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Il rapimento e il delitto di Aldo Moro: cosa è realmente successo e cosa sarebbe potuto accadere

In un romanzo definito più laico che noir, Alessandro Bongiorni dà voce e spessore a tre personaggi, ricchi di contraddizioni e paure, che ben si inquadrano nel tragico imbroglio rappresentato dall’Italia degli anni Settanta


26/03/2018

di Massimo Mistero


Se si vuole consigliare un buon libro, la risposta è semplice: basta rifarsi al nuovo lavoro legato alla penna di uno dei più promettenti autori italiani, Alessandro Bongiorni, ambientato nei tragici giorni del rapimento e dell’omicidio dell’onorevole Aldo Moro, dove vengono raccontati “fatti realmente accaduti e altri di fantasia, che tuttavia sarebbero potuti accadere”. Con l’autore a trattare una tematica scottante, peraltro al centro in questi ultimi tempi dell’attenzione mediatica per via del quarantennale. Tematica che ha beneficiato dell’appoggio incondizionato di Giovanni Francesio, direttore editoriale della Frassinelli, “il quale - annota Bongiorni - di fronte alle mie titubanze e preoccupazioni, mi aveva tranquillizzato con tre semplici parole: Ti devi divertire. E alla fine Giovanni aveva ragione: ci siamo divertiti”. 
Risultato? Un romanzo intrigante quanto fuori dalle righe, ovvero Strani eroi (Frassinelli, pagg. 398, euro 18,90), in altre parole “tre personaggi pieni di passione e di desiderio, di contraddizioni e di paure, i cui destini finiranno per intrecciarsi nel grande, tragico imbroglio rappresentato dall’Italia degli anni Settanta, dove niente era mai quello che sembrava”. Fermo restando che “non c’era nulla da scoprire, anche se alcune cose ancora non tornano”.  Una trama legata ovviamente al brutale assassinio del responsabile dell’allora Democrazia Cristiana, ma che rappresenta l’appiglio per parlare di un altro duplice omicidio di quel periodo: quello avvenuto a Milano, nei pressi del centro sociale Leoncavallo, di Fausto Tinelli e Lorenzo Iaio Iannucci, “visto che diversi indizi suggeriscono possibili collegamenti fra le due vicende”. 
Innanzitutto - tiene a precisare Bongiorni, pronto ad addentrarsi in una verità ancora zoppa dopo sette processi, due commissioni d’inchiesta e benché all’epoca del rapimento lui non fosse ancora stato… programmato - il memoriale di Moro è stato trovato nel covo brigatista di via Monte Nevoso 8 a Milano. Fausto Tinelli abitava al numero 9 della stessa via e la sua camera si affacciava sull’appartamento occupato da Azzolini, Bonisoli e dalla Mantovani (la ex terrorista proprio in questi giorni al centro dell’attenzione mediatica per una sua velenosa dichiarazione sulle vittime). In più, vale la pena ricordarlo, Fausto e Iaio vennero ammazzati a colpi di pistola da tre sicari, quasi sicuramente fascisti venuti da Roma, soltanto due giorni dopo la brutta fine dello statista”. 
Ma c’è dell’altro. Nel contesto ben si inquadra “la figura di Mauro Brutto, il giornalista dell’Unità che più di ogni altro aveva indagato sul loro omicidio e che morì nel novembre di quello stesso anno investito (volutamente?) da un pirata della strada. Ma stranamente la sua borsa di pelle, una tracolla che portava sempre con sé e che conteneva i risultati delle sue indagini, venne trovata qualche ora dopo a una certa distanza dal luogo dell’incidente. Guarda caso vuota. Si disse che Brutto avesse scoperto un collegamento tra l’eversione nera e alcuni rami spezzati dei Servizi, e che l’omicidio di Fausto e Iaio, per qualche oscuro motivo, poteva rientrare in questa dinamica... Personalmente ritengo che nell’imbroglio di quegli anni ci sia potuto stare tutto”. 
Che altro? In questo scenario drammatico quanto spietato incontriamo tre protagonisti: il colonnello dei carabinieri Antonio Ruiu, un sardo silenzioso, efficiente e cattivo, oltre che persona di fiducia di Francesco Cossiga, allora ministro dell’Interno; Cinzia, la protetta di un potente faccendiere, un maniaco del controllo che aveva costruito la sua carriera spiando dalla serratura (il quale, per ottenere informazioni riservate, riteneva non ci fosse niente di meglio di far leva su una donna bellissima, sensuale e senza scrupoli); infine Carlo Peres, un cronista di razza incaricato di seguire l’inchiesta sull’omicidio di Fausto e Iaio. Di fatto “un bastardo vero, uno che le verità di comodo le sentiva puzzare da lontano. Ma in quegli anni non si trattava, forse, di un vantaggio”. 
E sono proprio questi tre strani eroi i protagonisti del romanzo di Bongiorni, un giovanotto con i piedi per terra (“Mi ritengo una persona tranquilla, che raramente perde il controllo, che ama ridere e scherzare, che tifa Inter e che ogni tanto si diverte a nuotare e a giocare a calcetto con gli amici”) il quale, strada facendo, si è dato da fare con una casa di produzione televisiva, ha insegnato alle elementari mentre ora lavora in banca perché non si sa mai. Tre protagonisti - si diceva - di una storia che merita di essere letta, e forse (almeno in parte) anche condivisa. In quanto la sua ricostruzione del caso Moro - un politico che si era fatto molti nemici, a cominciare dal segretario di Stato americano Henry Kissinger, per le sue aperture nei confronti del Partito comunista - non manca di far drizzare le orecchie a chi, su quel fattaccio, ne vorrebbe o ne volesse sapere di più. “Un tema peraltro complicato, che narrativamente parlando si portava al seguito il rischio di scivolare dietro l’angolo”. 
