Questa regola non scritta in realtà lo è stata perché nel 2005 abbiamo avuto una riforma a parti politiche invertite dello stesso tenore, cioè l’introduzione della legge Calderoli, dal nome dell’esponente della Lega (ne è senatore e vice presidente del Senato - ndr): un atto voluto dal Governo di Centrodestra per impedire la vittoria del Centrosinistra, ovvero per rendere più sopportabile la sconfitta del Centrodestra alle elezioni politiche del 2006. Altrettanto si può dire oggi che Pd e Movimento 5 Stelle con questa riforma mirano a due obiettivi: evitare un tracollo in termini di rappresentanza a fronte di una probabile sconfitta alle elezioni e non essere costretti a fare una qualche alleanza politica perché questa circostanza dal punto di vista politico ed elettorale potrebbe non essere redditizia. 
Con il sistema proporzionale non c’è infatti bisogno di dichiarare prima del voto con chi ci si alleerebbe in caso di vittoria. Oggi, se ci fosse un qualche elemento maggioritario nel sistema, come c’era nella legge elettorale di Ettore Rosato (ex deputato del Pd, oggi vicepresidente della Camera dei deputati dal 29 marzo 2018 e coordinatore nazionale di Italia Viva dal 30 settembre 2019 - ndr) per cercare di vincere le elezioni, Pd e M5S dovrebbero stare insieme, mentre evitando accuratamente di creare una coalizione, scongiurano l’eventuale dissenso di parte delle rispettive basi elettorali. E comunque anche in caso di sconfitta elettorale, le perdite sarebbero limitate. Questa è sicuramente una riforma “partigiana” come lo fu quella del 2005.

Qual è il significato politico del referendum costituzionale sulla riduzione dei parlamentari? Chi ci guadagna e chi ci perde? 
La forza politica che ha più da guadagnare o da perdere da questa riforma, a seconda se verrà approvata dal referendum o meno, è sicuramente il Movimento 5 Stelle che l’ha voluta più di ogni altro. E’ stata una promessa fatta ai propri elettori e ha finito per imporla, prima, alla Lega e, adesso, al Pd. Forse anche per questo, ben sapendo gli elettori che in gioco nel referendum c’è anche il successo politico del M5S, una parte dell’elettorato si sta chiaramente spingendo verso il “no” per impedire che da questa consultazione scaturisca una “lettura” politica del voto referendario. Insomma si stanno mescolando motivazioni diverse: quelle più legate al significato tecnico della riforma, e quelle più strettamente politiche. 

Benedetto Della Vedova, leader di Più Europa, sostiene “di essere stato l'unico partito presente in Parlamento che ha sempre votato no a questa non-riforma populista, antipolitica e antiparlamentare imposta dal M5S e che convintamente voterà no e chiede a tutti di votare no". È una riforma anti-casta che non servirà a rendere il Parlamento più efficiente e meno costoso? 
Sicuramente nelle intenzioni di coloro che hanno promosso questo referendum c’è stata una riflessione ponderata sulla funzionalità delle Camera con un numero ridotto di componenti. Forse nessuno è in grado oggi di capire esattamente se il Parlamento lavorerà meglio e, dunque, sarà più efficiente, perché non ci sono precedenti. C’è da dire però che, diminuendo i membri delle due Camere, i parlamentari saranno impegnati in più commissioni, potranno lavorare su più tavoli con meno capacità di seguire i vari dossier. Ciò spingerebbe a pensare che il Parlamento potrebbe risentire del fatto che lo stesso carico di lavoro sarà suddiviso tra un numero significativamente più ridotto di deputati e senatori rispetto ad oggi. Questo forse lo capiremo meglio dopo. Certo è che, ripeto, il significato che gli stessi promotori hanno attribuito al referendum, è un significato eminentemente politico. Hanno dato al referendum un orientamento anti-casta. Penso, però, che le Istituzioni repubblicane, come il Parlamento, andrebbero preservate dalla lotta politica tra i vari partiti.

Il combinato disposto di queste due riforme - taglio dei parlamentari e nuova legge elettorale rende migliore il sistema politico? 
Qui difficilmente vedo un combinato disposto, nel senso che la riduzione del numero dei parlamentari mi lascia abbastanza indifferente, perché non penso che modifichi in maniera drastica il funzionamento delle Camere. La riforma proporzionale, invece, avrà un impatto molto significativo. Avrà un impatto molto importante sul sistema partitico e quindi anche su quello politico. Io sono più favorevole a sistemi maggioritari, però non è tanto questo il punto: qui qualsiasi riforma elettorale avrebbe dovuto essere contemplata all’interno di un quadro in cui fossero chiari gli obiettivi di disegno istituzionale complessivo da dare al Paese. Dobbiamo ancora una volta constatare che questo disegno è totalmente assente. Che quindi siamo di fronte all’ennesima riforma elettorale volta a perseguire obiettivi a brevissimo termine e di vantaggio di una parte politica rispetto alle altre.

Dal punto di vista teorico di quali riforme avrebbe bisogno l’Italia perché il proprio sistema politico funzioni a dovere? 
Avrebbe bisogno di partire da un obiettivo condiviso su quale tipo di democrazia “costruire” in Italia. La democrazia può funzionare in maniera diversa come ci insegnano casi diversificati, come il Belgio e l’Olanda da una parte, e la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, dall’altra. Però ci sono degli elementi che rendono questi Paesi fortemente democratici. Noi dovremmo scegliere che tipo di democrazia essere. La Costituzione del 1948 l’ha disegnata in un certo modo: una democrazia di tipo consensuale in cui il Parlamento e i partiti fossero il centro motore di questa democrazia. Però a un certo punto negli anni Novanta abbiamo cercato di essere qualcos’altro, ma siamo rimasti in mezzo al guado. E lo siamo ancora oggi: assistiamo a dibattiti politici dove si dice di volere un Governo il giorno delle elezioni e poi al tempo stesso si dice che non si può sacrificare la rappresentanza. Questo vuol dire avere a mente disegni diversi di democrazia.

Cosa ci vorrebbe allora? 
Ci vorrebbe da parte delle nostre élite una certa capacità di visione e di compromesso che oggi non esistono. Le riforme che potrebbero essere anche molto diverse tra loro e potrebbero rendere migliore la democrazia italiana non sono possibili, sia perché non è possibile condividere un’idea comune per mancanza di strategia, lungimiranza e visione da parte della classe politica, sia per le divisioni tra i partiti che non permettono alcuna forma di compromesso.

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