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Il nuovo vocabolario Devoto-Oli? Frutto di un lavoro certosino quanto prezioso

Luca Serianni e Maurizio Trifone: “Non abbiamo inseguito gli occasionalismi, ma fotografato la realtà della lingua italiana di oggi. Ma siamo stati parchi nell’inserire neologismi e anglicismi”


09/11/2020

di Giambattista Pepi


Luca Serianni e Maurizio Trifone

“Non abbiamo inseguito gli occasionalismi, le parole create dalla televisione, dai giornali e dai mezzi di comunicazione ufficiale, ma fotografato la realtà della lingua italiana di oggi perché il compito del lessicografo è rendere conto dei cambiamenti che intervengono nella lingua in seguito ai grandi avvenimenti sociali”. Luca Serianni e Maurizio Trifone, i filologi che hanno curato la nuova edizione Dizionario della lingua italiana Devoto-Oli2 (Le Monnier, pagg. 2559, euro 69,00) nell’intervista concessa a Economiaitaliana.it, hanno parlato del lavoro di ricerca profonda e di confronto serrato con gli specialisti e la redazione che stanno alla base dell’aggiornamento del dizionario, uscito in questi giorni e forte di 75 mila voci, 250mila definizioni e 45mila locuzioni. “Il dizionario - assicurano i due linguisti - è un osservatorio privilegiato da cui guardare l’evoluzione della lingua e da cui analizzare il rapporto tra lingua e società”.

In cos’è consistito il lavoro di ricerca? Sulla base di quali criteri avete operato le scelte? 
Maurizio Trifone. Nel decidere quali parole inserire nel dizionario, abbiamo seguito due linee di condotta, che possono sembrare antitetiche. Da un lato, non abbiamo inseguito i cosiddetti occasionalismi, cioè non abbiamo registrato quelle creazioni occasionali diffuse dalla televisione, dai giornali e dagli altri mezzi di comunicazione di massa e, talvolta, divulgate dagli organi istituzionali. Creazioni - è appena il caso di ricordarlo - che sono alimentate dalla cronaca contingente e che sono spesso destinate a un rapido declino o a un precoce invecchiamento. Dall’altro lato, abbiamo cercato di fotografare la realtà della lingua dei nostri giorni perché il compito del lessicografo è spiegare le nuove parole, i nuovi significati, i nuovi usi linguistici e quindi rendere conto dei cambiamenti che intervengono nella lingua in seguito ai grandi avvenimenti sociali: la vita di una società si riflette nelle parole che tutti quanti noi usiamo e il dizionario è un osservatorio privilegiato da cui guardare l’evoluzione della lingua e da cui analizzare il rapporto tra lingua e società. 
Certo non sempre è facile decidere se una parola sia un occasionalismo o sia destinata a durare nel tempo e a entrare stabilmente nel lessico della lingua, soprattutto quando gli avvenimenti che determinano la nascita di nuove parole o di nuovi significati sono recentissimi, come nel caso della pandemia da Covid-19. In alcuni casi abbiamo messo la parola sotto osservazione, potremmo dire che l’abbiamo messa in “quarantena”, per valutarne gli sviluppi futuri e poter così decidere con piena cognizione di causa se inserirla o no nel dizionario.

Ci fa un esempio? 
Non abbiamo per il momento registrato l’espressione Paesi frugali, che traduce l’inglese frugal countries e che è stata usata per indicare quei Paesi come l’Austria, la Danimarca, la Svezia, i Paesi Bassi (cui poi si sono aggiunti la Finlandia e le Repubbliche baltiche: Lituania, Lettonia ed Estonia - ndr) che sono accomunati da un atteggiamento di rigore finanziario e che avrebbero voluto se non “tagliare” almeno ridurre i fondi previsti dall’Unione Europea per la ripresa economica degli Stati membri colpiti dalla crisi sanitaria attraverso il Recovery and Resilience Facility del programma Next Generation Eu
L’aggettivo frugale è una voce dotta, attestata in italiano fin dal XIV secolo, ripresa dal latino frugale(m), che deriva dall’aggettivo indeclinabile frugi “sobrio”, a sua volta tratto dal sostantivo frux frugis “frutto, prodotto della terra”: una persona frugale è propriamente una persona che vive accontentandosi dei frutti della terra. 
L’aggettivo frugale può riferirsi a una persona sobria, moderata, misurata, parca, specialmente nel mangiare e nel bere (un uomo frugale) oppure ad abitudini di vita o a pasti semplici, modesti, poveri, francescani (una cena frugale). In inglese frugal, nell’espressione frugal countries, ha invece un altro significato, vuol dire “economo, parsimonioso, attento alle spese”. Solo il tempo ci dirà se questo nuovo significato entrerà stabilmente nella lingua italiana o se, invece, rimarrà un occasionalismo, un falso amico, dovuto a una frettolosa e superficiale traduzione dall’inglese.


