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Il fattore G spiega l'andamento europeo

Germania e Grecia rappresentano lo specchio di cosa non ha funzionato all’interno dell'Unione


18/02/2019

di Damiano Pignalosa


Come nei peggiori talk show, in un momento di crisi economica e istituzionale l’Europa intera si ritrova a fare i capricci tra i membri dell’Unione con l’intento di dare le colpe a questo piuttosto che a quello. Ormai gli schieramenti sono ben precisi: da un parte ci sono le divisioni europeiste guidate dall’asse franco-tedesco, dall’altra ci sono visioni nazionaliste e sovraniste che comprendono la maggior parte dei Paesi dell’Est con l’aggiunta dell’Italia. Il serpeggiare di malumori e tensioni sta spaccando sempre di più l’Europa in due e le soluzioni a questa crisi non sembrano essere così facili da trovare, soprattutto se si pensa che anche i numeri ormai non rispecchiano più la realtà dei fatti. Invece che commentare la situazione italiana, questa volta i riflettori si possono spostare sul fattore G inquadrando due membri dell’Unione come Germania e Grecia.
La locomotiva tedesca, soprattutto negli ultimi dieci anni, ha fatto numeri da far impallidire super potenze come Stati uniti e Russia, tanto da essere diventato il vero amministratore delegato dei 28 Stati che compongono l’Unione Europea. Se qualcosa la storia ci ha insegnato è che nessuno può crescere all’infinito. Il Pil tedesco nel 2019 crescerà, infatti, attorno all’1%, con il Governo di Angela Merkel costretto a tagliare frettolosamente le stime dal 2,3% all’1,8% per finire all’1%; un drastico calo rispetto all’1,5% del 2018 e al 2,2% del 2014, 2016 e 2017. Questo declino inaspettato è dovuto sia ad una diminuzione degli investimenti del Paese in infrastrutture, sia ad un calo delle esportazioni in nazioni come Stati Uniti, Cina, Inghilterra e Italia. In un mondo in cui le chiavi della produzione e dei ricavati è stato dato in mano quasi esclusivamente alla globalizzazione, lo scandalo dieselgate, l’emergere di nuove realtà, le vicende legate alla Brexit e l’impoverimento graduale italiano stanno facendo aprire gli occhi in primis al popolo tedesco su una situazione non più rosea, che ha già acceso parecchi campanelli d’allarme. Verso la fine del 2018 la Germania ha evitato solo con un colpo di coda la recessione, proprio perché i numeri adesso iniziano a non essere più dalla parte del panzer schiacciasassi europeo. Se a questo aggiungiamo una situazione bancaria ai limiti della follia con la Deutsche Bank, primo finanziatore di tutta l’industria manifatturiera del Paese, che per via dei derivati tossici è indebitata per 5 volte tutto il Pil europeo, si capisce che anche chi crediamo essere perfetto e in ordine ha dei problemi al suo interno che non può più nascondere e che presenteranno il conto molto presto. Tutto questo potrebbe mettere in seria difficoltà tutta la Nazione che ad oggi cerca di impartire agli altri Paesi membri la strada per essere virtuosi dando dei consigli vincolanti su come creare una macchina nazionale che funzioni.
Un esempio dei consigli tedeschi da valutare è proprio la Grecia. Guardando i numeri sviscerati di recente, sembra che dopo la forte crisi che ha colpito il Paese ellenico e grazie a l’intervento dei poteri forti europei con a capo la Germania, la Nazione sia in netta ripartenza, tanto da far attestare le sue previsioni di crescita attorno al 2,2%, uno dei dati migliori di tutto l’ecosistema Ue. Quello che però bisogna sottolineare è che anche questa volta i numeri non rispecchiano la realtà facendo scoppiare in un attimo la bolla di sapone. La crisi e le difficoltà del popolo greco sono tutt’altro che superate e mai come in questo momento è in atto una vera e propria emigrazione di massa che sta portando via dal Paese in primis giovani lavoratori e laureati, in seconda battuta famiglie intere che dopo aver perso tutto non riescono più a dare sostentamento ai propri figli vivendo ben al disotto della soglia di povertà. In teoria il peggio dovrebbe essere passato, dopo che il paese si è lasciato alle spalle otto anni di piani di salvataggio e rispettato i vincoli fissati da Bruxelles. La realtà dei fatti, quella che si respira per le strade di Atene, è meno rasserenante di quanto traspaia dalle congratulazioni di rito sui “conti a posto” e il nuovo feeling tra il premier Alexis Tsipras e la cancelliera tedesca Angela Merkel. In Grecia la quota di popolazione a rischio povertà nel 2017 era pari al 34,8% del totale e attualmente per arrivare a guadagnare 1000 euro lordi il più delle volte si è costretti a fare minimo due lavori.
I numeri G continuano a girare sulla ruota europea, ma come abbiamo visto senza un significato vero e senza un briciolo di realtà o raziocinio. L’austerity, la sottomissione economica e produttiva, i vincoli sovranazionali stanno completamente sgretolando un sogno chiamato Europa. Le nazioni dell’Est stanno insorgendo proprio contro questo andamento che non li rappresenta più e che mette in serio pericolo la loro sovranità nazionale che si riflette senza dubbio alcuno sull’intera popolazione. Le prossime elezioni europee mescoleranno un po’ le carte, ma invece che festeggiare finte vittorie o numeri percentuali, bisognerebbe riscrivere le linee guida di tutta l’Unione. Solo in questo modo si potrebbe affrontare al meglio il tema economico-finanziario puntando per la prima volta ad un obiettivo comune e cercando di recuperare una partita che vede quasi tutti sotto di tre gol con ancora pochi minuti da giocare.  

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