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Il nuovo Governo Conte ha giurato e ora il Paese lo attende alla prova dei fatti

In buona sostanza, dopo il via libera del Parlamento, dovrà dimostrare che questa sofferta compagine può regalarci - come promesso - stabilità e benessere. Nel frattempo la nuova squadra dei ministri sta scaldando i motori, mentre sarà Paolo Gentiloni a rappresentare l’Italia a Bruxelles    


02/09/2019

di Giambattista Pepi


Il Governo Conte ha giurato al Quirinale, nelle mani del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: è dunque entrato nella pienezza dei poteri. Al termine del giuramento, Mattarella e Conte hanno lasciato il tavolo e hanno raggiunto i ministri, per la foto di rito. Conte ha giurato per primo e ha firmato con la propria penna, che ha estratto dal taschino della giacca, e non utilizzando quella a disposizione sul tavolo. 
Il primo ministro a giurare è stato il responsabile per i Rapporti con il Parlamento, Federico D'Incà, mentre Alfonso Bonafede, confermato titolare della Giustizia, ha giurato con la mano sul cuore. Dopo la riunione del primo Consiglio dei ministri, lunedì alla Camera è previsto il voto per ottenere la fiducia, seguito il giorno successivo da quello del Senato. Intanto il Governo ha indicato alla Commissione europea che sarà Gentiloni il commissario per l’Italia. 
Una squadra di 21 ministri affiancherà il presidente del Consiglio nel Governo M5S-Pd. Al Movimento 5 stelle vanno 10 ministri, al Partito democratico 9, a Liberi e uguali uno. Sono sette le donne, dunque un terzo sul totale: tra queste il solo profilo tecnico del governo è Luciana Lamorgese, che va al Viminale. 
Questi i nuovi ministri: Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio è Riccardo Fraccaro; Ministro dell’Interno Luciana Lamorgese; Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede; Ministro alla Difesa Lorenzo Guerini; Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri; Ministro per gli Affari Esteri Luigi Di Maio; Ministro per lo Sviluppo economico Stefano Patuanelli; Ministro per l’Agricoltura Teresa Bellanova; Ministro per l’Ambiente Sergio Costa; Ministro per gli Affari Regionali Francesco Boccia; Ministro per le Infrastrutture e i Trasporti Paola De Micheli; Ministro per il Sud Giuseppe Provenzano; Ministro per l’Innovazione tecnologica Paola Pisano; Ministro per la Pubblica Amministrazione Fabiana Dadone; Ministro per le Pari Opportunità Elena Bonetti; Ministro per i Rapporti con il Parlamento Vincenzo D’Incà; Ministro per gli Affari Europei Enzo Amendola; Ministro per il Lavoro Nunzia Catalfo; Ministro per l’Istruzione Lorenzo Fioramonti; Ministro per le Attività Culturali con delega al Turismo Dario Franceschini; Ministro per  la Salute Roberto Speranza; Ministro per i giovani e lo Sport Vincenzo Spadafora.
Ma veniamo al dunque. Ogni partito politico o coalizione ha bisogno di 316 deputati e 161 senatori per formare un governo. Se M5S e Pd mettessero da parte le loro differenze e tentassero – come stanno facendo –di mettersi insieme, avrebbero complessivamente 327 deputati e 158 senatori, ipotizzando che tutti i loro leader eletti agiscano all’unanimità. 
I rappresentanti eletti del Pd, però, sono divisi in gruppi: la parte preponderante è vicina aRenzi, altri fanno riferimento a Orlando, Martina, Franceschini e Zingaretti. 
Se il primo gruppo votasse a favore della creazione di un governo, il M5S accettasse di parteciparvi e riuscissero persino a trovare il sostegno delle regioni autonome locali, si avrebbe una grande coalizione con 322 parlamentari alla Camera e 166 al Senato. Questi “numeri” sarebbe sufficienti per arrivare all’obiettivo ed evitare le elezioni. 
La domanda chiave è se questo governo avrebbe a portata di mano un obiettivo specifico (e quindi un definito orizzonte temporale). 
Qualunque sia lo sbocco, questa crisi politica ha confermato, se ancora ce ne fosse bisogno, una verità amara, difficilmente controvertibile: l’Italia è una Nazione ingovernabile. 
Bisogna riconoscere che aveva ragione il patriota Massimo D’Azeglio che, all’indomani della nascita del Regno d’Italia proclamato dal Parlamento il 17 marzo 1861 con capitale Torino, disse: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”. Eravamo e siamo ancora oggi così diversi tra noi per cultura, storia, lingue, tradizioni, modi di vivere, interessi e aspirazioni, che risulta ardua l’opera di chiunque aspiri o provi a governarci. 
