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Il Giappone al di là dei miti: una guida al Paese del Sol levante firmata dal giornalista e orientalista britannico Jonathan Clements

Risultato? Un testo di divulgazione, ma con i piedi per terra, che racconta di un popolo capace di mutare senza cancellare il passato. Consegnandoci una cultura i cui significati più autentici sono tutti da scoprire


20/02/2020

di Luigi Sanvito


Venerdì 11 marzo 2011. Una fortissima scossa di terremoto colpisce la costa dell’isola Honshū, la più grande dell’arcipelago giapponese. Il primo devastante effetto è la generazione di uno tsunami che si abbatte, tra l’altro, sulla centrale nucleare di Fukushima, causando un incidente atomico le cui proporzioni reali non sono mai state del tutto chiarite. Il governo del premier Naoto Kanannaspatra mille reticenze e contraddizioni (complici le menzogne della Tepco, “Tokyo Electric Power Company”, l’ente di gestione dell’impianto), offrendo al suo popolo uno spettacolo a dir poco indecoroso. 
Spettacolo che le opinioni pubbliche occidentali peraltro ben conoscono, mutatis mutandis, per innumerevoli esempi a casa loro, e il cui senso si può condensare, secondo una felice espressione di Emilio Gentile, nel declino della democrazia a favore della messinscena della stessa. 
Accanto a questo dato, tuttavia, la tragedia nipponica ce ne propone un altro, di segno diametralmente opposto, subito rilanciato ed enfatizzato dal sistema planetario dei media. Si tratta della calma, della compostezza, del ritegno che improntano la reazione del comune cittadino giapponese alle conseguenze immani del cataclisma. 
Per l’ennesima volta si affaccia agli occhi dell’Occidente la visione del giapponese come altro da noi, un tipo antropologico radicalmente diverso, per molti aspetti imperscrutabile e incomprensibile, frutto di un’evoluzione culturale e spirituale “estremista” che non condivide quasi nulla con quella dell’Europa, ebraico-cristiana prima, laico-illuminista negli ultimi secoli. Un’immagine classica del nostro immaginario, quella dell’alieno con gli occhi a mandorla, talmente logora e sfruttata nel suo facile esotismo da risultare l’ennesimo luogo comune di una cultura di massa incapace di scendere sotto la superficie dei fenomeni. 
Dunque, c’è il Giappone, e ci sono le immagini deformate del Giappone; quest’ultime in una gamma pressoché infinita e in perenne evoluzione (dai crudeli “musi gialli” del cinema sulla Seconda guerra mondiale agli hikikikomori del XXI secolo, passando per i samurai di Kurosawa, la yakuza di Sidney Pollack e Ridley Scott, i manga di Tezuka Osamu, l’impero dei segni e quello dei sensi, il sushi e la meditazione zen per manager stressati). Ma in tutta questa babele di suggestioni cartolinesche, approssimazioni folkloristiche e fascinazioni iconiche, il paese reale, con la sua storia, la sua cultura, le sue autentiche radici antropologiche e spirituali, dov’è? 
Per tutti coloro che desiderano conoscere il Giappone al di là degli stereotipi dei dépliant turistici, è altamente raccomandabile la lettura del recentissimo Samurai, Shōgun e Kamikaze (titolo originale A Brief History of Japan, pagg. 366, euro 14,90), ultima fatica del giornalista e orientalista britannico Jonathan Clements
Già autore di molti testi sul Sol Levante, Clements, pur tenendo salda la sua formazione occidentale, si rapporta al Giappone come se fosse la sua seconda casa, complici la conoscenza della lingua locale e una frequentazione del Paese ormai pluridecennale. 
Come scrive nell’introduzione al testo pubblicato da Giunti, “la prima volta che misi piede in Giappone ero più preparato della maggior parte dei nuovi venuti. Avevo studiato a Taiwan, ed ero già in grado di comprendere il significato di tutti i cartelli lungo le strade, anche se non sapevo necessariamente pronunciare la lingua dei loro avvisi. (…). Adesso sono un saggista, con all’attivo alcune biografie dedicate a figure di spicco della storia nipponica. (…) La mia specialità è sempre stata la scoperta e la divulgazione di vicende strane e meravigliose. E cosa potrebbe esserci di più strano e meraviglioso della storia di un’intera nazione, dalle sue origini avvolte nel mito al futuro che presumibilmente l’aspetta?” 
