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Il Mezzogiorno cambia verso e scommette sul proprio futuro

Alessandro Cannavale e Andrea Leccese, nel libro A me piace il Sud, propongono riflessioni, interviste e proposte sulla questione meridionale: una disamina onesta dei problemi e la proposta di soluzioni per risolverli 


30/04/2018

di Giambattista Pepi


Uscito dal tunnel buio della recessione nel 2015, il Mezzogiorno si è rimesso in marcia nel 2016 e lo scorso anno ha impresso alla propria crescita un ritmo prossimo a quello nazionale (+1,3% contro +1,5), che, stando alle stime sui principali indicatori macro del primo trimestre, potrebbe ulteriormente migliorare nel 2018. Sono risultati da non sottovalutare, ma nemmeno enfatizzare, visto che, da soli, non sono sufficienti a spezzare la spirale perversa all’interno della quale si rincorrono modesti salari, bassa produttività e inadeguata competitività, che si riflettono in buona sostanza sulla ridotta accumulazione di capitale e sul minore benessere. 
Tuttavia, proprio i dati macroeconomici confermano, se ce ne fosse bisogno, che il Mezzogiorno non è una causa persa. Calibrando l’intensità e la natura degli interventi, infatti, lo Stato potrebbe promuovere una politica economica ad ampio raggio volta precipuamente all’accelerazione del tasso di crescita, nell’ambito del rilancio di una generale strategia di sviluppo economico per l’Italia nel suo complesso. Nell’implementare la crescita dell’economia nazionale le regioni meridionali potrebbero fornire un contributo importante specie se riuscissero a mettere a sistema le risorse e le competenze di cui dispongono, ma che tardano ad essere valorizzate adeguatamente.  
In uno scenario chiaroscuro come quello descritto in cui tuttavia le potenzialità di sviluppo endogeno sono intatte, la lettura di A me piace il Sud (Armando Editore, pagg. 127, euro 12,00), un saggio scritto da Alessandro Cannavale e Andrea Leccese, racconta il Mezzogiorno in modo obiettivo e onesto. Non celando i suoi molti mali e gli innumerevoli problemi, che si porta dietro da tempo, ma mettendo anche l’accento sui sentimenti che animano la parte più innovativa, moderna, pragmatica del Sud, che avverte il bisogno di impegnarsi a fondo per cambiare le cose, invertire il trend al ribasso, partecipare ai processi decisionali senza dover accettare imposizioni o veti, minacce e condizionamenti dall’alto. Questa secondo gli autori è la cifra che può fare la differenza nella nuova stagione che il Mezzogiorno ha cominciato a vivere e che può portarla al suo riscatto e al suo rilancio, oppure al definitivo declino e abbandono. 
Nati in Puglia, ma con occupazioni diverse - il primo è un ingegnere e ricercatore universitario nel campo dei nano materiali e dei dispositivi per l’efficienza energetica, il secondo è uno scrittore -, gli autori nel volume propongono una serie di riflessioni, di interviste e di proposte sulla questione meridionale. Una questione, si badi bene, vecchia come il cucco, ma sempre di grande attualità, specialmente ora che il Mezzogiorno si è rimesso in marcia. Non fosse altro per il fatto che la mancata integrazione socio-economica con il resto del Paese, ad oltre un secolo e mezzo dall’Unità d’Italia (1861), è ancora un problema irrisolto. Anzi, se ci è permesso scriverlo, proprio per il tempo che è passato da quando ci si è messo mano, si può considerare a tutti gli effetti come la madre di tutti i fallimenti del Paese. 
Pertanto il futuro Governo, quando nascerà, dovrebbe a nostro parere mettere il Mezzogiorno in cima alle priorità dell’agenda politica e programmatica del Paese. Il nuovo esecutivo deve avere il coraggio di affrontare e risolvere con coraggio e determinazione la questione meridionale.  Sapendo, questa volta, di poter contare su una gran parte dei suoi cittadini che non desiderano altro che lo Stato finalmente decida che è venuto il tempo di recidere i nodi gordiani che hanno impedito l’integrazione del Mezzogiorno nel nuovo Stato unitario. Sarebbe questo anche un modo per premiare gli sforzi dei nostri meridionalisti che dall’Ottocento ai giorni nostri hanno dedicato alla parte più debole e fragile del Paese molti studi e proposte: Antonio Genovesi, Giustino Fortunato, Pasquale Villari, Francesco Saverio Nitti, Gaetano Salvemini, Rosario Villari, Luigi Sturzo, Antonio Gramsci, Manlio Rossi Doria, Pasquale Saraceno, Tommaso Fiore, Giuseppe Galasso, Nicola Zitara, per citare i maggiori studiosi del nostro Mezzogiorno, benché l’elenco sia incompleto. 