Insomma, tirate le somme, più che un noir ci troviamo di fronte a una specie di giallo politico. Con i dovuti distinguo. “Semmai - tiene infatti a precisare l’ancor giovane autore, nato a Milano il 6 febbraio 1985, lo stesso giorno in cui nacque Ugo Foscolo -  parlerei di un romanzo laico. Il mio obiettivo non era infatti quello di dare la mia versione su ciò che successe in quel periodo; la mia intenzione era quella di intrufolarmi, pur appartenendo a un’altra generazione (peraltro generalmente poco informata sugli anni di piombo), fra i tanti perché rimasti in sospeso. Senza ovviamente cercare di convincere chicchessia, ma anche non dando nulla per scontato”. 
A questo punto ricordiamo - altre note di vita - che Alessandro Bongiorni si è portato a casa una laurea in Scienze e Tecnologie della Comunicazione presso lo Iulm, per poi conseguirne una seconda, magistrale, in Televisione, Cinema e New Media. Giornalista pubblicista (“Ho collaborato, fra l’altro, con un settimanale sportivo”), si porta al seguito una passione dichiarata per il cinema e la letteratura. Il che lo aveva spinto a scrivere il suo primo romanzo, Capitale mortale, a soli ventiquattro anni, per poi riproporsi con Se tu non muori. Brambilla indaga, entrambi editi da piccoli editori. Romanzi sui quali ama ironizzare: “Andavo a proporle, quelle mie prime creature, in conto deposito ai librai, sotto la neve e la pioggia, con uno zainetto sulle spalle. Poi passavo a ritirare anche gli incassi. Di sicuro ci voleva tutta la mia determinazione per fare certe cose…”. 
E via di seguito, sempre all’insegna del sorriso, con il ricordo di una disavventura in terra sarda, questa volta legata a La sentenza della polvere: “Avevo presentato il mio libro a Sassari presso un libraio bravissimo ed era stato un successo. Lo stesso libraio, due o tre mesi dopo, mi invitò a concedere il bis a Porto San Paolo, vicino a Olbia, dove aveva aperto una nuova libreria. Naturalmente accettai sull’onda dell’entusiasmo. Purtroppo, dopo un viaggio in auto durato oltre due ore, mi aspettava un’amara delusione. Alla presentazione era infatti presente una sola persona, una signora romana, alla quale mi dedicai anima e corpo. Sperando che almeno lei non se ne andasse…”. 
Infortuni a parte, La sentenza della polvere si sarebbe tradotta in tanto sole nel contesto narrativo di questo autore, sole ribadito da Niente è mai acqua passata (Premio Zocca Giovani), Io sono Mas. Le avventure di un cane salvatutti e, ora, da Strani eroi. Un libro che merita, lo ribadiamo, attenzione e rispetto e che potrebbe giocare benissimo in trasferta, ovvero in altri Paesi, viste le tematiche trattate. 
E per quanto riguarda il suo domani narrativo? Premesso che Bongiorni ama muoversi nella narrativa gialla all’insegna dell’entusiasmo (“Scrivere è un mestiere bellissimo, che ti permette di creare nuovi mondi, di tirare fuori quello che hai dentro, di fare ricerche che altrimenti non faresti, di sviluppare ragionamenti, di dire davvero qualcosa”), ci sarà un gradito ritorno. Quello legato a una nuova indagine, “ma non so ancora quale”, del vicecommissario Rodolfo “Rudi” Carrera (“L’ho messo a riposo sicuro che una tregua gli avrebbe fatto solo bene”), ancora ambientata - c’è da scommetterci - a Milano, una città che vive a fianco del crimine, ma che sa anche essere bella e dolce di notte, nonostante le bande violente e senza scrupoli dei latinos, degli spacciatori, degli emarginati e anche dei ragazzi di buona famiglia. 
Una città - come abbiamo già avuto modo di ricordare - che vive di storie, magari intrecciate fra loro in un susseguirsi di azioni e suggestioni. Ed è appunto in tale ambito che Bongiorni ha fatto muovere il suo Carrera, un personaggio atipico in forza al commissariato di polizia di piazza San Sepolcro e che ama questa metropoli visceralmente: non certo quella chiassosa e modaiola, ma quella delle viuzze con riscontri romani che si snoda fra via Meravigli e via Torino. In fondo è un sentimentale il nostro poliziotto, con il chiodo fisso della lotta all’eroina dopo la morte per overdose del figlio… 
Di fatto un poliziotto scomodo, che avrebbe potuto fare carriera se solo fosse stato capace di tenere la lingua a freno e di accettare qualche compromesso; un duro quanto mai abile nel muoversi in un contesto che non ama i conti in sospeso. Lui che striscia i fiammiferi sotto la suola delle scarpe per accendersi una sigaretta (ennesimo strappo alla sua voglia di smettere) e che non manca di mettere alle strette il delinquente di turno con le buone o con le cattive. La qual cosa, per certi versi, richiama le storie di Elmore Leonard, James Ellroy e Don Winslow: gli autori di riferimento di questo autore, alla stregua di alcune penne nostrane, come quelle di Andrea G. Pinketts, Gianrico Carofiglio, Gianni Biondillo e, ovviamente, il grande Giorgio Scerbanenco.

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