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Il neoliberismo e i suoi frutti: un indirizzo di pensiero economico che si è sviluppato nel tempo fra luci e ombre

Giulio Moini ci parla dell’ideologia del capitalismo contemporaneo e delle sue relazioni con i temi della disuguaglianza e dei populismi


02/11/2020

di Tancredi Re


Il neoliberismo è un indirizzo di pensiero economico che, in nome delle riconfermate premesse dell’economia classica, denuncia le sostanziali violazioni della concorrenza perpetrate da concentrazioni monopolistiche all’ombra del laissez-faire e chiede pertanto misure statali per riaffermare l’effettiva libertà di mercato e a garantire contestualmente il rispetto delle libertà politiche. 
Giulio Moini, nel saggio Neoliberismo (Mondadori, pagg. 185, euro 14,00) ce ne aiuta a comprendere la lunga stagione, ma anche a capire se le diseguaglianze, i populismi, gli egoismi, le crisi della solidarietà sociale, l’abbandono del settore pubblico, il primato della finanza contemporanei siano state causate da esso. 
Nella prima parte del libro, l’autore (insegna sociologia politica e sociologia dell’azione pubblica al dipartimento di scienze economiche e sociali dell’Università La Sapienza di Roma. Tra i suoi lavori più recenti segnaliamo Neoliberismas the connective tissue of contemporary capitalism in Società Mutamento Politica) analizza le origini del pensiero neoliberista facendone risaltare specificità e potenziali contraddizioni teoriche, unitamente alle prime e più rilevanti esperienze storiche di neoliberismo effettivamente realizzate: Cile, Stati uniti, Regno Unito. 
Nella seconda parte si definisce invece il neoliberismo come “tessuto connettivo” del capitalismo contemporaneo e si analizzano le sue relazioni con i temi delle disuguaglianze e degli odierni populismi. 
È appena il caso di ricordare che il primo a coniare il termine neoliberismo fu il sociologo ed economista tedesco Alexander Rüstow, che cercò di teorizzare una nuova forma di liberismo leggermente distaccata da quello classico, maggiormente attenta al sociale e non completamente contraria ad un controllo dell’evoluzione dei mercati da parte dello Stato. Rüstow successivamente portò queste sue idee all’interno dei circoli di intellettuali, da lui frequentati in Germania, sotto il nome di neoliberismo. 
Nel 1938 il filosofo francese Louis Rougier organizzò a Parigi un colloquio basato sulle idee del giornalista Walter Lippmann contrario ad ogni forma di collettivismo. Al colloquio presero parte anche Wilhelm Ropke, Friedrich von Hayek, Ludwig von Mises, Michael Polanyi, Raymond Aron, Robert Marjolin, Jacques Rueff e lo stesso Alexander Rüstow. 
L’incontro servì a definire una nuova visione di liberismo economico al quale in quel periodo, nell’opinione comune, si imputava la Grande Depressione del 1929. Fu attraverso questo incontro che si ebbe un primo vero utilizzo della parola neoliberismo quale identificazione di una ideologia economica che intendeva proporsi come terza via tra il “lasciar fare” al mercato e alla libera iniziativa economica privata, da una parte, e la pianificazione economica collettivista, dall’altra, espressione dei regimi autoritari comunisti. 
Oggi, invece, si considera il neoliberismo come nettamente opposto al concetto di economia keynesiana in cui vi è correzione da parte statale del sistema economico con opportune misure di politica industriale a sostegno dell’interesse pubblico e ad altre forme di economia mista fino al caso limite di economica pianificata. 
A partire dagli anni 2000si è assistito ad un aumento dell’uso del termine neoliberismo, soprattutto da parte dei critici del libero mercato edel liberismo in genere, similmente a quanto accaduto nell’America Latina e in Cile durante la dittatura di Augusto Pinochet. Difatti ancora oggi non esiste una definizione inequivoca e condivisa di neoliberismo, il quale rimane un concetto spesso confuso, utilizzato nel linguaggio accusatorio. Tanto meno vi sono economisti, politici o pensatori che si autodefiniscono neoliberisti. 
Alcuni dei detrattori dell’ideologia neoliberista le addebitano il fatto di essere una sorta di estremizzazione del liberismo economico, tendendo all’annullamento totale dello Stato in favore del libero mercato e dell’imprenditorialità privata. Da questo punto di vista il neoliberismo sembrerebbe avvicinarsi ai significati di anarco-capitalismo, libertarianismo o anche di minianarchismo, inglobando quindi anche le differenze presenti tra queste varie correnti filosofiche. 
Altri identificano il neoliberismo non tanto con la concezione del venir meno dello Stato a beneficio del mercato, quanto piuttosto con il processo di impadronimento e controllo dello stesso Stato e dei suoi organi-chiave da parte di lobby, multinazionali e gruppi finanziari (una sorta di svuotamento dall’interno dello Stato, attuato ad esempio tramite la privatizzazione dei profitti e il mantenimento di costi e perdite a carico della casse pubbliche). 
Diversi economisti vedono la Grande recessione del XXI secolo come un effetto del fallimento proprio delle politiche neoliberiste. La stessa globalizzazione con i suoi aspetti positivi e negativi del XXI secolo è vista come un effetto delle politiche neoliberiste. Ma la discussione e il confronto a questo proposito, come si evince dal volume, sono più vivi che mai.

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