Certo, chi come noi (e non siamo certamente i soli) sostengono la tesi secondo cui il Mezzogiorno è stato tradito, vilipeso e abbandonato da gran parte delle classi dirigenti del Paese, ma in passato e in parte ancora oggi, anche da tanti cittadini meridionali, fa piacere constatare che, proprio negli anni più recenti, il Mezzogiorno abbia saputo rialzare la testa producendosi - e quasi riuscendoci - in uno sforzo encomiabile per risalire dal baratro dove la crisi l’aveva cacciato: i dati macroeconomici citati all’inizio del resto lo dimostrano in maniera inoppugnabile. Non possiamo, allo stesso tempo, sottacere che il Meridione si stia giocando buona parte del proprio avvenire depauperando progressivamente l’inestimabile capitale umano rappresentato dalle nuove generazioni. La riprova?  L’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno (Svimez) nel Rapporto 2017 sull’economia meridionale ricorda che il Sud accusa “una perdita di circa 200mila laureati meridionali e, moltiplicata questa cifra per il costo medio di un percorso di istruzione terziaria, la perdita netta in termini finanziari delle regioni meridionali ammonterebbe a 30 miliardi di euro”. In altre parole sono quasi due punti di Pil nazionale, una stima “minima” questa - secondo lo Svimez - che non considera molte altre conseguenze economiche negative, ma che dà la dimensione di un fenomeno che pesa sul Mezzogiorno anche in termini di trasferimento di risorse finanziare verso le aree più sviluppate”. 
Nel libro gli autori passano in rassegna i molti problemi che travagliano il Sud, ma propongono anche soluzioni coraggiose per risolverli. Alla carenza di infrastrutture, alla presenza di organizzazioni mafiose che suppliscono nella percezione di una buona parte dei cittadini l’assenza dello Stato, ad una classe dirigente corrotta, mediocre e clientelare, si contrappongono le straordinarie opportunità di un Sud che vuole cambiare pelle. Una per tutte: gli inestimabili giacimenti culturali ed enogastronomici, che, se ben valorizzati attraverso una strategia concertata, condivisa e sostenuta dallo Stato, dalle Autonomie locali, oltreché da imprese e cittadini, rappresenterebbero una risorsa, certo non la sola, ma di sicuro fondamentale per arrestare il declino del Mezzogiorno e rilanciarlo. 
Si potrebbe impedire così che molti giovani lo abbandonino, creando nuova ricchezza e generando posti di lavoro anche qualificati. In una parola si potrebbe rimettere in moto più velocemente il volano dello sviluppo economico e renderlo uniforme in tutte le aree meridionali, creando le condizioni favorevoli perché, in un corpo sociale anemico, venga messo in circolo il sangue nuovo della sua grande voglia di cambiamento. Un cambiamento – a cui il libro rende testimonianza - che pervade molti cittadini meridionali, dotati di ingegno, intraprendenza, coraggio e buona volontà, ma che finora non ha potuto concretamente esprimersi in tutta la sua potenzialità espressiva. 
E ci piace concludere questa recensione, citando gli autori che - nel capitolo terzo non a caso intitolato Quale futuro per il Sud? - ricordano quanto diceva, per doloso interesse, ignavia o mera ignoranza, Aldo Moro, il grande statista e politico gentiluomo (di cui proprio nei giorni scorsi è ricorso il quarantesimo anniversario del suo assassinio per mano delle Brigate Rosse), originario di Maglie, paesino in provincia di Lecce: “Si può dire - scriveva Moro  che la soluzione che noi daremo a ogni altro nostro problema economico rischia di risultare una pseudo soluzione se disoccupazione e Mezzogiorno continueranno a presentarsi come problemi largamente irrisoluti; e, peggio ancora, se sugli stessi termini di tali problemi non vi è, quanto meno presso i gruppi responsabili, una fondamentale concordanza di valutazione”.

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