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Il lungo viaggio di Witold Pilecki nell’inferno di Auschwitz

Attraverso diari, testimonianze e documenti a lungo secretati, il giornalista inglese Jack Fairweather ha ricostruito una delle vicende più scioccanti della Seconda guerra mondiale


05/10/2020

di Giambattista Pepi


Chi era Witold Pilecki? Era un militare nonché membro della resistenza all’occupazione nazista della Polonia. È passato alla storia per avere compiuto un’impresa straordinaria: essersi offerto volontario per una missione ad altissimo rischio. Ovvero farsi catturare dalle SS, entrare nel famigerato lager nazista di Auschwitz e raccogliere quante più informazioni poteva su ciò che avveniva lì dentro. 
Ma una volta al suo interno, Pilecki capisce che quello non è un normale campo di prigionia. L’orrore della Soluzione finale (lo sterminio sistematico della popolazione ebraica decisa dal Terzo Reich nel 1941) lo spinge a tentare il tutto per tutto: evadere, raggiungere l’Europa dell’ovest e informare gli Alleati delle mostruosità che avvenivano in quel posto. 
Attraverso diari, testimonianze e documenti a lungo secretati, il giornalista inglese Jack Fairweather nel romanzo storico Volontario ad Auschwitz (Newton Compton, pagg. 416, euro 9,90, traduzione di Beatrice Messineo) ha ricostruito una delle vicende più scioccanti della Seconda guerra mondiale. La tragica fine della missione di Pilecki, infatti, non fu decisa ad Auschwitz, ma nelle stanze segrete di Londra e Washington… 
Nel settembre 1940, con il permesso dei suoi superiori, Pilecki si fece arrestare dalla Gestapo e fu internato nel campo di concentramento di Auschwitz per organizzarvi una rete di resistenza e inviare un rapporto sulla situazione nel campo. Vi rimase quasi mille giorni. 
Nella notte tra il 26 e il 27 aprile 1943 riuscì avventurosamente a evadere. In autunno trasmise a Londra un dettagliato rapporto su tutto quello che aveva visto (Raport W o Raport Teren S). Parlò del lavoro forzato, del vitto insufficiente, delle sadiche punizioni e della persecuzione degli ebrei, ma il governo britannico non si mosse. 
Nel 1944 Pilecki partecipò alla Rivolta di Varsavia. Alla fine della guerra, nel 1945, raggiunse in Italia il generale Wladislaw Anders che comandava il Corpo polacco, protagonista della liberazione nella penisola insieme con le armate britannica e statunitense. 
Fino agli anni Sessanta la sua storia non era nota. Un ex leader della resistenza polacca, Tadeusz Pelczynski, fede arrivare a Londra i rapporti che Witold aveva scritto in Italia e gli esiliati cercarono un editore disposto a pubblicarlo, ma non ci fu grande interesse. 
Dopo lo sgomento della pubblica opinione a seguito della liberazione dei detenuti nei campi di concentramento nazisti da parte delle truppe Alleate nel 1945, l’interesse per conoscere la verità sulle reali dimensioni dell’Olocausto e di come funzionasse e perché quella “macchina della morte” che fu Auschwitz diminuì. In quegli anni infatti la preoccupazione preminente era la ricostruzione dell’Europa distrutta dal conflitto bellico attraverso il Piano Marshall e l’inizio della Guerra fredda tra l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti d’America. 
Pelczinski tuttavia non si perse d’animo e insistette perché potesse essere fatta conoscere adeguatamente questa vicenda condividendo il rapporto di cui era in possesso con lo storico polacco e compagno d’esilio Josef Garlinski che diede alle stampe il libro Fighting Auschwitzin cui si attestò il ruolo fondamentale avuto da Pilecki nella creazione di una cellula di resistenza all’interno del famigerato campo di sterminio. 
Solo nel 1989, con il crollo dell’Unione Sovietica e la riapertura degli archivi di Stato a Varsavia, l’accademico Adam Cyra e il figlio di Witold Andrzey (ormai sessantenne) ottennero l’accesso alla borsa ventiquattrore di pelle che conteneva tutti i rapporti di Pilecki redatti dal 1943 al 1944, la biografia dei suoi primi anni di vita, le note aggiuntive, gli interrogatori e la chiave fondamentale per decrittare i riferimenti cifrati.  Fu così che Cyra pubblicò la prima biografia di Witold e l’opinione pubblica del suo Paese conobbe cosa aveva fatto e la Polonia gli tributò un riconoscimento postumo come eroe nazionale. 