C’è stato un confronto interno tra linguisti e specialisti delle varie discipline coinvolte nella stesura del dizionario? 
La capacità di lavorare insieme con gli altri è una delle qualità essenziali richieste a un lessicografo. Un dizionario non nasce dall’opera di un singolo, ma comporta un lavoro di squadra molto articolato. In questi 20 anni in cui Serianni e io ci siamo dedicati alla riscrittura, alla revisione e all’aggiornamento delle voci, il rapporto di collaborazione con gli specialisti dei vari settori (medicina, diritto, economia, ecc.) e con l’intera redazione del Devoto-Oli è stato fondamentale per migliorare continuamente il vocabolario e tenerlo costantemente aggiornato. In ogni edizione non ci siamo limitati a inserire nuove parole, ma abbiamo riscritto e rivisto migliaia e migliaia di voci sia per adeguare la lingua, sia per aggiornare gli esempi. 
Sbaglia perciò chi pensa che l’uscita ogni anno di una nuova edizione sia dovuta all’unico scopo commerciale di rincorrere i neologismi dell’ultima ora. Faccio due esempi banali. Le piante aromatiche erano definite come “piante capaci di elaborare sostanze di grato odore”; oggi “grato odore” è diventato il più semplice “odore gradevole”. Oppure al lemma capriccioso si dava come esempio una signorina capricciosa, in cui si accreditava lo stereotipo di accostare a una donna il fatto di fare i capricci e si usava la parola signorina, che oggi è caduta in disuso perché sentita come discriminatoria; questo esempio è stato eliminato e sostituito con il più neutro un bambino capriccioso.

Perché avete deciso di adeguare il vocabolario badando alla contemporaneità del linguaggio? 
In realtà il vocabolario non bada soltanto alla contemporaneità del linguaggio, ma prende in esame la lingua nella sua interezza. Ovviamente l’attenzione dei media si concentra sui neologismi, ma il dizionario fornisce un quadro generale di tutti gli strati della lingua. Nel dizionario troviamo le parole arcaiche e letterarie, presenti nelle opere di larga fruizione scolastica (calle ‘cammino, via’, pelago ‘mare’, piaggia ‘pendio’, aere ‘aria’  etc.), le parole non comuni o disusate (accipigliarsi ‘accigliarsi’, toeletta ‘bagno’ etc.), le parole regionali e dialettali (il settentrionale ghisa per ‘vigile urbano’, il meridionale cazziatone per ‘rimprovero molto duro’ etc.), le parole gergali (da paura, nel linguaggio giovanile, per ‘eccezionale, fantastico’), le parole colloquiali e popolari (grattarsi la pancia per ‘oziare’, intripparsi per ‘riempirsi di cibo, rimpinzarsi’ etc.), i termini tecnico-specialistici dei vari campi settoriali (biologia, botanica, zoologia…) e così via. 
Per ogni parola o espressione il dizionario fornisce informazioni sull’ambito d’uso attraverso una serie di marche o etichette come “arc.”, “lett.”, “non com.”, “disus.”, “region. sett.”, “region. merid.”, “biol.”, “bot.”, “zool.”. In questo modo il lettore ha la possibilità di orientarsi nell’intricato labirinto degli usi linguistici.

Perché introdurre termini inglesi come droplet, lockdown, spillover, avendo parole in italiano che riescono a esprimere lo stesso significato senza perdere di efficacia? 
Nei confronti dei termini inglesi non abbiamo avuto nessuna preclusione, non abbiamo operato nessuna censura, non abbiamo messo in atto nessun tipo di ostracismo, ma siamo stati mossi soltanto dall’intenzione di offrire un servizio utile al lettore che voglia conoscere il significato preciso di un determinato forestierismo. Al tempo stesso, però, non abbiamo avuto nessuna riluttanza a proporre in certi casi (non in tutti) un’alternativa italiana. 
Per lockdown non abbiamo suggerito alternative perché il termine si è ormai imposto nell’uso per varie ragioni: non è una parola particolarmente lunga, è una parola abbastanza facile da pronunciare (un po’ meno da scrivere), contiene un secondo elemento down che è presente in altre parole inglesi entrate in italiano (come knock down, countdown, show down), è una parola monosemica, cioè ha un solo significato, e ci consente di identificare in modo univoco un concetto nuovo, a cui non eravamo abituati, quello dell’isolamento per prevenire la diffusione del contagio. Invece per parole dalla circolazione più limitata come droplet e spillover abbiamo indicato un’alternativa: per droplet abbiamo proposto l’alternativa “goccioline” e per spillover l’alternativa “salto di specie”. 
Una impostazione di questo tipo è sicuramente di grande aiuto per il lettore in quanto gli dà la possibilità di scegliere tra il termine inglese e quello corrispondente italiano; ma può recare un contributo positivo alla stessa lingua italiana: trovare alternative italiane a voci straniere che sono poco trasparenti e difficilmente comprensibili per il parlante comune è un dovere civico non solo per un lessicografo, ma anche per tutti coloro che si occupano professionalmente di comunicazione pubblica, dai giornalisti agli uomini politici. 
L’egemonia dell’angloamericano nei settori della scienza, della tecnica, dell’economia, delle reti di comunicazione planetaria non deve tradursi in una nostra sudditanza culturale o in una sorta di provincialismo. Dire plastic tax o sugar tax anziché tassa sulla plastica o tassa sulle bibite zuccherate è forse un modo per rendere una tassa più accettabile? Il ricorso all’anglicismo sembra avere in casi del genere un intento eufemistico, come se la parola straniera consentisse di nascondere o edulcorare una realtà poco piacevole.

