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Il Governo "ridisegna" la manovra, ma sui tagli è scontro Lega-Cinque Stelle

Intanto a Bruxelles l'accordo sembra essere stato raggiunto, sia pure a fronte degli ultimi rimaneggiamenti. La fiducia di Conte è stata così premiata, mentre Di Maio e Salvini tengono duro sul reddito di cittadinanza e su quota 100


17/12/2018

di Giambattista Pepi


L’Italia ha raggiunto l’accordo con l’Ue sulle modifiche del disegno di legge di Bilancio 2019. Dopo che per due volte la manovra finanziaria del Governo Conte è stata bocciata dalla Commissione europea - bocciature seguite da trattative, vertici e riscritture, condite, da una parte e dall’altra, da invettive, critiche e tensione - sarebbe arrivato il via libera “tecnico” di Bruxelles e, in via informale, dei commissari agli Affari economici e monetari Pierre Moscovici e dal vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, alla nuova proposta formulata dal premier Giuseppe Conte e dal ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria. 
I quali hanno dovuto dialogare con Bruxelles e, a un tempo, chiedere ai leader della maggioranza, Luigi Di Maio (M5S) e Matteo Salvini (Lega) fino a che punto fossero stati disposti a spingersi per soddisfare la perentoria richiesta dell’Europa di rispettare le regole del Patto per la Stabilità e la Crescita, mantenendo l’asticella del deficit strutturale in rapporto al Pil intorno al 2%, ma non al 2,4% come evidentemente puntava a fare il Governo nell’originaria stesura della manovra. 
Si attende adesso solo il via libera formale della Commissione presieduta da Jean-Claude Juncker e, quindi, l’ok degli altri commissari che rappresentano gli altri Stati membri dell’Ue, in particolare di quelli più intransigenti verso la concessione di flessibilità all’Italia. 
Il premier Giuseppe Conte, che si mantiene prudente, dopo quanto è accaduto da due mesi a questa parte, è fiducioso sulla risposta positiva di tutta la Commissione europea. I mercati festeggiano l’intesa raggiunta: lo spread tra BTP e Bund è sceso a 250 punti, e la Borsa fin dalle prime ore è in positivo.
La Commissione ha chiesto maggiori dettagli per chiarire la reale dimensione delle spese, prima di vincolarsi a una cifra definitiva sulla flessibilità che è in grado di concedere. Inoltre, ancora resistono i dubbi sulla qualità delle misure: ritardare l’entrata in vigore di quota 100 per le pensioni e del reddito di cittadinanza non fa che spostare il problema del deficit e del debito al 2020 e 2021. Un dubbio, però, superabile, visto che rinviare il problema non è in conflitto con le regole. 
Intanto il leader della Lega non ne vuole sapere di ulteriori concessioni e limature a quota 100 sulle pensioni. Rispetto alle stime iniziali, è il ragionamento, si contano due miliardi di risparmi nel 2019 e tanto deve bastare. Soprattutto, il vicepremier leghista non è disposto a caricarsi un peso superiore a quello dell’alleato per far quadrare i conti con l’Europa. 
E così, in attesa che Unione e Italia trovino la quadra sui “numeri”, la legge di bilancio continua a essere ostaggio degli scontri e delle trattative che da giorni si susseguono fuori dalle Aule parlamentari: mancano 16 giorni all’esercizio provvisorio e l’esame in commissione a Palazzo Madama non è ancora iniziato. 
Parallelamente al negoziato tecnico, c'è poi quello politico che è in mano al presidente Juncker: anche lui dovrà valutare i progressi fatti finora nella trattativa e decidere se la Commissione sia disposta a incontrare il Governo italiano a metà strada. 
Intanto, peggiorano le prospettive economiche del Paese: secondo un rapporto della Banca d’Italia il Prodotto interno lordo nazionale nel 2018 crescerà solo dello 0,9% rispetto alle precedenti stime dell’1,2%. I conti del Governo, a questo, punto non quadrerebbero più. Non solo: i rapporti tra i due partiti della maggioranza (M5S e Lega) stanno peggiorando a vista. 
Non bastasse, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti attacca la riforma principe degli alleati (il reddito di cittadinanza piace “all'Italia che non ci piace”) tornando a evocare uno scenario di voto anticipato se non si realizza il contratto di Governo. A rimbeccarlo ci ha pensato il vicepremier Luigi Di Maio: “A noi l’Italia piace tutta”, risponde piccato “rassicurando” Giorgetti anche sul rischio lavoro nero, “perché gli ispettorati del lavoro e la Guardia di Finanza faranno i loro controlli”.

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