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Il chi, il perché e il percome de “La nera di Dino Buzzati”, l’autore del romanzo “Il deserto dei Tartari” in predicato per il Nobel

Si tratta di un’antologia - curata da Lorenzo Viganò - dei suoi più intriganti articoli riproposta dalla Mondadori, per la collana Oscar moderni, con l’integrazione di nuovi testi rispetto alla versione del 2002


11/01/2021

di MASSIMO MISTERO


Subito il chi, il perché e il percome. Il chi è Dino Buzzati (Traverso), nato il 16 ottobre 1906 a San Pellegrino, vicino Belluno, da una famiglia dell’agiata borghesia: il padre insegnava Diritto internazionale all’Università di Pavia, mentre la madre, veneziana, era sorella dello scrittore Dino Mantovani, assai noto nell’ultimo Ottocento. E la villa bellunese dove fa famiglia abitava sarebbe stata il fulcro della sua infanzia e l’origine dell’universo fanta-reale dello scrittore, con la sua suggestiva biblioteca e il granaio… abitato dallo spirito di un antico fattore. 
Dopo aver frequentato il liceo classico Parini di Milano, Buzzati si era laureato in Giurisprudenza con una tesi su La natura giuridica del Concordato. Dopo aver assolto gli obblighi di leva come ufficiale di complemento, nel 1928 era entrato, come cronista, al Corriere della Sera, giornale che da allora in poi sarebbe stato la sua casa. Lui che nel 1933 aveva pubblicato il suo primo lavoro, Bàrnabo delle montagne, un racconto lungo che racchiudeva quelli che sarebbero stati i temi cari alla sua poetica. Due anni dopo sarebbe stata la volta de Il segreto del Bosco Vecchio, favola vagamente allegorica che passò quasi inosservata visto il difficile momento politico europeo. 
Nel 1939 il giornale lo avrebbe mandato in Etiopia come inviato speciale e un anno più tardi avrebbe pubblicato quello che viene considerato il suo capolavoro narrativo: Il deserto dei tartari, con il quale aveva sfiorato il Nobel per la letteratura. A seguire avrebbe pubblicato la raccolta di novelle I sette messaggeri (1942), la favola per bambini La famosa invasione degli orsi in Sicilia (1945) e Il libro delle pipe. Dopodiché, per quindici anni, avrebbe scritto soltanto racconti, opere letterarie, libretti teatrali, divagazioni diaristiche (per citarne alcuni: Paura alla Scala, Il crollo della Baliverna, premio Napoli ex aequo con Cardarelli; Ferrovia sopraelevata, racconto musicale in sei episodi; In quel preciso momento). 
Nel 1958 si sarebbe aggiudicato il Premio Strega con il libro Sessanta racconti, mentre due anni dopo avrebbe dato alle stampe Il grande ritratto, esperimento di romanzo fantascientifico, non molto riuscito dal punto di vista letterario, ma “importante dal punto di vista tematico”, in quanto avrebbe segnato ‘'inizio dell'esplorazione di un nuovo tema: quello della femminilità, fino a quel momento avulso dalle opere dello scrittore o, quantomeno, marginale. Una specie di preludio al romanzo Un amore, sugli scaffali cinque anni dopo. Un lavoro forse vagamente autobiografico, certamente diverso dalle altre opere, oggetto di critiche trasversali. Seguito nel 1965 da Il capitano Pic e altre poesie, la sua prima esperienza poetica, e l’anno successivo da Il colombre
Ricordiamo infine che, a fianco dell'attività giornalistica e letteraria, Buzzati si dedicò anche a quella pittorica, partecipando a numerose mostre e assicurando, con una buona dose di ironia, di considerare la pittura non come un hobby ma come il suo primo lavoro. 
Il perché risulta invece legato all’attività giornalistica di Dino Buzzati, e più in particolare ai trent’anni trascorsi nelle redazioni del Corriere della Sera e del Corriere d’Informazione, ovvero l’emanazione pomeridiana della testata di via Solferino che si contrapponeva a La Notte diretta da Nino Nutrizio, allora di stanza in Piazza Cavour. 
