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Il nuovo potere del denaro e della tecnologia secondo Oreste Aime

Il filosofo individua nella finanza e nella tecnica e, in particolare, nel loro intreccio, i moderni centri del potere: l’una e l’altra condividono la tensione alla crescita senza confini


12/11/2018

di Tancredi Re


Dov’è il potere? Nel denaro, nelle armi, o nella scienza? In un volume agile e originale dal titolo I camaleonti (Marietti 1820, pagg. 120, euro 10,00), il filosofo Oreste Aime esprime l’idea che il potere vada cercato nella finanza e nella tecnica e, in particolare, nel loro intreccio. Sia l’una che l’altra, infatti, condividono la tensione alla crescita senza limiti perché il denaro vuole moltiplicarsi e la tecnica espandere la sua potenza. 
Aime insegna filosofia teoretica, filosofia della religione e filosofia morale alla Facoltà teologica di Torino. Tra le sue pubblicazioni recenti: Senso e essere. La filosofia riflessiva di Paul Ricoeur (Cittadella 2007); Per chi suona la campana? Il mistero della morte (Utet Università 2008); Il circolo e la dissonanza. Filosofia e religione nel Novecento, e oltre (Effatà 2010); Il curato di don Chisciotte. Teologia e romanzo (Cittadella 2012). 
Economia Italiana.it lo ha intervistato.

Dove si trova oggi il potere? 
Prima di questa domanda ce n’è un’altra, ben più impegnativa: che cos’è il potere? Qual è la sua origine? Qual è la sua estensione? Ci si può domandare dov’è il potere, senza indagare su che cosa sia; è quanto avviene nella cronaca quotidiana e in certi livelli della teoria politica ed economica. Di fatto, cercheremo solo dove ci conduce una qualche definizione o descrizione del potere. Sono dunque necessari, credo, due indagini previe: una chiarificazione dei termini (potere, potenza, autorità…) e una ripresa delle tesi proposte dalla storia e, in particolare, dal Novecento. Una linea di tendenza particolarmente importante, in particolare Michel Foucault (è stato un filosofo, sociologo, storico della filosofia francese - ndr) ha cercato di svincolare la definizione di potere dalla classica lettura politica.  

Ha ancora senso cercarlo negli spazi della politica, della vita militare e del mondo imprenditoriale, cioè negli ambiti con i quali è stato tradizionalmente identificato? 
Fino a qualche tempo fa questi spazi (politica, esercito, impresa) rappresentavano i luoghi più importanti del potere (anche se una lettura genealogica come quella di Foucault limita fortemente questa visione). Di fatto re o primi ministri, generali, capitani d’industria concentravano, nella convinzione dei più, il potere. Oggi questo potere sussiste ancora e non è poco, ma l’asse sembra essersi spostato altrove.

Lei esprime l’idea che il potere vada cercato nella finanza e nella tecnica e, in particolare, nel loro intreccio. Perché? 
La finanza ha preso il sopravvento sull’economia, che in questi ultimi decenni, aveva già assunto un ruolo guida. L’ha potuto fare perché la recente rivoluzione informatica l’ha dotata di strumenti che la rendono molto veloce e soprattutto le permettono di non essere più controllata entro i tradizionali confini nazionali. Si è così creato quel nuovo “blocco” che qualcuno chiama tecnocapitalismo (che adotta anche ritualità religiose). La tecnica, però, è anche altro e assorbe in se la stessa impresa scientifica. Qualcuno propone di parlarne in termini di sistema e sistema totalizzante. Mi pare che in questa congiunzione ci sia un rafforzamento reciproco, fuori controllo: la crescita senza limiti che sia la finanza (capitalismo), sia la tecnica hanno come modello e propulsione.

Eppure nel passato la finanza era fondamentale per sostenere il potere di re, imperatori, dittatori. Si pensi alle guerre di espansione dell’antica Roma finanziate attraverso i tributi imposti al popolo, oppure alle guerre di Napoleone Bonaparte, o alla politica della famiglia Medici il cui potere (e la prosperità di Firenze) derivava dall’attività di banchieri, più che di mercanti. 
Il potere del denaro si impone rapidamente fin dalla sua invenzione e orienta spesso le vicende storiche. I pubblicani nell’impero romano, i banchieri negli inizi dell’epoca moderna, le banche durante la rivoluzione industriale hanno svolto un ruolo importante ma in qualche modo subordinato al potere politico del momento. Oggi assistiamo a qualcosa di nuovo. L’economia finanziaria si è resa autonoma e spesso condiziona il potere politico, rovesciando i ruoli di un tempo.

Oggi la finanza è molto evoluta, è sofisticata e ora ha “sposato” la tecnologia diventando fintech, ma è sempre il denaro a sedurre e a costituire la base del potere. 
Come già detto, la finanza è diventata quello che oggi è grazie alle nuove tecniche di comunicazione, in una sorta di osmosi o di ibrido tentacolare. Il denaro - il capitale - vi svolge un ruolo al tempo stesso antico ma anche nuovo. Se si domanda che cosa sia il denaro, è difficile trovare una risposta non solo univoca, ma anche soddisfacente. Nulla di più rarefatto ma anche di potente quanto ciò che il denaro non più ancorato alle riserve auree è diventato oggi.

Che cosa del potere concepito nel mondo classico è transitato nel mondo contemporaneo prescindendo dal ruolo della finanza e da quello della scienza e della tecnica? 
Bisognerebbe poter analizzare che cosa significano potere, potenza e autorità e la loro presenza e distribuzione nel mondo contemporaneo. L’evoluzione in senso democratico - ma anche la sua attuale crisi - ha modificato l’ambito politico. Secondo alcuni il potere è molto meno concentrato e più diffuso di un tempo. Tutto ciò che godeva di autorità, sembra averlo perduto, come già notava Hannah Arendt (filosofa e scrittrice tedesca naturalizzata statunitense - ndr). Nuovi poteri sono sorti, spesso senza controllo. La scena com’è di solito rappresentata nella cronaca sembra ancora quella di un tempo, la realtà è molto più mobile e, forse, incapace di controllare le cosiddette “crisi invisibili”: la crisi digitale e quella ecologica.

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