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Il risveglio inatteso del Pd mentre il Paese è bloccato da tanti, troppi veti incrociati

A fronte di un Governo che non decide, in quanto la politica non si improvvisa, è necessaria una svolta. Anche perché la ormai lunga luna di miele dei gialloverdi sembra avviarsi verso il capolinea


18/03/2019

di Antonio Sciortino*


Foto Roberto Monaldo / LaPresse

“Ha da passà ‘a nuttata”. La celebre espressione di Edoardo De Filippo in Napoli milionaria, quelli del Pd se la saranno augurata più volte, dopo la terribile batosta del 4 marzo dello scorso anno. Dal governo al pubblico ludibrio. Spazzati via e sbeffeggiati, senza pietà, dal nuovo che avanzava. Contro la casta e i suoi privilegi. Al grido di “onestà, onestà”. E di promesse elettorali mirabolanti, a incantare un popolo in sofferenza e precarietà di vita. 
Da allora, per il Pd, solo un crescendo di divisioni e litigi. E un’antipatia contagiosa, in tutto il Paese, nei loro confronti. Per le tante rivalità e contraddizioni. Leader intenti solo a giochi di potere. In un pullulare di correnti: tutti generali, ma senza più un esercito. E fazioni dedite a guerre intestine. Di continuo e su tutto. “Fuoco amico” incrociato, fino ad annullarsi l’un l’altro. Un accanimento degno di miglior causa. Lontani, ormai, dalla realtà del Paese. Soprattutto dai travagli delle famiglie e dei lavoratori. E dalle speranze dei giovani, in un Paese che non investe sul loro futuro. 
Insensibili, poi, a una povertà diffusa. E in rapida crescita. Cinque milioni i veri poveri oggi. E dieci milioni quelli sulla soglia della povertà. Numeri più che preoccupanti, da paura. In un clima di non equità e di disuguaglianze sociali. Un Pd pavido anche nel sostenere le “proprie” battaglie. Quelle di “bandiera”, nel solco di una lunga tradizione. E di una cultura aperta, accogliente e solidale. Come lo ius soli, per il diritto di cittadinanza ai figli di immigrati nati in Italia. Veri italiani di fatto. Nostri nuovi concittadini, abbandonati in un assurdo limbo. Merce di scambio (o di ricatto) per giochi di opportunità politica. In una rincorsa ai consensi, facendo a gara con le destre xenofobe. Sulle paure, purtroppo, non certo sui valori. 
A un anno esatto, da quel fatidico 4 marzo 2018, qualcosa è cambiato. Non solo per il Pd. Ma anche per il Paese e la società civile. È emersa la voglia di reagire e di farsi sentire. Un risveglio inatteso. Dopo mesi di stallo e di “non governo”. Uno stillicidio, non più sopportabile, di stop and go. Tra due forze di governo incompatibili tra loro, quasi in tutto. Incapaci di governare, ma ben attaccati al potere. Nonostante continui contrasti e velati ricatti: dalla Tav al caso Diciotti. Così, il Paese è fermo. In ristagno, isolato dal resto del mondo. Che ride delle penose farse italiane. Quella più recente, in merito alla Tav, toglie credibilità all’Italia. E disincentiva gli investimenti dall’estero. Perché il governo gialloverde rinnega impegni internazionali già sottoscritti. E, come la tela di Penelope, disfa quanto fatto in precedenza. “Siamo una Repubblica delle banane”, ha detto il governatore del Piemonte, Sergio Chiamparino. Difficile, davvero, dargli torto. 
A poco serve la furbizia italiana. Tanto meno quella di un premier “azzeccagarbugli”. 
L’ “avvocato del popolo” s’illude d’essersela cavata con un cavillo. A mascherare l’impotenza di un governo, che non decide. Né sa come decidere. E che tutto rinvia. Almeno a dopo le elezioni europee. Sebbene il Paese boccheggi, in mancanza d’ossigeno per l’economia. Non è solo la Tv a essere bloccata. Ma centinaia di cantieri sono in attesa di ripartire. Seicento grandi opere, per trentasei miliardi già stanziati, sono ferme. Da mesi si discute solo di Tav. Quasi fosse l’unico problema per gli italiani. 
Dopo l’ennesimo braccio di ferro, sulla Tav “nessuno vince o perde” tra Lega e 5Stelle, s’è affrettato a dichiarare Matteo Salvini. Nonostante abbia perso faccia e credibilità. “Capitano coraggioso”, esperto ormai di clamorose retromarce, dopo averle sparate grosse. Come sull’immunità parlamentare, che s’è tenuta ben stretta, fuggendo dal processo e dai giudici. E ora sull’alta velocità Torino-Lione, ferma al palo di partenza. Sebbene continui a proclamare: “La Tav si farà, io vado fino in fondo”.  Nel frattempo, ironia della sorte, il premier Conte dichiara: “Siamo usciti dal tunnel”. Per scampato pericolo d’una crisi di governo, proprio sulla Tav. L’ennesima figuraccia internazionale, che la propaganda gialloverde spaccia per un successo del “mediatore” Conte. Almeno per chi, ancora, si lascia illudere. 
