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Il "Made in Italy" della tavola è sempre più straniero

Il nostro marchio vale ovunque moneta sonante, ma sembra fatto apposta per essere facilmente aggirato


23/12/2019

di Artemisia


Si scrive Made in Italy ma si legge made in Romania, Ungheria, Armenia, Bulgaria oppure Cina, Singapore, Thailandia. Le nocciole turche nella Nutella non sono un caso isolato. Come non lo sono i vestiti di grandi e meno grandi firme che effettuano le lavorazioni all’estero, nei paradisi del lavoro nero e della fiscalità leggera, per poi rivenderli in Italia a prezzi centuplicati. Ogni tanto i riflettori si riaccendono su questo fenomeno, quando spuntano sui media le solite foto di giovanissimi lavoratori, curvi sulle macchine tessili, stipati come polli in batteria, in capannoni privi dei più elementari requisiti di sicurezza e di igiene, ma dopo un po’ di clamore le luci dell’attenzione si spengono. 
Il fenomeno può scatenare la riprovazione morale e accendere un dibattito sullo sfruttamento, ma ciò non toglie che tutto si svolge in modo perfettamente legale. Il marchio Made in Italy, è il terzo brand più conosciuto al mondo dopo Coca Cola e Apple, vale moneta sonante ad ogni latitudine, ma sembra fatto apposta per essere aggirato e consentire massima libertà. Più volte, soprattutto di fronte a evidenti taroccamenti, (il famoso parmesan, versione truffaldina del Parmigiano) si risolleva il problema di rivedere la legislazione a tutela dei nostri prodotti, per renderla meno lasca, ma gli interessi in gioco probabilmente sono superiori agli svantaggi e si accantona il tema. 
Il Made in Italy è regolamentato da una normativa comunitaria e nazionale. Per “Made in” di un prodotto, si intende il marchio di origine. Ma l’origine non va confusa con la provenienza di un prodotto. Quest’ultima indica il luogo da cui un bene viene spedito, mentre l’origine indica il luogo di produzione. Quando leggiamo il marchio “Made in Italy” dovrebbe significare che quel bene è stato prodotto in Italia. Purtroppo questo è vero solo in parte e spesso anche prodotti realizzati quasi interamente all’estero possono apporre il marchio “Made in Italy”. 
La legge italiana ci dice che questa scritta significa che l’ultima lavorazione “sostanziale” sul prodotto è avvenuta in Italia. Per esempio, un tavolo con componenti prodotte all’estero ma montato in Italia, può essere marchiato “Made in Italy”, una passata di pomodoro prodotta con pomodori coltivati e magari anche semilavorati all’estero può avere l’etichetta “Made in Italy” se i pomodori vengono passati in Italia. 
La definizione quindi è un “colabrodo”, lascia passere di tutto e non tutela ne’ i consumatori che vogliono la sicurezza di un prodotto davvero italiano ne’ i produttori che producono davvero il prodotto in Italia magari a costi superiori rispetto a chi produce all’estero. 
Ad esempio se per la fabbricazione di un paio di scarpe si parte da un semilavorato costituito da una tomaia fissata alla suola di origine cinese, il prodotto è Made in China. Se invece suola e tomaia, sono separate tra loro, di origine cinese e la calzatura è fatta in Italia allora è “Made in Italy”. 
Nel settore alimentare l’utilizzo di materia prima estera è in molti casi, una necessità per soddisfare la domanda sia interna che per l’export. Gli spaghetti sono il simbolo dell’Italia che ne ha l’indiscusso primato. La produzione annuale è pari a circa 3,3 milioni di tonnellate. Un piatto su 4 in Europa è made in Italy. L’export non teme rivali con 1,9 milioni di tonnellate. La pasta deve essere fatta esclusivamente con grano duro e non solo per tenere bene la cottura. C’è una legge del 1967 che lo stabilisce, definendo parametri molto restrittivi sulla quantità di proteine. 
Ma il grano duro italiano riesce a soddisfare solo il 70% del fabbisogno per la produzione di pasta. Per questo, da sempre, importiamo dall’estero, lì dove la qualità è migliore come in Francia, Australia, Messico, Canada, Stati Uniti. Si tratta del 30-40% della materia prima necessaria ai pastifici che (secondo l’associazione di categoria Aidepi è pari a meno della metà rispetto a 200 anni fa). Importare il grano non fa risparmiare; siccome l’83% della materia prima ha un contenuto proteico superiore al 13% viene pagata il 15% circa in più rispetto al grano nazionale. 
Alcuni prodotti, legati al territorio indicati come IGP (Indicazione Geografica Protetta), sono in realtà il risultato della lavorazione di materie prime non italiane. La bresaola della Valtellina viene preparata con carne argentina o del sud America. La Valtellina non ha un numero di allevamenti tale da fornire l’ingrediente di base (17 mila tonnellate l’anno di cui 11 mila di prodotti Igp). Inoltre è importante che i bovini vivano all’aria aperta, mangiando erba, come quelli sudamericani, e non nelle stalle. Di suo la Valtellina mette l’ambiente adatto per la stagionatura e la lavorazione del prodotto. Come per il grano, anche per la carne non si risparmia perché il prodotto del sud America è più costoso. Anche per fare lo speck, l’Alto Adige si rifornisce di cosce del Centro Europa. 
La produzione nazionale dello zucchero riesce a coprire solo il 24% del consumo interno. Per colmare il gap ci rivolgiamo al Brasile. Anche la maggior parte dei legumi non sono italiani, a causa di drastiche riduzioni delle coltivazioni a partire dagli anni ’50. Importiamo principalmente da Stati Uniti, Canada, Messico, Argentina, ma anche da Medio Oriente e Cina. Quest’ultimo Paese è diventato il primo fornitore italiano.

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