Share |

Il dolore di una sconfitta e l'energia della rinascita, scanditi dalla forza del vento

Con intrigante bravura Laura Imai Messina racconta il “suo” Giappone. Giocando sul tasto sensibile e vincente della speranza


17/02/2020

di Valentina Zirpoli


Quel che affidiamo al vento (Piemme, 248, pagg. 248, euro 17,50) è “un lavoro incentrato sul Giappone, sullo tsunami dell’11 marzo 2011, su una storia che aspettavo da 8 anni e su un luogo realmente esistente nel Nord-Est del Paese che, per me, è in assoluto il più magico di tutto il Sol Levante”. Così Laura Imai Messina nel parlare del suo ultimo libro. Un caso editoriale in corso di pubblicazione in una ventina di Paesi, che tocca con delicatezza l’accennata tragedia evitando di concentrarla sull’incidente nucleare di Fukushima e sulle sue implicazioni politiche e ambientali. Consegnandoci in tal modo “un mondo fragile ma denso di speranza, una storia di resilienza la cui più grande magia risiede nella realtà”. Raccontando la fatica della rinascita con il garbo che le è congeniale. 
Il Giappone, si diceva. Un Paese dove Laura Messina (il secondo cognome Imai lo ha ereditato dal marito) si era trasferita a ventitré anni - dopo essersi laureata in Lettere all’Università La Sapienza di Roma, città dove è nata nel 1981 - accasandosi a Tokyo per perfezionare la lingua. Lingua, tiene a precisare, “che mi aveva contagiato alla stregua di un colpo di fulmine”. 
E qui avrebbe conseguito un dottorato di primo livello in Culture comparate presso l’International Christian University con una tesi sulla scrittrice Ogawa Yōko, per poi portarsi a casa, presso la Tokyo University of Foreign Studies, un PhD con un lavoro comparativo sul tema della materialità nella letteratura giapponese ed europea. Esperienze formative che le consentono oggi di insegnare come docente a contratto di lingua italiana in alcune delle più prestigiose università della capitale nipponica, nonché darsi da fare come ricercatrice nell’ambito delle Letterature comparate. 
Lei che nel marzo 2011 aveva fondato il blog Giappone Mon Amour, punto di riferimento per gli appassionati del Sol Levante e finestra sulla vita quotidiana nella metropoli giapponese; lei che, appassionata della cultura sia alta che “bassa” del Sol Levante, consuma il suo tempo libero a scrivere romanzi nei caffè di Tokyo e sui treni delle tante linee che attraversano la capitale; lei che vive fra Kamakura e Tokyo insieme a suo marito Ryōsuke, ai figli Sōsuke ed Emilio nonché alla cagnolina Gigia. 
Lei che si dice orgogliosa, precisando che doversi accettare “in una situazione di debolezza è stato difficile, ma anche altrettanto formativo”; lei curiosa e per questo portatrice di una grande attenzione per i dettagli; lei autrice dalla forte scrittura emozionale ed evocativa (“Fu al liceo che mi innamorai delle parole, o quanto meno ne presi coscienza”); lei che si è dovuta anche confrontare con l’assordante solitudine di Tokyo, che ti arriva dritta al cuore (“Qui la parola chiave è l’efficienza”). 
E ancora: lei che aveva debuttato nelle librerie italiane nel febbraio di sei anni fa dando alle stampe Tokyo Orizzontale - un lavoro che curiosamente aveva preso a prestito il nome di un irriverente sito internet e che si nutriva dell’abilità dell’autrice nell’indagare sui dettagli senza fermarsi alla superficie del problema - per poi concedere il bis due anni e mezzo dopo con Non oso dire la gioia, seguito a ruota da WA, La via giapponese all’armonia, 72 parole per capire che la felicità più vera è quella condivisa. 
Lei che ora, mentre sta regalando gli ultimi ritocchi a una guida letteraria di Tokyo, è impegnata nelle presentazioni di Quel che affidiamo al vento, un romanzo “avvolgente e misterioso”, dove a tenere la scena è una natura maestosa e al tempo stesso terribile. 
Detto questo spazio alla sinossi. “Sul fianco scosceso di Kujira-yama, la Montagna della Balena, si spalanca un immenso giardino chiamato Bell Gardia. In mezzo è installata una cabina, al cui interno riposa un telefono non collegato, che trasporta le voci nel vento. Da tutto il Giappone vi convogliano ogni anno migliaia di persone che hanno perduto qualcuno, pronte ad alzare la cornetta per parlare con chi è nell’aldilà”. 
Quando su quella zona si abbatte un uragano di immane violenza, da lontano “accorre una donna, pronta a proteggere il giardino a costo della sua stessa vita. Si chiama Yui, ha trent’anni e una data separa quella che era da quella che è: ovvero l’11 marzo 2011. Quel giorno lo tsunami spazzò infatti via il paese in cui abitava, inghiottì la madre e la figlia, le sottrasse la gioia di essere al mondo”. 
Venuta per caso a conoscenza di quel luogo surreale, Yui va a visitarlo e a Bell Gardia “incontra Takeshi, un medico che vive a Tokyo e ha una bimba di quattro anni, muta dal giorno in cui è morta la madre. Per rimarginare la sua vita serve coraggio, fortuna e un luogo comune in cui dipanare il prudente racconto personale. E ora che quel luogo prezioso rischia di esserle portato via dall’uragano, Yui decide di affrontare il vento, quello che scuote la terra così come quello che solleva le voci di chi non c’è più”. 
E poi? E poi Yui lo avrebbe presto scoperto. Che cioè l’amore è un vero miracolo; anche il secondo, quello che arriva per sbaglio. Perché quando nessuno si attende il miracolo, il miracolo può avvenire…

(riproduzione riservata)