Share |

Il “cashback” darà frutti o rappresenta soltanto un inutile indebitamento?


11/01/2021

Un cosa è certa: sul “cashback” (l’adesione ai pagamenti con carta di credito) ne sono state dette tante. Una specie di pentola della cuccagna per molti, è stato lasciato intendere, anche se quando sarà il momento - gratta gratta - i cinque milioni di italiani che hanno aderito si porteranno a casa soltanto delle briciole: si parla infatti, secondo una recente indagine (possibile di revisione), di circa 18 euro a testa di bonus a fronte di un rimborso pari al 10 per cento della spesa effettuata. 
Con un risvolto, peraltro, decisamente poco tranquillizzante per i conti pubblici: una spesa di 4,75 miliardi di euro, cifra che prima o poi dovrà essere rimborsata a Bruxelles. Il nostro Esecutivo ha infatti programmato di spendere 1,75 miliardi di euro nel 2021 e 3 miliardi nel 2022, con una quota aggiuntiva pari a 228 milioni destinati all’extracashback dello scorso Natale. In effetti le risorse del Recovery Fund usate fanno sì parte della quota prestiti riconosciuta dall’Europa all’Italia, ma non dei contributi a fondo perduto. 
Oltre tutto, al di là dei proclami di facciata, l’ambizioso piano del Governo non è partito nel migliore dei modi: tra restrizioni anti-Covid, difficoltà di registrazione e malfunzionamenti dell’app Io, fin dalla fase di avvio l’intero sistema ha faticato, e sta ancora faticando, a decollare. Come dire che, a fronte di un modesto rimborso, le spese risulteranno non proprio sostenibili. 
Detto questo viene spontanea una considerazione: come mai i nostri politici non hanno tenuto conto degli “ammonimenti” della Banca centrale europea?  Basti ricordare che circa un mese fa, quando il piano cashback di Stato e l’extracashback di Natale stavano prendendo forma, il responsabile della vigilanza della Bce, Yves Mersch, con una lettera indirizzata al nostro ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, aveva avanzato riserve proprio in merito a questa iniziativa. 
La Bce riteneva infatti, e tuttora lo ritiene, che “l’introduzione di un programma cashback per strumenti di pagamento elettronici fosse sproporzionato alla luce del potenziale effetto negativo che tale meccanismo avrebbe potuto avere sul sistema di pagamento in contanti”. 
Sempre in quella lettera di richiamo Mersch aveva riconosciuto “che incentivare le transazioni per mezzo di strumenti di pagamento elettronici per l’acquisto di beni e servizi allo scopo di combattere l’evasione fiscale, in linea generale, costituiva un interesse pubblico tale da giustificare la disincentivazione e la conseguente limitazione dell’uso dei pagamenti in contanti”, ma tuttavia avanzava riserve sulla reale “efficacia nel conseguire le finalità pubbliche che legittimamente si intendevano raggiungere”, appunto, nella lotta all’evasione. 
Risultato? La nostra compagnia di giro non ne ha voluto tener conto. Anche se, prima o poi, arriverà il momento di tirare le somme e saldare anche questo ingente debito. Ma chi se ne importa: quando ciò avverrà i politicanti di oggi saranno già finiti nel dimenticatoio e spetterà ad altri farsene carico. Che poi, per altri, si intendono sempre gli italiani. 

(riproduzione riservata)