Questo passaggio chiarisce l’intento di fondo che anima il racconto di Clements: divulgazione sì, ma con i piedi per terra, concedendo all’esotismo nipponico - o meglio, all’aspettativa di questo esotismo da parte del lettore occidentale - solo lo stretto indispensabile. Intendiamoci, i “luoghi canonici” del Sol levante ci sono tutti (samurai, shōgun e kamikaze, appunto), ma depurati di ogni facile folklore e restituiti alla loro autentica dimensione storica e antropologica. 
Il fatto è che non si può narrare un Paese “altro” come il Giappone (e per di più dalla sua preistoria fino ai giorni nostri) se non ricorrendo a un approccio multidimensionale, dove le vicende politiche si intrecciano inestricabilmente alle dinamiche dello spirito, della cultura materiale, della sensibilità nazionale, e dove la sacralizazzione della natura, la cerimonia del tè, il e il Kabuki sono altrettanto decisivi dell’avvento del clan Tokugawa, dell’arrivo delle “navi nere” del commodoro Perry, della restaurazione Meiji e dell’Abenomics. 
Se si vuole comprendere davvero il Giappone, occorre non trascurare nulla - dalle battaglie campali alle feste in onore dei fiori di ciliegio, dalla diaristica delle cortigiane imperiali alla passione delle ragazzine degli anni Ottanta per Hello Kitty -, preoccupandosi soprattutto di non farsi sviare da pregiudizi eurocentrici, i quali, per esempio, non ci farebbero mai capire perché un giapponese possa essere contemporaneamente di fede buddhista e shintoista, senza alcuna contraddizione. È questo l’unico approccio per fare “nostro” un Paese che ci sembra agli antipodi, e che amiamo nella sua alterità così cool senza - quasi sempre - volerlo conoscere sul serio. 
Tra i molti pregi del libro di Clements, vi è anche quello di mettere in luce uno degli aspetti apparentemente più indecifrabili e nel contempo più caratteristici dell’universo nipponico: la sua magica capacità di mutare senza cancellare il passato, di attraversare fasi evolutive a dir poco traumatiche senza dimenticare il proprio retaggio nazionale, di accogliere infinite suggestioni straniere (cinesi, coreane, americane) per riplasmarle come se fossero proprie,di ancorarsi a un saldissimo terreno comune all’interno e a dispetto della globalizzazione imperante. Si pensi, ad esempio, al ruolo che ricopre ancora oggi lo shintoismo nella vita quotidiana dell’arcipelago. 
In proposito, ecco cosa scrive Clements: “Nei momenti cruciali della storia giapponese, lo Shintō tende regolarmente ad assumere una fortissima valenza identitaria. Perché quella religione è nata . Perché il suo contenuto è inseparabile dalla cultura e dalla geografia del paese. Perché si manifesta nelle corde che legano le rocce esposte alle intemperie; nelle bacchette di legno decorate con foglie di carta; negli alberi vecchi di secoli e nei giardini consacrati; e nelle grandi montagne che incombono sulle pianure. Un poema risalente all’epoca altomedievale elogia un sovrano mai identificato, augurandogli un eterno periodo di pace con la tipica sensibilità scintoista nei confronti della natura e dei suoi mutamenti: Possa il tuo regno / Durare mille, ottomila generazioni / Finché i ciottoli / Divengano rocce possenti / Coperte di muschio. Un migliaio di anni dopo, questi versi sono entrati nell’inno nazionale giapponese, che prende il nome dal suo incipit: Kimigayo. Ogni giorno, gli scolari, gli atleti e i politici del Sol levante si alzano in piedi e lo cantano, pervasi da una sorta di antico, atavico potere. Il corvo a tre zampe dell’antico imperatore Jinmu sventola ancora sulla bandiera della Federazione calcistica del Giappone…”. 
Così, per chi non si accontenta di geishe, kimoni, sakè, katane e altre japonaiseries di maniera, Samurai, Shōgun e Kamikazeoffre una guida appassionante e illuminante a un Paese che sconta, agli occhi di noi occidentali, fin troppi secoli di narrazioni superficiali e fuorvianti, a scapito della sua effettiva realtà storica e spirituale. 
Insomma, sembra dirci giustamente Clements, se vogliamo conoscere il Sol levante - sia nel bene che nel male, beninteso -,non dobbiamo fermarci all’export delle sue fascinose mitologie, ma armarci di umiltà intellettuale e andare in cerca della sua anima più riposta, dovunque essa si nasconda: su un treno ad alta velocità, in un tempio shintoista, ai piedi del gigantesco Buddha di Kamakura, fra le bevute quasi obbligatorie di un dopolavoro impiegatizio, durante il consiglio di amministrazione di una zaibatsu, nel quartiere dello shopping di Kyōto, in un appartamento di trenta metri quadri per quattro persone, o persino sotto un sasso…

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