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Il domani dopo il Coronavirus? Meno consumi e forse (anche) più tasse


09/03/2020

di Artemisia


Uno stanziamento da 7,5 miliardi di euro per famiglie e imprese, che comporta una richiesta all'Unione europea di uno sforamento del deficit da 6,3 miliardi (circa lo 0,35% del PIL). Sono le misure “straordinarie e urgenti” che il governo Conte ha varato per venire incontro a famiglie e imprese nell’emergenza del Coronavirus. Il responsabile del Tesoro Roberto Gualtieri ha detto che è già partita la lettera alla Ue che informa dello scostamento. Intanto si attende che Bruxelles batta un colpo che faccia sentire la sua voce dopo la latitanza di questi giorni. Il presidente del Parlamento europeo Davide Sassoli ha detto che se ci fosse più Europa, questo non sarebbe accaduto. Ovvero che se la sanità non appartenesse alla sovranità dei singoli Paesi, si sarebbe potuto fare un intervento coordinato. Di fatto sembra proprio un pretesto per nascondere l’incapacità a prendere decisioni. La richiesta dell’Italia di sforare il deficit non sarà senza conseguenze. L’indebitamento ulteriore è una cambiale che prima o poi saremo chiamati a pagare con maggiori tasse. A meno che al termine del blocco per l’emergenza, il Paese non si metta a correre recuperando in breve tempo quanto perso. La grande incognita è la durata di questo periodo in cui la nostra economia è stata messa in quarantena, e fino a quando gli altri Paesi continueranno a sconsigliare viaggi e rapporti con l’Italia. Intanto la prossima stagione estiva è saltata. 
Il virus ha messo in evidenza anche la dipendenza con Paesi fornitori di pezzi importanti del processo produttivo. Per una serie di motivi, a cominciare dal più basso costo del lavoro, abbiamo appaltato all’estero la fornitura di gran parte della componentistica. Numerose piccole e medie imprese sono state decimate dalla crisi del 2008 e quelle dell’artigianato stentano a vivere il passaggio generazionale. Il risultato è una profonda dipendenza dai Paesi limitrofi come pure da quelli asiatici. 
Altro spunto di riflessione che offre l’emergenza è sul cambiamento delle abitudini. Come negli anni bui della recessione economica quando l’ex premier Mario Monti invitò il Paese ad uno stile di vita più sobrio, determinando un ridimensionamento dei consumi, così ora l’obbligo di ridurre la socialità, con tutto ciò che ne segue come frequentazione limitata a ristoranti, cinema, teatri, luoghi di divertimento, i vincoli agli spostamenti e ai viaggi, possono indurre, alla fine del contagio, ad uno stile di vita più parco. La domanda interna e quindi la spesa ne sarebbero fortemente condizionati con pesanti ricadute sul sistema produttivo. 
Gli italiani potrebbero scoprire che in fondo possono anche fare a meno di viaggiare, di andare al ristorante magari un paio di volte a settimana. Una paura collettiva, se prolungata, può influenzare in modo profondo i consumi. 
A questo si aggiunge, come dicevamo prima, che la concessione di Bruxelles sul deficit non sarà un regalo. Soprattutto se Francia e Germania saranno colpiti in modo marginale nelle loro economie. Ancora una volta saremo lasciati da soli.

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