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Il “commissario” Draghi mette tutti d’accordo alla tavola Ue

E la doppia esperienza di Giuseppe Conte? Sembra ormai appartenere a un passato remoto


15/02/2021

di Artemisia


Non si era mai visto che un presidente del Consiglio, appena a ridosso del giuramento, ricevesse tante congratulazioni e attestazioni di fiducia dall’Europa. A lanciare twitter zuccherosi sono la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il presidente francese Macron e la Cancelliera Angela Merkel. Tutti insistono sulla perfetta sintonia tra Draghi e l’Europa. “Italia e Germania collaborano per un'Europa forte e unita e per un multilateralismo che offra ai nostri giovani un futuro migliore” twitta Merkel. Insieme, Italia e Francia hanno tanto da fare per costruire un'Europa più forte, più solidale e un nuovo multilateralismo” rilancia l’Eliseo. 
Auguri di rito? C’è qualcosa di più in tanto entusiasmo. Verrebbe da dire che le grandi cancellerie europee hanno tirato un sospiro di sollievo. 
L’esperienza di Giuseppe Conte sembra appartenere già a un passato remoto. L’“avvocato del popolo” non forniva quelle garanzie, quell’allineamento a Bruxelles che invece Merkel, Macron e Bruxelles hanno la certezza che Draghi fornirà. Non sappiamo nulla del programma di governo ma nessuno sembra avere alcun dubbio che sarà per il bene del Paese e farà stare meglio tutti. A suggellare questa certezza ci sono i 200 miliardi del Recovery Fund che Draghi, l’Europa ne è sicura, impiegherà nel migliore dei modi. O meglio, impiegherà secondo quelli che sono i criteri decisi a Bruxelles. Verrebbe da dire, senza fare della fanta-politica, che l’Italia è stata commissariata. Ci sono 15 politici, scelti per rappresentare i vari partiti, ma sembrano più una presenza simbolica che effettiva. D’altronde viste le premesse, l’effluvio di osanna al premier, non si intravede come possano ostacolare il percorso di Draghi. Nelle postazioni chiave comunque, ci sono i tecnici. 
Il premier ha già fatto qualche miracolo: ha trasformato la Lega da sovranità a europeista, ha convinto il Pd a fare l’ennesima abiura costringendoli a sedere accanto a ministri leghisti, ha indotto i 5S ha rinnegare il principio “mai con chi viene dalla finanza”, come pure ha addomesticato Forza Italia. All’opposizione di questo scenario da politica coreana, c’è solo Fratelli d’Italia, coerente fino alla fine su una scelta di campo che rappresenta una grande sfida. 
Cosa hanno da guadagnare i partiti? Tanto. Innanzitutto si scrollano la responsabilità di scelte che saranno tutte in capo a Draghi. Se il Governo dovesse fallire sarà colpa del premier ma se come è probabile dovesse andare avanti senza scossoni, a loro non resterà che staccare i dividendi del successo. Quando sul Paese pioveranno i 200 miliardi, ciascun partito si intesterà i benefici che valgono consensi elettorali. Al momento del voto nessuno ricorderà più che la Lega ha abdicato alla battaglia dura sull’immigrazione selvaggia, nessuno ricorderà che il Pd è andato a braccetto con Giorgetti, l’ala riformista della Lega e che i 5S hanno rinunciato alla lotta contro la Tav. Draghi ha il passaporto europeo e la sua azione ha aprioristicamente un tale gradimento che non sarà messo in discussione. Anche perché nulla passerà senza aver avuto prima la bollinatura di Bruxelles. L’Europa avrà la certezza che i fondi non saranno spesi in sagre, fiere, opere inutili, cattedrali nel deserto come tanta storia italiana ci ha fatto vedere. 
A Giorgia Meloni si apre la prateria dell’opposizione. Potrà rivendicare coerenza di politica al momento del voto e incasserà la fuga degli scontenti dai partiti del centrodestra. E di scontenti ce ne saranno, perché questo Governo avrà più spine che fiori.

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