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Il maggioritario inglese può garantire un vincitore sicuro ma in Italia nessuno lo vuole

Secondo il politologo Raffaele De Mucci la riforma elettorale dovrà contemperare l’esigenza della rappresentatività con quella della stabilità del Governo, fermi restando i vincoli costituzionali. Le urne non sono però vicine in quanto, oggi, nemmeno Salvini avrebbe la maggioranza assoluta


16/12/2019

di Giambattista Pepi


Raffaele De Mucci

La riforma della legge elettorale è un argomento ricorrente nel dibattito politico. Il sistema elettorale si può cambiare, ma anche se ciò avvenisse non si intravedono elezioni anticipate. Oltretutto, qualora lo si facesse, la riforma dovrebbe contemperare le esigenze della rappresentatività e della stabilità combinando insieme i princìpi della proporzionalità e del maggioritario, nonché tener conto delle condizioni e dei vincoli posti dalla Corte Costituzionale con la sentenza del 2014. 
Raffaele De Mucci (professore ordinario di Sociologia politica nel Dipartimento di Scienze politiche della Luiss incaricato di Politica comparata, oltre a essere notista politico del quotidiano Il Tempo e collaboratore delle testate giornalistiche della Rai) nell’intervista che ci ha concesso esclude che i leader politici, pur parlandone, vogliano davvero cambiare le regole per poter andare subito dopo al voto. “Non converrebbe a nessuno - osserva De Mucci -  nemmeno a Salvini: pur godendo di un ampio consenso anche nel caso, tutt’altro che scontato, in cui passasse la sua idea di sistema elettorale maggioritario in modo da avere subito un vincitore che sia sicuro di governare, non ci riuscirebbe perché non avrebbe abbastanza personale politico in grado di garantirgli il successo in tutti i collegi per arrivare al 50% più un voto”. 
Quanto alle ipotesi più ardite di cambiare forma di Governo o eleggere direttamente il presidente della Repubblica, il politologo le definisce “irrealistiche” e “minoritarie” in un Paese che ha conosciuto le aberrazioni del totalitarismo.

Sembra che i partiti abbiano voglia di rimettere mano al sistema elettorale. Tra il lusco e il brusco, alcuni protagonisti della scena politica, Renzi (Italia Viva), Salvini (Lega) e Zingaretti (Pd) ne stanno parlando. Sebbene non ci sia nulla sul tavolo, è ipotizzabile che i partiti pensino a fare una nuova legge elettorale per poi andare a elezioni? 
Premesso che la discussione sul sistema elettorale ha delle riprese periodiche, non è mai stato accantonato del tutto, credo che sia abbastanza improbabile che nelle condizioni attuali ci sia la volontà di andare alle urne perché non conviene a nessuno. Perfino Matteo Salvini, leader della Lega, che i sondaggi danno intorno al 30%, non ha alcuna certezza di poter raggiungere la maggioranza assoluta. Quindi è una situazione in movimento certamente, ma credo che non costituisca il preludio per nuove elezioni.

Abbiamo attualmente un sistema elettorale misto, ma, come peraltro i precedenti, non assicura che ci sia un partito che vinca le elezioni con il 50% più un voto, che abbia cioè la maggioranza assoluta. Finora pertanto abbiamo avuto solo Governi di coalizione. Niente da eccepire, per carità, ma considerata l’elevata dialettica all’interno di queste maggioranze, se ci fosse la possibilità di sapere chi vince e chi perde con maggiore nettezza, eviteremmo dei compromessi abbastanza imbarazzanti come sono stati i due Governi guidati Conte. 
Proveniamo da due Repubbliche (la Prima e la Seconda) nelle quali i sistemi di coalizione hanno sempre prevalso. Nel Dopoguerra erano di coalizione i Governi della Dc con le formule del tripartito, quadripartito o pentapartito, o quelli di Centro-sinistra, negli anni Ottanta, fino alle elezioni del 1993 che si svolsero con il sistema elettorale definito Mattarellum. Ora noi abbiamo convissuto con un sistema che si può definire di consociativismo. E il consociativismo è la tendenza e la necessità dei partiti di cercare e trovare condizioni di governo per poter esprimere un esecutivo stabile per il Paese. Non è certo una novità il fatto di trovarci al cospetto di ipotesi di coalizione. Tuttavia è da un po’ di tempo, dopo l’esperienza del berlusconismo e della legge elettorale Mattarellum che prevedeva che due terzi dei seggi dovesse essere assegnato con il sistema maggioritario e un terzo con il proporzionale, che se ne parla. Fino ad allora vigeva un sistema elettorale proporzionale che richiedeva per necessità una coalizione di governo.

