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Il dottor Frankenstein? Ha un padre italiano, il fisico Giovanni Aldini

In un giallo brutale quanto inquietante, Lorenzo Beccati dà voce alla storia mai raccontata di questo nostro lungimirante scienziato


15/07/2019

di Massimo Mistero


Quale legge può permettere a un uomo di sostituirsi a Dio? All’insegna di questo interrogativo quel geniaccio di Lorenzo Beccati ha dato voce e immagine, ne Il Resuscitatore (DeA Planeta, pagg. 218, euro 16,00), al fisico che - storia canta - per certi versi si è proposto come il dottor Frankenstein italiano. Ovvero Giovanni Aldini, uno studioso realmente esistito, così come storicamente documentato “fu il suo viaggio a Londra per ottenere un cadavere integro da elettrificare”. 
E l’autore lo ha fatto, nonostante la brutale tematica, con penna leggera. Quella stessa che gli consente di catturare l’attenzione del lettore senza mai esagerare, anche quando situazioni e contesti risultano al limite. Mano tipica di chi sa raccontare, utilizzando frasi brevi quanto efficaci, andando subito al dunque senza perdersi in inutili giri di parole. 
Come tiene a precisare l’autore in una breve nota, gli studi di questo scienziato (nato a Bologna il 10 aprile 1972 e morto a Milano il 17 gennaio 1834 nel suo appartamento di via Santa Maria a Valle) sono stati alla base dei moderni defibrillatori, gli apparecchi che rimettono in funzione il cuore mediante una scarica elettrica. 
Aldini, si diceva, la cui genialità attingeva dal Dna familiare: non a caso la madre, Caterina, era sorella del celebre fisico e fisiologo Luigi Galvani. Lui che strada facendo aveva incentrato gli studi sulle applicazioni dell’elettricità sia in campo medico che in quello dell’illuminazione, sviluppando ad esempio fari e dispositivi antincendio. Lui che nel 1803 aveva pubblicato a Londra uno studio intitolato An account of the late improvements in Galvanism, nel quale asseriva che in determinate condizioni sarebbe stato possibile riportare in vita un cadavere mediante stimoli elettrici, una teoria che avrebbe trovato spazio nel romanzo scritto successivamente da Mary Shelley, quello appunto legato al fantasioso dottor Frankenstein. 
Ed è appunto, a partire dalla notte del 3 novembre 1803, che si dipana la storia raccontata da Lorenzo Beccati. Dapprima puntando il mirino su due loschi figuri che strisciano fra le tombe del cimitero londinese di Highgate, un sobborgo a nord della città, per puntare i riflettori, la notte successiva, sul suo protagonista intento a contemplare le acque del Mare del Nord che si infrangono contro i legni del Victoire, il veliero battente bandiera francese sul quale si era imbarcato per approdare nella City. 
Certamente ignorando la portata degli eventi in cui sarebbe stato coinvolto, ma ben sapendo cosa stava cercando: un cadavere fresco e non mutilato. L’obiettivo? Quello legato ai suoi studi volti, appunto, a riportare in vita i morti. E siccome in quasi tutta Europa i condannati venivano decapitati, ecco Aldini decidere di puntare su Londra, dove vigeva invece l’impiccagione. Si racconta anche che nelle carceri inglesi avesse trovato un uomo che definiva ideale per i suoi esperimenti: George Forrest, accusato di aver ucciso moglie e figlia e in attesa di verdetto. E per arrivare al suo scopo sembra, a quanto si vociferava all’epoca, che avesse comprato i giudici per ottenerne l’esecuzione tramite capestro. 
Entrato in possesso del corpo, lo scienziato eseguì un esperimento pubblico utilizzando una grande pila, peraltro sconvolgendo i presenti a tal punto da provocare (indirettamente) la morte del suo assistente per infarto. In effetti durante la prova il cadavere aveva ricominciato a respirare e il suo cuore a battere. Secondo gli scienziati, Aldini riuscì, sia pure per pochissimo tempo, a ristabilire alcune funzioni fisiologiche del corpo, pur non alterandone lo stato di morte cerebrale. Gli stimoli di movimento, in realtà, erano derivanti da input esterni. 
In ogni caso una conferma delle intuizioni di Aldini, convinto che attraverso un’adeguata stimolazione elettrica, opportunamente distribuita fra le membra, fosse possibile restituire la vita a chi l’aveva perduta. E proprio su questa teoria lo scienziato bolognese aveva fondato i suoi studi e le spettacolari, quanto chiacchierate, dimostrazioni eseguite in Italia e in Francia sui corpi di animali. 
Sta di fatto che, sbarcato in una Londra sordida, “traboccante di miseria e disperazione (che la penna di Beccati ricostruisce con la vividezza che solo i maestri del genere sanno regalare), Aldini si getta a capofitto nel suo progetto visionario. Ma l’ambizione folle e la cieca fede nel progresso lo porteranno presto a fare i conti con le paure e i dilemmi morali che da sempre si annidano nel cuore dell’essere umano”. 
