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Il caso Carola Rackete: un appello per salvare il mondo

In un libro edito da Garzanti l’attivista tedesca regala ai lettori la sua idea sui migranti, sul clima che sta cambiando e sugli ecosistemi minacciati


25/11/2019

di Giambattista Pepi


Vedendo in televisione, o leggendo sui giornali, le notizie degli sbarchi di migranti lungo le coste della Sicilia, della Calabria, della Sardegna e di altri Paesi (la Grecia, la Spagna) da zattere, barchini o altri mezzi di navigazione improvvisati e inaffidabili o dalle navi delle Ong, che li salvano nel Mediterraneo, mi sono chiesto - e penso di non essere il solo a farlo - perché mai queste persone (donne, bambini e uomini) decidano di emigrare. Mi domando quali sono le motivazioni che portano individui, intere famiglie o popoli addirittura ad emigrare. Cosa si nasconde dietro i loro visi smunti, cosa hanno visto i loro occhi spenti, spaventati, lacrimevoli; quali vicende sciagurate portano nei loro cuori. 
Il fenomeno, lo sappiamo, ha assunto dimensioni ragguardevoli dato l’alto numero di persone coinvolte e aspetti drammatici per le peripezie delle loro traversate, il cui epilogo a volte finisce nella loro morte, non è nuovo: le migrazioni ci sono sempre state. Costituiscono una costante che caratterizza la storia del genere umano sulla Terra. 
Dall’Antichità ai giorni nostri, le popolazioni si sono spostate di continuo, hanno migrato, lasciando le terre di origine che il clima, le carestie, le guerre, le persecuzioni razziali o religiose, rendevano inospitali e inadatte a poter vivere, per spostarsi in altre ritenute migliori, dove poter condurre un’esistenza in condizioni di maggiore libertà e sicurezza. Così è stato per millenni. Non è, dunque, un fatto recente, né è immaginabile che possa estinguersi, o possa essere – se non a prezzi altissimi – controllabile o arginabile. 
Nell’Ottocento e nel Novecento l’emigrazione era il triste destino di innumerevoli persone in molti paesi europei, tra cui il nostro. Nel XIX secolo ci fu un’ondata migratoria verso l’America innescata in Irlanda da una grande carestia che uccise un milione di persone, e fece sì che un altro milione lasciasse il paese in cerca di fortuna oltreoceano. Ieri come oggi fuggivano dalle guerre e dalle persecuzioni perché erano ebrei, dissidenti politici o vittime di “pulizie etniche”. 
Oggi i migranti si dirigono verso l’Europa, verso questa isola di benessere che li rifiuta come fossero nemici, ma che non disdegna di fare buoni affari con chi governa i Paesi africani da dove fuggono o per sfruttarne le risorse del sottosuolo, o quelle agricole e ittiche.  
Nessuno è nato migrante, non dimentichiamolo, ma tutti potremmo esserlo se le condizioni ambientali, economiche, sociali intorno a noi peggiorassero e rendessero impossibile continuare a vivere dove oggi viviamo. 
I lettori ricorderanno -con sentimenti differenti - il caso di Carola Rackete, la giovane donna che nel giugno di quest’anno, dopo giorni di richieste di aiuto e attesa in acque internazionali, ha sfidato il divieto delle autorità italiane per portare in salvo i migranti presi a bordo della Sea-Watch 3, diventando - senza probabilmente volerlo - un simbolo di coraggio, giustizia e fedeltà ai propri ideali. 
Sul suo nome e sulla sua iniziativa l’opinione pubblica nazionale si è divisa: c’è chi ne ha lodato intraprendenza, sangue freddo e sprezzo del pericolo per avere forzato il blocco navale a Lampedusa pur di portare in salvo gli immigrati che aveva a bordo e chi, invece, l’ha biasimata, criticata, perfino insultata, per avere disobbedito a un ordine impartito dalle autorità di Governo e di Polizia di uno Stato sovrano, il nostro. 
Ma chi è veramente Carola Rackete? È molto più di quello che i media internazionali hanno raccontato in quei giorni concitati: è un’attivista con una chiara visione e una fortissima passione civile, un modello per tanti ragazzi e ragazze che scelgono di impegnarsi per un mondo migliore. 
Nel libro Il mondo che vogliamo (Garzanti, pagg. 157, euro 14,90), scritto in collaborazione con Anne Weiss (scrittrice e attivista per l’ambiente) l’autrice espone le ragioni delle sue battaglie, e ci ispira a combattere in difesa dell’ambiente, dei diritti umani e del futuro del pianeta. Interpella la nostra coscienza di uomini e donne liberi dal bisogno, consapevoli dei loro diritti, ad assumerci responsabilità anche verso gli ultimi, come lo sono i migranti, per difendere il loro diritto ad esistere. 
“Salvare vite umane - scrive in un passaggio illuminante Carola Rackete nel suo libro - è un imperativo dell’umanità. E lo sarà sempre. Abbiamo il dovere di aiutare, di sostenerci a vicenda. Il più possibile. Per primi i più deboli. Se per noi le persone bisognose sono “gli altri” e distogliamo lo sguardo invece di aiutare, la nostra civiltà perde le sue fondamenta. Non possiamo guardare dall’altra parte solo perché a essere colpita è una categoria alla quale non sentiamo di appartenere. A mio avviso, tutti coloro che ne hanno la possibilità dovrebbero utilizzare i loro privilegi per aiutare gli altri. Coloro che godono dei diritti si trovano in una condizione fortunata. Ma hanno anche il dovere di aiutare coloro che nel nostro sistema vengono ignorati affinché possano vedere rispettati i loro diritti”.  
“Nessuno dovrebbe essere obbligato ad abbandonare la propria casa e a rischiare la propria vita solo perché non ha futuro nel paese in cui è nato” ricorda Hindou Oumarou Ibrahim, geografa e attivista ambientalista nella prefazione al volume (Handelnstatthoffen. Aufruf an die letzte Generation è il titolo originale dell’opera pubblicata in Germania che Stefano Beretta, Paola Rumi e Chiara Ujka hanno tradotto in italiano dal tedesco). “Nessuno è felice di abbandonare la propria famiglia, le proprie radici, la propria identità. Dobbiamo dire con fermezza e chiarezza che questo futuro noi non lo vogliamo. Perciò dobbiamo cambiarlo”. 
Ma la domanda che dovremmo porci è: siamo disposti veramente a cambiarlo in meglio il nostro mondo? Agire non è più una scelta, ma una necessità impellente. Perché il tempo sta finendo. Non possiamo più aspettare. È ora di agire. E, forse, il libro di Carola Rackete ci può aiutare a farlo.

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