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Il confine di Bonetti? Una brutta storia illuminata da bei ricordi

Giovanni Floris debutta nella narrativa con un piacevole racconto generazionale condito di un amaro umorismo


28/04/2014

di Catone Assori


"La voglia di trasgredire di quando si è ragazzini, se è sana, diventa col tempo voglia di superare il confine. Da ragazzini si hanno orizzonti più ristretti e modelli più facili. Da grandi diventa un mettersi alla prova. Quella che racconto in questo libro è la storia di cinque di questi giovani cresciuti negli anni Ottanta, quando si viveva sulle macerie del decennio precedente (con la consapevolezza di potercela fare, quando i figli potevano sperare di star meglio dei loro padri), che si ritrovano vent'anni dopo per una rimpatriata dalla sfortunata conclusione". Ma se la vita li aveva divisi, sarà proprio questo "errore" a riunirli...
Il libro è Il confine di Bonetti (Feltrinelli, pagg. 214, euro 18,00), un romanzo non autobiografico (ma sarà poi vero?) nel quale l'autore ricostruisce, attraverso la voce di uno dei protagonisti (Ranò, che è l'io narrante), volti, luoghi, feste, avvenimenti, notti brave e misteri della Roma dei "pariolini" cresciuti nella bambagia. A fronte di una confessione fiume - fra flashback e ricostruzioni più o meno datate - davanti a un magistrato fuori dalle righe, "una vecchia matta che non gliene frega niente di chi sei", che in realtà è forse una confessione rivolta ai lettori. Di fatto un lavoro di piacevole lettura, condito di spruzzate di amaro umorismo. Fermo restando che si tratta di "una storia dove a tenere banco è la linea di confine che separa il bianco dal nero, il bene dal male, quello che si può fare da quello che non si può fare". Ma anche una storia del riflusso, della televisione commerciale, del pentapartito, del crollo delle ideologie mondiali.
Un storia - quella del notaio Ranò e del regista Bonetti - che, nel presente, finisce per tingersi di sesso, di droga e pure di un cadavere eccellente.
Lo scrittore è invece Giovanni Floris, giornalista e saggista, nato a Roma il 27 dicembre 1967, noto al grande pubblico per la conduzione del talk-show Ballarò, impostato su temi di attualità politica, economica e sociale. Una trasmissione che, dal 2002, lo vede anche come autore, oltre che timoniere; una trasmissione nella quale cerca di far capire ai telespettatori come stanno andando realmente le cose, spesso mandando in bestia - con quella faccia da bravo ragazzo che si ritrova - molti suoi ospiti.
Una laurea in Scienze politiche alla Luiss di Roma, dopo aver frequentato il corso biennale sostitutivo del praticantato della Scuola di Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia e aver lavorato come precario all'Agenzia Italia, Floris sarebbe stato assunto dal Giornale Radio Rai nel 1996 come redattore economico, diventandone in seguito inviato, corrispondente da New York e infine conduttore. Lui che è autore di diversi saggi, tra cui Monopoli (2005), Mal di Merito (2007), La Fabbrica degli Ignoranti (2008), Separati in patria (2009), Decapitati (2011) e Oggi è un altro giorno (2013), tutti pubblicati per i tipi della Rizzoli. E che ora debutta nella narrativa appunto con Il confine di Bonetti. Un romanzo nel quale sembra non volersi identificare, anche se affonda le radici in un periodo a lui ben noto: quello di una generazione per certi versi fortunata, che si arrabattava in una vita politica senza grandi ideali. La qual cosa lo porta faticosamente ad ammettere: "Premesso che non sono né l'uno né l'altro dei miei due protagonisti, in realtà mi sento un po' Ranò quando mi dice male e un po' Bonetti quando mi dice bene". Salomone docet.
Detto questo, spazio alla sinossi. Cosa ci può essere di male in una rimpatriata con gli amici di una vita? A prima vista nulla, salvo il fatto che il facoltoso notaio Ranò si ritrova in cella a doversi giustificare con un magistrato. E la verità viene fuori. Non solo il racconto della folle serata in cui è naufragata la reunion, ma anche, come un fiume in piena, la confessione di una vita, delle avventure di un ragazzo e del suo eterogeneo drappello di compagni. Con al centro di tutto il grande amico che ce l'ha fatta, Marco Bonetti, il famoso regista in odore di Oscar finito con lui in carcere... Nella "confessione" di Ranò si dipana così un percorso illuminato da una grande amicizia maschile, tra catastrofi sentimentali e bravate al limite del decoro, vacanze sbagliate e meravigliose, giri in motorino fra le vie di una Roma vissuta e amata. Con alcune domande a tenere banco: come mai si sono persi di vista i sogni giovanili?; qual è il confine tra adolescenza e vita adulta, tra possibilità e rimpianto, tra successo e tradimento?; e quando è troppo tardi per capirlo?
Detto questo, null'altro che annotare come nel suo primo tentativo da narratore Floris sia riuscito a fare centro, dando voce immaginifica a una trama scanzonata quanto, a tratti, commovente. Giocando di fioretto sui protagonisti, che non sono certo gli "amici miei" di Mario Monicelli. Semmai gli "amici suoi", quelli della sua giovinezza. Ma certamente sbagliamo, visto che è lui stesso a ribadire: "Quello che è certo è che nessuno dei personaggi che racconto esiste veramente".

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