La lingua come il costume si evolve, ma i vecchi linguisti raccomandavano di andarci piano con i neologismi e le parole straniere. 
Luca Serianni. Qualsiasi dizionario generalista, compreso il Devoto-Oli, “ci va piano” con i neologismi. Non perché si possa davvero fare barriera contro gli anglicismi, una volta affermati, ma perché, nella folla di formazioni occasionali, bisogna selezionare quelle che hanno qualche possibilità di resistere nello spietato struggle for life che regola il dare e l’avere di una lingua.

Accogliere in un vocabolario prestigioso come il Devoto-Oli tutti questi neologismi non rischia di snaturare la lingua? 
Infatti siamo stati abbastanza severi nell’accoglierli; anche qui non è tanto un problema di “snaturare” la lingua, ma di rappresentarne una fase transeunte, non destinata alla stabilità, sia pure sempre provvisoria. Insomma, di dare un’immagine distorta del patrimonio lessicale effettivamente in uso nei nostri anni. Non abbiamo accolto, tanto per dirne una, algocrazia, che pure si è affacciato nei mesi scorsi, come documenta bene il sito dell’Accademia della Crusca. Il dolore (dal greco algos), diciamolo subito, non c’entra: l’algocrazia indica, generalmente con intento polemico, l’eccessivo dominio degli algoritmi in un ambiente digitale.

Ci sono connazionali che scrivono e parlano benissimo e altri meno commettendo errore di grammatica e di sintassi. Un buon vocabolario può aiutarci a migliorare l’uso della lingua parlata e scritta?  
Certamente sì. A questo scopo il Devoto-Oli ha predisposto delle rubriche che ambiscono a essere lette, non solo consultate (come avviene quando cerchiamo in un dizionario il significato di una parola). Quelle più utili a dirimere dubbi linguistici sono Parole minate, sulle incertezze che possono cogliere occasionalmente anche una persona colta (ad esempio: complementarità è la forma corretta visto che la base è l’aggettivo complementare; la variante in -rietà è foggiata su forme come ordinarietà, che però derivano da una base diversa, in -ario) e Questioni di stile (in mercoledì e in altri nomi di giorni della settimana l’uso dell’articolo comporta un cambiamento di significato).

Nei secoli passati l’italiano è stata una lingua colta e raffinata, parlata nelle corti e nelle accademie. Avrà un futuro? O il mondo sarà dell’inglese, dello spagnolo e di altre lingue emergenti come russo, arabo e cinese? 
L’italiano, nonostante la sua limitata estensione territoriale (fuori d’Italia, a parte la Repubblica di San Marino, è lingua nazionale solo in Svizzera, essendo madrelingua degli oltre 350.000 abitanti del Canton Ticino), è tuttora una lingua abbastanza studiata all’estero, per attrazione verso la cultura italiana, non solo quella letteraria ma quella turistica e gastronomica. Da questo punto di vista regge bene il confronto col russo e l’arabo, non ovviamente con lo spagnolo, il francese e ora il cinese. Inoltre l’italiano è abbastanza diffuso nella Chiesa cattolica, almeno per quanto riguarda gli alti prelati di ogni parte del mondo, che spesso hanno passato un periodo di formazione nelle grandi università pontificie, dove normalmente si fa lezione in italiano. Non dimentichiamo poi lo spazio che l’italiano ha ricevuto, dal 1978 in poi, grazie all’uso di tre pontefici stranieri, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Papa Francesco, felicemente regnante.

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