Non occorre certamente ripercorrere qui la nostra storiadal 1948, cioè dalle prime elezioni politiche libere dopo la caduta del fascismo e la fine della Seconda guerra mondiale ad oggi, per trovarne conferma. Basterebbe scorrere gli annali delle statistichesulle elezioni politiche per sapere che la vita media dei Governi repubblicani è di 14 mesi. E tutti, chi più, chi meno, hanno avuto una vita travagliata. Un po’ com’è avvenuto per quello giallo-verde durato quattordici mesi. 
Presi singolarmente, naturalmente, ce ne sono stati di più duraturi: si pensi, ad esempio, a quelli guidati dai democristiani Giulio Andreotti, Alcide De Gasperi, Aldo Moro, Amintore Fanfani e del socialista Bettino Craxi: restarono in carica dai due ai quattro anni. Nella Seconda Repubblica post Tangentopoli, si distinsero per durata quelli del cattolico di sinistra Romano Prodi e del democratico di sinistra, Matteo Renzi, ma la vita degli Esecutivi tricolore è la più bassa non soltanto se comparata con quella degli altri Stati europei, ma in assoluto nel mondo. 
Il premier più longevo è stato Silvio Berlusconi, che resta, a dispetto dell’età, ancora sulla breccia: quattro volte Presidente del Consiglio dei ministri nella XII, XIV e XVI legislatura. Nell’arco di 17 anni è stato a Palazzo Chigi per nove anni non continuativi naturalmente. 
Meglio di lui, ma quando l’Italia era una monarchia, hanno fatto Giovanni Giolitti e Benito Mussolini. Ma, attenzione: pur potendo contare su ampie maggioranze, tre dei quattro Esecutivi presieduti da Berlusconi sono naufragati a causa dell’entrata in crisi della coalizione. Proprio com’è avvenuto nel caso di Conte che poteva contare su una maggioranza numericamente consistente, ancorché non omogenea. 
Pur sapendo che il voto è l’esercizio della sovranità popolare su cui è stata fondata la Repubblica italiana siamo sicuri che sarebbe la soluzione più opportuna e realistica con l’attuale legge elettorale? Siamo certi che non si riproporrebbe una situazione come quella del marzo 2018, quando ci vollero tre mesi e mezzo per varare una maggioranza e un Governo che, dopo appena 14 mesi, ha gettato la spugna? E anche in passato non mancano certo precedenti su cui riflettere. 
Nel 1994, Berlusconi con Forza Italia, Udc-Cdu, Lega Nord ed altri partiti minori vinsero le elezioni e disponevano di un’amplissima maggioranza in Parlamento: governarono insieme dal 10 maggio 1994 al 17 gennaio 1995, nove mesi appena, prima che Umberto Bossi, leader della Lega, lo sfiduciasse. O quando il Governo di Romano Prodi (Ulivo), nato il 18 maggio 1996 cadde il 21 ottobre 1998, cioè poco più di 26 mesi dopo la sua costituzione per un voto di fiducia non ottenuto alla Camera dei deputati per un solo deputato in seguito al ritiro dell’appoggio di una parte del gruppo di Rifondazione Comunista. E potremmo continuare per un pezzo.  
Resta sullo sfondo un grande problema: si chiama stabilità. Le riforme elettorali andate in porto non sono mai riuscite ad affrontare e risolvere questo problema. Che si appalesa periodicamente. Rivelando l’inefficacia e, dunque, l’inefficienza, del nostro sistema politico e, in definitiva, l’incapacità manifesta di sapersi riformare. 
La Costituzione repubblicana sarà pure – Roberto Benigni docet – la più bella del mondo, ma la forma di governo (parlamentare) e il nostro sistema elettorale (il Rosatellum è la legge proporzionale con la quale abbiamo votato il 4 marzo 2018, ma non è che quelle precedenti avessero fatto molto meglio) lasciano alquanto a desiderare visto che non si riesce mai ad avere una maggioranza coesa e numericamente consistente da poter assicurare che il Governo duri per un’intera legislatura. 
Il nostro sistema non è comparabile a quelli che garantiscono il bipartitismo perfetto: il partito che vince governa, quello che perde fa opposizione. Ciascun partito ha un ruolo che gli viene assegnato prima, non dopo le elezioni. E tra governo e opposizione c’è il rispetto dei ruoli e la reciproca legittimazione. Da qui la richiesta del Pd di inserire il taglio dei parlamentari, priorità del M5S, all’interno di una riforma complessiva che punti al bipartitismo. 
Un problema – quello della stabilità e durata dei governi - che si dovrebbe affrontare avviando già in questa legislatura una stagione di riforme istituzionali che ridisegnino la forma di governo (da parlamentare a presidenziale) e il sistema elettorale (maggioritario corretto da una bassa soglia di sbarramento) che deve coniugare la rappresentatività con la stabilità delle maggioranze in Parlamento.

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