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Il costo della vita cresce mentre i redditi pro capite diminuiscono

Risultato? Il ceto medio si ritrova senza risorse da spendere e il Paese finisce per risentirne


01/04/2019

di Damiano Pignalosa


Siamo sempre alle prese con prospettive di crescita future legate a proiezioni che si spera siano realistiche. Forse andiamo su del +2%, forse caliamo dello 0,5%, insomma, prevedere il futuro e capire se le manovre ipotizzate possano funzionare è come una mano al blackjack, a volte vinci tu ma spesso vince il banco. Questa volta, proprio per cambiare le carte in tavola, cercheremo di analizzare dei dati certi che evidenziano quanto siano calati i redditi pro capite in Italia negli ultimi dieci anni, ricordando e tenendo sempre a mente che con il passare del tempo il costo della vita aumenta e non diminuisce.
Questi dati tengono conto dell’inflazione e il reddito medio 2017 indicato dagli italiani nelle dichiarazioni dello scorso anno si ferma al -3% rispetto a quello di dieci anni fa. Il segno meno caratterizza tutte le Regioni tranne una: il Trentino Alto-Adige, dove il contatore segna +3,2 per cento. Data l’eccezionalità della cosa e siccome un dato positivo potrebbe destabilizzare l’Italia intera, la spiegazione di tutto ciò è presto detta. Il primo motivo è rappresentato da  un’economia legata a doppio filo all’area tedesca (finisce in Germania il 40% del valore aggiunto manifatturiero della Regione, come segnala Confindustria), che quindi ha potuto beneficiare di una catena di trasmissione corta con le riprese più dinamiche registrate nel centro dell’Europa. In secondo luogo ritroviamo uno Statuto di Autonomia che quando l’economia frena permette di attivare contromisure più rapide rispetto a quelle che si riescono a mettere in campo nel resto d’Italia.
Ora possiamo tornare a noi analizzando tutto quello che in realtà non vorremmo mai sentire nel rapporto reddituale 2007-2017. È sempre a Statuto speciale anche la seconda regione nella graduatoria: si tratta del Friuli Venezia Giulia, a cui basta un misero -0,6% per occupare il secondo scalino. Seguito da Veneto ed Emilia Romagna (-1,4%), e da Valle d’Aosta e Piemonte (-1,9%).
Se tutto questo è già di per se un dato più che allarmante perché investe anche il triangolo industriale italiano che comprende Lombardia, Emilia Romagna e Veneto, il vero crollo lo abbiamo analizzando le regioni del sud che vedono aumentare la forbice con il nord in maniera esponenziale. In Sicilia la dichiarazione media sui redditi del 2017 si alleggerisce del 7,2% rispetto a quella di dieci anni prima, in Campania la perdita è del 6,9% e in Calabria del 6,4%. Si prosegue con la Puglia (-5,9%) e con il Molise (-4,9%), che fa poco peggio rispetto alla Sardegna (4,8%).
Una vera ecatombe che non si presta ad arrestare. Se in questi dieci anni il costo della vita è aumentato di un +15%, la recessione venutasi a creare con la media di reddito pro capite in negativo ha segnato uno dei punti più bassi della storia italiana addirittura dal dopo guerra. Abbiamo perso potere d’acquisto, la possibilità di trovare un’occupazione stabile e il vivere si è tramutato in sopravvivere, almeno nella maggioranza dei casi. Non a caso l’Italia è il secondo esportatore di prodotti finiti d’Europa, ma riscontra un blocco totale dei consumi interni che a loro volta rendono l’economia del Paese più che stagnante. Basta interpellare le aziende produttrici per venire a conoscenza del fatto che in media l’85/90% del loro fatturato viene effettuato all’estero. Se non si fanno ripartire i consumi interni e non si ridà potere d’acquisto in mano agli italiani la macchina si inceppa e non c’è legge di bilancio o proiezione che possa davvero ridare slancio al Pil tricolore che ogni anno segna record negativi.
Se non si riparte da questo il Paese è già morto e tutte le favole sulla rinascita possono essere messe in soffitta insieme a tutti gli altri racconti di fantasia dando forza, in questo modo,  ad un vecchio proverbio che dice: ”Se il popolo non spende non si espande”.  

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