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Il riconoscimento dei marchi storici può portare liquidità al nostro Made in Italy

Un provvedimento del Ministero dello Sviluppo Economico agevola le registrazioni di almeno 50 anni dando finalmente valore alla storia delle aziende


27/01/2020

di Damiano Pignalosa


Stefano Patuanelli

Dall’amaro “contro il logorio della vita moderna” all’acqua “altissima e purissima”, dalle “banane dieci e lode” agli elettrodomestici “per chi non si accontenta”, “dall’analcolico biondo” fino ad arrivare al “cornetto cuore di panna”, ogni slogan un marchio, ogni marchio una storia che ci ha accompagnato per decenni e con cui siamo cresciuti.
Da sempre, a livello aziendale, c’è stata una netta differenza di valutazione apportata soprattutto dagli istituti di credito riguardante i beni tangibili o intangibili di un’impresa. Fino a poco tempo fa erano parte integrante della prima categoria: il fatturato, gli immobili e i macchinari. Mentre venivano considerati intangibili e quindi non valutabili, a fine di emissione credito, le questioni riguardanti il valore del marchio. Va da se che si sta parlando di uno degli errori più grandi che si possa compiere perché, mentre gli immobili o i macchinari se non si sanno rivendere possono causare soltanto delle perdite consistenti, al mondo ci sarà sempre qualcuno che, per acquistare nuove quote di mercato, voglia rilevare un marchio storico per espandere la propria forza e presenza rispetto ai competitor, riversando nelle tasche dei creditori moneta sonante.
Come dicevamo, questo paradigma sta cambiando e finalmente anche gli istituti di credito italiani iniziano a fare le loro valutazioni sul valore e sull’importanza dei marchi Made in Italy e non, sempre più richiesti sul panorama internazionale.
Consultando gli archivi ministeriali si rileva che i primi depositi di marchi commerciali risalgono al 1879 e si parla di colossi storici come Vermouth, Valvoline, Vaseline, Cordial Campari, Kodak. Attualmente sono circa 850 i marchi registrati da almeno 50 anni e che sono ancora in vita, cioè per i quali i titolari continuano a pagare il diritto di rinnovo. Viene così introdotta la possibilità per aziende titolari o licenziatarie esclusive di marchi storici, di iscriversi ad un registro e utilizzare un logo promozionale unico, così da avere tutti i requisiti e le certificazioni da poter esibire a livello internazionale. L’accesso al Registro e la possibilità di usufruire del marchio storico di interesse nazionale sono regolati da un decreto dello Sviluppo firmato dal ministro Stefano Patuanelli (e in fase di registrazione) in attuazione del “decreto crescita” dello scorso aprile. In realtà, oltre ai marchi ultracinquantenni depositati, il regolamento apre anche ai marchi non registrati a patto che l’azienda interessata presenti la documentazione prevista dal Codice della proprietà industriale che ne attesti l’uso oggettivo, presentando ad esempio campioni di imballaggi, etichette, cataloghi, fatture, documenti di spedizione. L’iscrizione e quindi l’uso del marchio storico sono consentiti anche ad aziende straniere che detengono marchi storici e producono in stabilimenti italiani. Servirà ora un ulteriore provvedimento, un decreto direttoriale, per regolare la procedura di domande e accesso al Registro ma ad ogni modo l’esame delle istanze di iscrizione, condizione necessaria per usufruire del logo Marchio storico, dovrebbe concludersi entro 60 giorni, nel caso di marchio registrato, o entro 180 giorni, per marchi non registrati.
Se ai più potrebbe sembrare l’ennesima mossa dello stato per poter chiedere ulteriori imposte alle imprese, la realtà è ben diversa. In un mondo in cui i marchi stanno superando come rilevanza e valore economico i beni immobili, una certificazione degli stessi può portare un plus non indifferente a livello internazionale. Nel caso in cui si voglia chiedere maggiore credito alle banche o si volesse vendere direttamente l’azienda, oltre alla cifra comprendente fatturato, immobili e macchinari, ci potrà essere anche una voce legata al valore del marchio storico registrato che è l’unico bene impresso nella mente dei consumatori che sono già fidelizzati o sicuri dei loro acquisti.
La difesa del Made in Italy passa anche da questo, con un sistema di tracciabilità del prodotto che utilizzi anche le nuove tecnologie come la blockchain e l’intelligenza artificiale, si andrebbero a tutelare ancora di più le nostre imprese, ottenendo in questo modo un posizionamento sempre più qualitativo sul mercato internazionale. Mai come in questo momento testa bassa, pedalare e registrare…   

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