Con questo volume, Fairwether (reporter di guerra in Iraq come inviato del Daily Telegraph e, poi, in Afghanistan per il Washington Post, peraltro insignito del prestigioso premio British Press Award) non solo fece conoscere la storia di questo eroe dimenticato perfino dal suo Paese d’origine, ma soprattutto aiutò a comprendere meglio il ruolo svolto da Auschwitz nell’Olocausto “e per essere stato il teatro dei più grandi orrori mai perpetrati dall’uomo”. 
La testimonianza di Witold, spiega l’autore, ha un valore che va oltre il significato metastorico dell’abominio dei nazisti contro il genere umano (ad essere sterminati non furono solo gli ebrei, ma anche altre persone, come i polacchi, i sinti, i rom, e altre minoranze etniche) ma “è necessario per capire come si sia arrivati alla creazione di un inferno simile, e ci obbliga a meditare su come rispondiamo noi stessi ai mali del nostro tempo”. 
La sua vicenda - osserva Fairweather- mostra il grande coraggio che è indispensabile per distinguere i nuovi mali dai vecchi, chiamare le ingiustizie con il proprio nome e trovare le risorse per farsi coinvolgere fino in fondo nelle battaglie altrui. Ma rivela anche i “limiti che l’empatia di Witold non è riuscita a superare”. Quali? Anzitutto il mancato riconoscimento che l’Olocausto fu l’atto che definiva e riassumeva la Seconda guerra mondiale, il fatto poi di non avere visto la sofferenza degli ebrei come simbolo della generale tragedia umana, e, ancora, non avere avuto la volontà di allontanarsi dalle sue radici polacche o dal dovere della lotta nazionale. 
“In alcuni punti, i rapporti stilati nel 1945 parlano con brutale franchezza della difficoltà che ha trovato a provare vera compassione verso lo sterminio di massa degli ebrei” dice nell’epilogo l’autore: “era troppo focalizzato sulla sopravvivenza della sua nazione, dei suoi uomini, di sé stesso”. L’ammissione di questi limiti, tuttavia, non intaccano il valore fondamentale della sua storia dal momento “che è stato proprio quel patriottismo a fornirgli lo spirito di sacrificio e la bussola morale che gli hanno permesso di non cedere mai durante la sua missione nel campo di concentramento”. 
Tutto questo è stato reso possibile dalla sua capacità di riporre fiducia nelle altre persone. “Nel campo di concentramento, dove lo scopo stesso delle SS era spezzare l’animo dei prigionieri e privarli dei loro valori, il concetto di fiducia aveva un potenziale rivoluzionario. Finché i prigionieri riuscivano a credere in un bene superiore, non erano del tutto sconfitti. E pur morendo, in modi terribili e dolorosi, l’hanno fatto con una dignità che il nazismo non è riuscito a intaccare. Anche per questo la storia e il messaggio di Witold sono importanti e meritano di essere fatti conoscere al grande pubblico”. 
Da un totalitarismo all’altro. Pilecki fu sempre il combattente per la libertà e l’indipendenza del proprio Paese, non ebbe mai paura di battersi, a qualsiasi costo. 
Dopo avere contribuito a liberare il suo Paese dal giogo nazista, non esitò a tornare in Polonia, sottoposta a un violento processo di sovietizzazione, con sistematici arresti, incarcerazioni, fucilazioni e deportazioni dei resistenti polacchi dei vari movimenti patriottici, e soprattutto degli aderenti all’Armia Krajowa (l’Armata nazionale, ovvero il principale movimento di resistenza polacco all’occupazione della Germania nazista) come volontario onde evitare lo smantellamento della resistenza che, già antinazista, era divenuta adesso anticomunista. 
Dopo essersi infiltrato nei servizi di sicurezza inviò diversi rapporti al governo legittimo. Quando le sue identità fittizie furono scoperte gli venne ordinato di tornare in Italia. Ma in Polonia aveva la moglie e i due figli Andrzej e Zofia: chiese e ottenne di poter rimanere. 
Venne arrestato poco dopo e giudicato in un processo-farsa, manipolato e dall’esito già scritto: la sentenza fu di condanna a morte. Fu giustiziato con un colpo alla nuca in una cella della prigione di Varsavia il 25 maggio 1948: il suo corpo fu sepolto in un luogo segreto. Ai familiari fu imposto di non ricordare il congiunto. Dal 1948 al 1989 le informazioni riguardanti l’attività di Witold Pilecki furono censurate. Dopo la caduta del muro di Berlino Pilecki venne riabilitato nel 1990. 
La “Risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019 sull’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa” chiede a tutti gli Stati membri di celebrare ogni 25 maggio la memoria di Pilecki, un eroe che si oppose a ogni tipo di totalitarismo.

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