Che dire: una storia che gioca a rimpiattino fra realtà e immaginazione, fra presente e passato; che cattura e intriga il lettore, facendogli fare le ore piccole; che si rifà a un titolo cambiato in corsa (in prima battuta era infatti circolato quello de Il dottor A., dove quella A puntata stava ovviamente per Aldini).  
E questo è quanto, anzi no. In quanto Lorenzo Beccati è personaggio da copertina e per questo merita note sia sulla sua vita che sul suo lavoro. Lui uomo dal carattere “relativamente tranquillo”, seppure “ansioso e stressato per la giornaliera messa in onda di Striscia”; lui personaggio che non manca di riservare piacevoli sorprese, a partire dalla sua passione per lo sport: “Mi piace giocare a tennis e soprattutto a calcio dove, oltre a far parte della squadra di Striscia, scendo in campo con i gradi di capitano della Nazionale Calcio Tv, che gioca 12 e passa partite all’anno per scopi benefici”. 
Lui che, come già riportato su queste stesse colonne, è nato a Genova il 24 febbraio 1955 nel popolare quartiere di Cornigliano; città dove all’inizio degli anni Ottanta sarebbe entrato nella rosa dei più stretti collaboratori di Antonio Ricci (del quale Silvio Berlusconi ha avuto modo di dire: “Il bene trionfa sempre sul male, tranne che nel suo caso”). Un’amicizia peraltro di vecchia data quella fra i due. “Da ragazzini - ricorda infatti Beccati - andavamo in vacanza sulle montagne del Cuneese e con lui - sotto la Lanterna - iniziai a fare cabaret al Teatro Instabile, luogo che avrebbe partorito grandi artisti, per poi proseguire sulla strada dello spettacolo. E ora facciamo insieme i pendolari con Cologno Monzese, visto che abitiamo a trecento metri di distanza in quel di Alassio”. 
Casa, la sua, che oggi ospita una biblioteca composta da ben trentamila volumi, in buona parte letti (“Sono infatti un lettore onnivoro, con un debole dichiarato per Francesco Biamonti, anche se stimo e apprezzo chissà quanti altri autori, come Carrisi, Simoni e Ricciardi, per non parlare di penne straniere, più o meno datate, del calibro di Derek Walcott, Charles Bukowski e via di questo passo”). 
Beccati, si diceva, che strada facendo sarebbe entrato nella nobiltà dei palinsesti contribuendo a dare vita ad alcuni fra i programmi televisivi più visti e seguiti: da I Taliani a Lupo solitario, da Drive-In a Paperissima (dove ha fatto storia il suo tormentone Dobbiamo stare vicini vicini) e, soprattutto, Striscia la notizia
Una trasmissione quest’ultima, fra le più longeve al mondo: va infatti in onda su Canale 5 dal 7 novembre 1988. Un programma che ha influenzato la cronaca, il costume e anche il nostro linguaggio. E nel cui ambito Beccati - che si propone come il capobanda degli autori - dà voce anche all’indovinato personaggio del Gabibbo. Una voce presa in prestito da un ex ergastolano che aveva lavorato come aiuto-piastrellista proprio a casa sua: “Usciva dal carcere al mattino, dove stava pagando i suoi errori di gioventù, per farvi rientro alla sera. Era un tipo particolare, con una voce roca che sapeva di fumo, droga e umidità, e il cui tono era improntato a un atteggiamento di meraviglia e stupore che si andava a mescolare con quello dei ragazzi delle periferie genovesi”. 
Così quando nell’ottobre del 1990 “Antonio (Ricci) si inventò il personaggio del Gabibbo, che in genovese vuol dire amico, la proposi e andò subito bene». D’altra parte Beccati sa come condire e vivacizzare di simpatia il suo lavoro, così come conosce bene i gusti del pubblico, disposto a recepire discorsi chiari che colpiscano nel segno. Sia in video che in libreria, dove è già approdato altre tredici volte con saggi e romanzi che hanno spaziato “dal grottesco al comico, dal giallo alle trame storiche”, come nel caso della trilogia Il guaritore di maiali, tradotta anche all’estero. 
“In effetti - ha avuto modo di raccontarci - il romanzo storico mi appartiene (leggi il caso di Pietro il Grande e i Settantaquattro nani russi, ambientato a San Pietroburgo nel 1710), dal momento che ho portato avanti studi e mi sono documentato sulla vita, i comportamenti nonché i mestieri dei tempi andati”. 
E in tale contesto, a un certo punto, “sono rimasto incuriosito e affascinato dal ruolo dei rabdomanti - che non cercavano soltanto acqua, ma anche malattie, persone scomparse o addirittura cadaveri - a fronte di una affermazione che mi ha particolarmente colpito: quella che il ferro del mestiere, ovvero la bacchetta, doveva essere comandata soltanto dagli uomini. E se le donne la volevano usare - il mestiere era pericoloso in quanto si rischiava di essere accusati di eresia o satanismo - dovevano farla girare al contrario”. Da qui l'idea di “inventarmi una storia legata a un’indagatrice intelligente, che lavora con metodo e che ha intuizioni brillanti. Ovvero Pietra, che avevo fatto debuttare nel 2014”.

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