Dopo tanto buio, il Pd vede uno spiraglio di luce. Il primo weekend di marzo sarà ricordato come l’inizio della riscossa. Prima, sabato 2 marzo, con la marcia a Milano di 250 mila persone, a manifestare contro il razzismo. Un forte segnale della società civile contro l’imbarbarimento del Paese. E lo slogan “people”, cioè “prima le persone”, a contrastare il salviniano “prima gli italiani”. Cioè, il primato del bene comune sul bene di parte. Un nuovo umanesimo. E il giorno successivo, domenica 3 marzo, con una massiccia partecipazione popolare alle primarie del Pd. Un milione e settecentomila persone ai gazebo di tutt’Italia. Per incoronare Nicola Zingaretti nuovo leader Pd. Con un forte mandato a tenere unito il partito. Riconquistare la simpatia degli elettori. Avviare un’alternativa credibile a un governo, per molti, inutile e dannoso. La lunga luna di miele dei gialloverdi è finita. I nodi del contratto Lega-5Stelle vengono al pettine. Uno dopo l’altro. Sempre più difficili da sciogliere. 
I gazebo hanno riconsegnato al Pd un grande patrimonio di fiducia. Da non sciupare nelle solite beghe di partito. O col ritorno della vecchia guardia. A torto o a ragione, ormai invisa ai più. Soprattutto, da quando 101 parlamentari della sinistra, mai dichiaratisi, affossarono la candidatura Prodi alla Presidenza della Repubblica. Sfarinando, così, il partito per gli anni seguenti. Il popolo delle primarie ha segnato una svolta. Ha chiesto di voltar pagina. Con maggior impegno per una giustizia sociale e una più equa ridistribuzione della ricchezza nazionale. Vicini e solidali a tutte le “periferie esistenziali”, come direbbe papa Francesco. 
L’apertura di credito è stata generosa. Forse, fin troppo. Di certo, sarà l’ultima fiducia, se verrà sprecata l’occasione. Che nasce non da sparuti clic sulla piattaforma Rousseau, ma da una vera lezione di democrazia dal basso. Popolare, non populista. Sebbene sia stata sminuita, senza pudori, dalla Tv sovranista. Che ha relegato tra le notizie secondarie la massiccia partecipazione alle primarie. Quella Tv pubblica asservita al potere, cui dovrebbe invece fare da contrappeso. Finalmente, un primo argine s’è alzato a tanto degrado pubblico e sprezzo delle istituzioni. A contrasto delle nostalgie populiste dell’ “uomo forte”. Un “duce”, o anche un “capitano”, che decide per tutti, senza corpi intermedi a interferire. Strada pericolosa, già tristemente battuta, a metà del secolo scorso. 
“Demagoghi scaltri e senza scrupoli si ergono a paladini del popolo e della nazione”, ha scritto don Luigi Ciotti nel suo ultimo libro Lettera a un razzista del terzo millennio, “e acquistano di giorno in giorno consenso, additando nemici di comodo: erano le democrazie e gli ebrei al tempo del fascismo, oggi sono l’Europa e i migranti… È una politica che svende l’etica in cambio del potere”. E aggiunge: “La storia insegna che le tragedie più grandi sono avvenute anche perché in tanti, in troppi, hanno voltato la testa, hanno scelto la neutralità indifferente. Questo è il momento in cui non si può essere neutrali, in cui bisogna scegliere e dire da che parte stare”. 
Diceva Martin Luther King: “Solo quando è abbastanza buio, si possono vedere le stelle”. Quelle tenebre, ora, sono alle spalle. Toccato il fondo, comincia la risalita. Altre stelle, nel frattempo, quelle grilline, sbiadiscono nel firmamento politico. In caduta libera di credibilità e consensi. Per manifesta improvvisazione di governo. Seppur ammantata di azioni e slogan idealistici. Come il reddito di cittadinanza: una buona intenzione di contrasto alla povertà, ma male attuata. A rischio fallimento, per diverse storture. “Così com’è strutturato”, ha detto Gigi De Palo, presidente del Forum delle associazioni familiari, “il reddito di cittadinanza non può essere considerato una misura di sostegno alle famiglie, tanto meno quelle con figli. Che, anzi, da questa formulazione, vengono per l’ennesima volta discriminate e umiliate”. Per non dire dei cosiddetti navigator, lavoratori precari e senza esperienza, che dovranno trovare un’occupazione stabile ad altri. 
Alla politica non ci si improvvisa. Come teorizzano grillini e populisti. Insofferenti di cultura e mediazioni democratiche. “La politica è un’attività, impegnativa”, ha ricordato il presidente Mattarella a un gruppo di studenti al Quirinale, “perché le scelte in un grande Paese come l’Italia sono complesse, non possono essere adottate in maniera approssimativa, non possono essere prese per sentito dire”. 
A marzo è rinata una speranza. Forse, si può tornare a sognare.

*Già direttore di Famiglia Cristiana e attuale direttore di Vita Pastorale

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