Nel 2014 è intervenuta la Corte costituzionale a fissare “paletti” rigidi al legislatore che intendesse riformare la legge elettorale. 
È così. La pronuncia della Corte costituzionale è vincolante: all’interno del sistema elettorale ha rintracciato degli elementi di illogicità manifesta e di incoerenza nelle clausole del voto di lista e del premio di maggioranza. Elementi in altre parole che erano contraddittori con il principio della proporzionalità cui anche la legge tendeva. Oggi se il legislatore volesse fare una nuova legge elettorale, lo potrebbe fare ma a patto di rispettare le condizioni ei vincoli posti dalla Consulta con la sentenza di cui ho detto. Poi mi piace ricordare che il sistema elettorale deve adempiere due finalità teoriche: una è quella della rappresentanza che è garantita dal principio della proporzionalità, l’altra è quella della stabilità ed efficienza del governo che potrebbe essere garantita dal principio maggioritario. Naturalmente nelle esperienze storiche si cerca di contemperare queste esigenze. Anche in Italia si dovrà per forza di cose trovare un punto di incontro tra queste due esigenze: dare rappresentanza alla volontà popolare e ad un tempo assicurare la governabilità del Paese.

Riuscire a fare una riforma elettorale largamente condivisa è molto difficile, perché i partiti politici che hanno molti voti e molti seggi cercherebbero di farla in modo da continuare a premiare le loro formazioni, e quindi esaltando il maggioritario, mentre i partiti più piccoli, avendo molti meno voti, vi si opporrebbero, preferendo il principio della proporzionalità che dà loro più garanzie di essere presenti in Parlamento. 
Sì, evidentemente, i partiti più forti possono influire di più. Ad esempio sia la Lega, sia Italia Viva insistono nel voler proporre una riforma elettorale che sancisca con certezza assoluta e inoppugnabile chi sia il vincitore. Ora un sistema elettorale che faccia conoscere il giorno stesso dello spoglio il vincitore reale è solo il maggioritario a turno unico, come quello vigente nel Regno Unito, che come si è visto il 12 dicembre, ha sancito la vittoria larga del Partito Conservatore del Primo Ministro Boris Johnson. 
Ora questo sistema in Italia, specie dopo l’intervento della Corte costituzionale, non è proponibile, perché per avere un maggioritario puro, occorre che un partito come la Lega, oggi quello che gode di sondaggi favorevoli, dovrebbe vincere nella maggior parte dei collegi per avere poi la maggioranza necessaria a governare. Ma Salvini con la nuova Lega ha oggi lo stesso problema che aveva Berlusconi nel 1994: disporre di candidature elettorali appetibili e di una classe politica addestrata e sufficiente per potere assicurare la vittoria nella maggioranza dei collegi. In assenza di questa condizione, all’interno di un sistema di tipo “Westminster” il 30% serve a poco. 
Le cose non andrebbero meglio se ipotizziamo un maggioritario a doppio turno (di stile francese), che innesca al secondo turno dinamiche centripete nell’elettorato, spingendolo a orientarsi sulle scelte più moderate, e soprattutto a dover dichiarare prima del voto le alleanze possibili di governo. Mentre il M5S ha sempre escluso questa possibilità, La Lega e il suo leader non sembrano ancora aver regolato i conti con i possibili alleati di Centrodestra e vogliono le “mani libere” nei loro confronti. La cosa certa è che il 30% in un sistema elettorale di tipo maggioritario inglese o francese a doppio turno per Salvini sarebbe un’ipotesi da scartare.