Una lunga e fedele militanza - prima come archivista, poi come praticante cronista (era stato anche incaricato di tenere il registro delle notizie, di nera e di bianca, che compilava scrupolosamente ogni giorno, con una grafia ordinata e un po’ infantile), quindi come redattore e infine come inviato) nel corso della quale Buzzati - autore di pagine dure, commoventi e sconvolgenti, nelle quali descriveva la realtà cogliendone gli aspetti più intimi, segreti e tormentati, rendendo semplici le complessità dei casi - avrebbe seguito una infinità di fatti di cronaca. Articoli che 18 anni fa vennero raccolti postumi in due volumi da parte della Mondadori: il primo intitolato Crimini e misteri, dedicato alla cronaca nera più classica - omicidi, suicidi, misteri, rapine - e il secondo volume, Incubi, legato alla cronaca di incidenti e tragedie. Raccolte precedute da schede storiche di Alessandro Riva e Lorenzo Viganò. 
Il quale Viganò ha ora scritto l’introduzione alla nuova edizione - La “Nera” di Dino Buzzati (Collana Oscar moderni Mondadori, pagg. 594, euro 30,00) - uscita in questi giorni in un unico volume, ampiamente illustrato e la cui copertina è tratta da un dipinto dello stesso autore, volume peraltro arricchito di alcuni altri articoli e casi rispetto all’edizione del 2002. 
Testi che offrono interessanti spunti di riflessione sull’attività giornalistica nonché su quella narrativa dello scrittore bellunese. Il quale sarebbe stato ricordato dal grande Indro Montanelli, nella prefazione di Il reggimento parte all’alba (raccolta di racconti in cui è imperante la metafora del reggimento/morte sempre in agguato), in questo modo: “Rammento l’ultima nostra passeggiata, a Cortina. Era già malatissimo, ma non voleva dirlo. Preferiva far finta di credere a ciò che dicevano i medici, i quali parlavano come certi personaggi dei suoi racconti, per sfumate allusioni, che volevano infondere fiducia in ciò che dicevano. In realtà mettevano i brividi nelle ossa per ciò che tacevano…”. 
E il percome? Ce lo spiega nella sua lunga introduzione proprio Lorenzo Viganò, che ha anche curato il volume. Sottolineandone l’attaccamento al lavoro, lui uomo scrupoloso e zelante come pochi altri, tanto è vero che a breve distanza del suo addio al mondo ebbe a confessare che se il direttore gli avesse chiesto un pezzo avrebbe potuto trovare la forza di scriverglielo. 
D’altra parte bastava leggere le sue cronache per rendersene conto, lui così abile nel “catturare la realtà cogliendone gli aspetti più intimi, più segreti, più tormentati. Rendendo semplice ciò che di tumultuoso, di drammatico e di disperato accadeva nell’animo umano, fosse quello degli assassini o delle vittime. Lui che con grande scrupolo spiegava il delitto, raccontava la tragedia, ma in più riusciva a coinvolgere il lettore, a fargli sentire sulla pelle quello che era successo. E lo faceva con immagini toccanti, inimitabili”. Lui che, come ebbe a scrivere Gaetano Afeltra, altro grande del giornalismo, “sapeva trasformare la cronaca in poesia”. 
E proprio alla sua penna, dopo la Liberazione, venne affidato il racconto della Milano liberata, quel Cronaca di ore memorabili che era apparso, peraltro non firmato, in prima pagina il 26 aprile 1945. Un acuto che gli sarebbe valso in poco tempo, grazie al suo stile e alla sua classe applicati alla cronaca, soprattutto a quella nera bandita nel periodo fascista e da lui nobilitata, la scrittura di alcune fra le sue pagine più intense. Quelle che Carlo Bo ebbe a definire di “assoluta fedeltà, andando oltre e alla fine sciogliendo tutto con il miracolo della poesia”. 
In alcuni casi portando il lettore a fianco del protagonista della vicenda. Per renderlo partecipe degli umori e delle paure, mostrandolo nella sua intimità. Come nel caso di Rina Fort, la responsabile dell’eccidio di via San Gregorio, descrivendola seduta sul bordo del letto in preda ai pensieri più neri mentre le bare delle sue vittime sfilavano tra ali di folla per le vie di una Milano ferita… Sarà forse perché a Buzzati i delitti e i misteri piacevano? E appunto forse per questo, restandone affascinato, sapeva coglierne gli aspetti più coinvolgenti?

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