Secondo lei, da un punto di vista teorico, quale sistema politico attualmente vigente si adatterebbe meglio al nostro Paese 
Un sistema elettorale di tipo proporzionale con l’inserimento di clausole maggioritarie piuttosto penetranti senza tuttavia eccedere. Questo sarebbe possibile mettendo dei meccanismi che si definiscono dis-rappresentativi, che portano cioè alla sovra rappresentazione o alla sotto rappresentazione di un partito: in entrata con clausole di sbarramento che si possono alzare ancora. A questo proposito il partito Liberi e Uguali di Grasso chiede che essa non superi il 3%, mentre i partiti più grandi sono orientati per una percentuale anche superiore all’attuale 5%, che è presente in numerosi sistemi elettorali di altri paesi. 
Continuando nel mio ragionamento sul sistema politico più confacente al Paese, occorrerebbe prevedere una clausola limitative anche in uscita: ad esempio un premio di maggioranza alla coalizione vincente purché non esorbiti la cifra. Una clausola di sbarramento che superasse il 5% come nel Porcellum, venne bocciata dalla Corte Costituzionale proprio per la asimmetria tra l’attribuzione del premio rispetto ai voti riscossi dalla maggioranza e, quindi, nel caso venisse riproposta, andrebbe verosimilmente incontro ad una nuova bocciatura da parte della Consulta.

Dal punto di vista teorico sarebbe l’ideale, se si potesse fare, ma poi bisogna sempre fare i conti con le volontà dei partiti e con i numeri.  
È difficile che i sistemi elettorali possano mutare ad esempio la frammentazione dei partiti, o del voto, che è stato uno dei problemi più gravi almeno fino al decennio scorso. Possono e devono invece essere assistiti da profondi mutamenti in senso positivo della cultura politica del Paese e per fare questo ci vuole un po’ di tempo. Non sappiamo quanto.

Nel dibattito più volte ci sono state richieste di mutazione della forma del Governo: da parlamentare qual è stato e qual è a presidenziale. Ma di partito unico e di un uomo solo al comando gli italiani non ne vogliono sentir parlare, così come della elezione diretta del Capo del Governo e nemmeno di Repubblica presidenziale alla francese, per intenderci. Cosa ne pensa? 
Come cittadino lo escluderei a priori perché la prospettiva mi mette paura. Il Paese ha conosciuto le aberrazioni del totalitarismo e non credo proprio, eccetto una sparuta minoranza, abbia nostalgia dell’uomo della provvidenza. Mi affiderei piuttosto anche in questo caso alle previsioni dell’Assemblea costituente che nel concepire la Costituzione della Repubblica volle, giustamente, dopo la parentesi del ventennio fascista e proprio per quello che aveva rappresentato negativamente quel regime dittatoriale, una forma di governo di tipo parlamentare, mettendo dunque al centro del nostro sistema politico il Parlamento che rispecchia (o dovrebbe rispecchiare) la sovranità del popolo. Io non ci rinuncerei. 
Quanto alle elezioni del presidente della Repubblica si porrebbero dei problemi non da poco per il mutamento del regime politico. Perché una Repubblica parlamentare non diventa Presidenziale su due piedi. È obiettivamente difficile in generale, da noi poi sarebbe da escludere. La verità è un’altra.

Quale? 
La parte sana del Paese ha in mente non un mutamento della forma di Governo, che resta quella parlamentare, quanto di rendere più stabile ed efficiente l’azione del Governo e del Parlamento. Cosa questa che non è detto venga garantita dalla legge elettorale.

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